Recensioni

Carmela salvata dai filibustieri

di Giovanni Davide Maderna, Mauro Santini

commedia, sperimentale, Italia (2012)

CAST & CREDITS

cast:
Mimmo Boccuni, Sussò Boccuni, Carmela Lupoli

regia:
Giovanni Davide Maderna, Mauro Santini

durata:
78'

produzione:
Quarto Film

Carmela salvata dai filibustieri | Recensione | Ondacinema

Carmela salvata dai filibustieri

di Giovanni Davide Maderna, Mauro Santini

commedia, sperimentale, Italia (2012)

di Matteo Pernini

Voto: 7.0
Quattro persone sono sedute attorno ad un tavolino. C'è un libro appoggiato sul piano, ma due di loro non sanno leggere e ascoltano; gli altri raccontano una storia, mentre un gabbiano grida dal porto e piccole goccioline di condensa scivolano sulle bottiglie di birra. All'inizio era stata un'impressione ad unire questi quattro uomini, un incontro casuale per le vie della città vecchia, una faccia rimasta negli occhi, pochi lineamenti affiorati alla memoria, che già erano diventati segno cinematografico. Poi sono venuti gli incontri, i saluti, le birre bevute al chiosco e i progetti. Uno di loro narra di battaglie navali, assalti dei pirati, assedi a città spagnole, fughe nella giungla Venezuelana, di cattivi autentici, cattivi apparenti, cattivi in odore di redenzione; il suo amico osserva le espressioni degli altri due, Mimmo e Sussò, rapiti dal racconto. Ancora non lo sanno questi novelli Carmaux e Wan Stiller, ma quello è il "loro" racconto, la storia che saranno chiamati ad interpretare dai due narratori, i registi Santini e Maderna, che ora hanno smesso di parlare e stanno aprendo il libro appoggiato sul tavolino. Sulla copertina campeggia l'immagine di un pirata e, in alto a sinistra, si legge il nome di Emilio Salgari.

Si potrebbe ricostruire così la genesi di un film atipico come "Carmela salvata dai filibustieri", opera imprevedibile e suggestiva, sospesa in una dimensione di oralità, che frantuma l'origine testuale del racconto nelle sonorità arcane del dialetto tarantino. Ed è proprio la tradizione parlata a fare da filtro in questa versione cinematografica del salgariano "Jolanda, la figlia del corsaro nero", il cui nucleo narrativo non ha dovuto affrontare la sola rilettura del regista, ma anche l'involontaria (re)interpretazione dei due protagonisti. Impossibilitati a leggere in prima persona il romanzo, hanno ascoltato il racconto di Maderna, arricchendolo a loro volta con nuove invenzioni, trovate narrative e semplici incomprensioni. I tentativi di salvare la figlia del corsaro nero si sono, così, tramutati nelle avventure dei pescatori Mimmo e Sussò, che, inviati da un sogno premonitore della visionaria madre Morgana (sorta di contraltare muliebre del pirata Morgan), dovranno cercare di salvare una donna di nome Carmela da un'ignota minaccia.

Trasferite le fantasie esotiche di Salgari nella storia millenaria e stratificata di una Taranto "corsara", popolata da affabili filibustieri, Maderna dispiega un rigoglioso apparato di simboli, in cui nell'istante della visione gli oggetti si reinventano tramite l'atto della ripresa.
Nelle suggestioni di quel realismo onirico, in cui vibra l'opera, lo sguardo documentario del regista non vuole descrivere la natura dei rapporti sociali in un mondo marginale e periferico, ma rilevare le "cose", i segni che connotano una realtà pronta a svelarsi molteplice, sfuggente ed impalpabile come le vite dei protagonisti. L'occhio barcollante di Maderna non vede gli oggetti, ma li intuisce, ne svela la precarietà e, indugiando sulle forme, ambisce a ridisegnare il tessuto di relazioni che li abbraccia. E così la macchina da presa si permette di allontanarsi dai protagonisti mentre discorrono con un amico della loro spensierata giovinezza e, inseguendo una borsetta di plastica volteggiante, va fa frugare tra le sterpaglie e il cemento del cortile, incontrando una montagnola di siringhe abbandonate, o indugia su un palazzo in rovina, quando le voci dei fratelli rievocano la scena di un incendio o, ancora, si commuove di fronte ad un cane derelitto tra la spazzatura.
Col tempo il cinema di Maderna ha perso quell'asprezza enigmatica ed irrisolta che caratterizzava le sue prime prove, ma l'essenza di un lavoro all'insegna del rigore e della sottrazione si è mantenuto pressoché immutato. "Carmela salvata dai filibustieri" prosegue il discorso iniziato con "Cielo senza terra", ma lo scarto tra realismo documentario e fiction, che là era gioco sottile (pure serissimo) e sentito omaggio al cinema di Corso Salani, diviene qui movimento poetico, capace di magnificare la quotidianità di gesti e luoghi con le risorse di un'immaginazione fanciullesca (si veda il duello con spade di legno). Mimmo e Sussò si improvvisano eroi, rievocano struggenti ricordi d'infanzia, dormono in una fortezza abbandonata, salvano la bella e riscoprono il fascino dell'avventura.
In tutto ciò l'impronta di Salgari, illustratore stanziale di mondi mai esperiti, permane nello spirito valoroso dei protagonisti (nessuno dei due vuole abbandonare l'altro durante l'attacco alla fortezza), nella creatività sotterranea che trasfigura il quotidiano, nell'occhio critico con cui si guarda ad un mondo decadente, nei riquadri didascalici che ritmano il succedersi delle scene, nonché nelle inframmezzate parentesi documentarie, che rimangono il più limpido contraltare dello stile dell'autore, capace di abbandonare una scena di inseguimento per una dissertazione botanica sulla pianta in cui è inciampato il protagonista. Ma proprio in questi frangenti (le scene dei pescatori al porto) lo stile di Maderna rischia la maniera e si capisce che la sua curiosità non è più antropologica, non interroga lo spazio e il territorio con la vis di Frammartino, né approfondisce la dimensione percettiva alla maniera di Piavoli, piuttosto si limita a constatare con stupore le circostanze del mondo. E quando ciò accade si avverte che l'occhio manca di autosufficienza e si prova il desiderio di altro, di un intervento esterno che possa dare significato all'incompiutezza di un'immagine.

Presentato al Festival di Venezia nelle "Giornate degli Autori", il quinto lungometraggio di Maderna (parte di un trittico salgariano che comprende anche "Iolanda tra bimba e corsara" di De Bernardi e "Gli intrepidi" di Giovanni Cioni) affronta l'inesausta ricerca di un cinema svincolato dalle logiche produttive delle opere nostrane; un cinema che si sottragga alle formule del racconto tradizionale per ricreare nella messa in scena dell'incompiutezza un più stretto dialogo con la realtà; un cinema che chiama a modello ora il realismo fiabesco dei Dardenne, ora l'impronta di volti duri e segnati che sarebbero piaciuti a Pasolini;  un cinema che dichiara con orgoglio la propria emarginazione, ma che, proprio per questo, rischia di essere condannato anzitempo all'invisibilità.