CAST & CREDITS

cast:
Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas, Elizabeth Blackmore, Phoenix Connolly

regia:
Fede Alvarez

distribuzione:
Warner Bros. Pictures Italia

durata:
91'

produzione:
Ghost House Pictures, FilmDistrict, TriStar Pictures, Bruce Campbell, Sam Raimi, Joseph Drake

sceneggiatura:
Fede Alvarez, Rodo Sayagues, Diablo Cody

fotografia:
Aaron Morton

scenografie:
Robert Gillies

montaggio:
Bryan Shaw

costumi:
Sarah Voon

musiche:
Roque Baños

La casa | Recensione | Ondacinema

La casa

di Fede Alvarez

horror, Usa (2013)

di Matteo Pernini

Voto: 4.0
L'unanime coro di disapprovazione che aveva accompagnato la messa in cantiere dell'opera prima di Fede Alvarez (pregiudizio motivato dalla scandalosa eterodossia di un esordiente disposto a cimentarsi con il remake di un cult movie ritenuto intoccabile) era andato progressivamente affievolendosi nelle ultime settimane, quando la virulenta diffusione di trailer grandguignoleschi aveva lasciato presagire un indirizzo espressivo divergente rispetto all'originale, lusingando, con la disturbante verosimiglianza di una messa in scena sporca ed efferata, gli strenui fautori dello splatter. La benedizione produttiva di quel Sam Raimi, che, pur recentemente colpevole di inique scelte produttive (da "30 giorni di buio" a "The Possession" sono molti gli inciampi su cui ha apposto la sua firma), rimane il geniale ideatore dell'ipertrofico luna park dell'orrore che fu "La casa" negli anni Ottanta, sembrava essere il definitivo suggello di un'operazione senz'altro discutibile, ma animata da un sincero spirito critico e non passivamente votata al farsi copia carbone dell'originale. Le premesse erano, dunque, tali da consentire di recarsi al cinema con una luce di speranza in fondo al cuore, ripetendosi che, in fondo, i preconcetti lasciano il tempo che trovano e capita a tutti di sbagliare. Capita, in effetti. Ma non stavolta.

Consapevole di avanzare in territori impervi, Alvarez non cerca il confronto con il prototipo, ne rade al suolo l'impianto grottesco e, punteggiando il film di striscianti citazioni (con la malcelata illusione di creare un ponte tra l'opera di Raimi e il suo generico pasticcio gore), esibisce il sadico orrore di una carneficina annunciata, in cui nulla viene risparmiato allo spettatore. In ciò la parentela con l'archetipo raimiano, altrettanto privo di sconti per gli stomaci del pubblico, parrebbe rispettata e, al più, aggiornata all'esibizionismo masochista dei nostri tempi, ma, sul piano teorico, lo scarto è incolmabile. Se "La casa" - e, ancor più, "La casa 2" - di Raimi avevano riscritto le possibilità del cinema di genere contaminando l'horror con la commedia demenziale ed esibendo un immaginario fumettistico e beffardo, in cui i personaggi regrediscono a corpi, nuda carne da macello da smembrare e ricomporre a piacimento tra le divertite mani di un regista demiurgo e mattatore, questo pallido remake veleggia inconsapevole verso lidi eterogenei, senza mai risolvere su quale spiaggia approdare.

Laddove Raimi esibiva l'autoreferenzialità del progetto come paradigma retorico e rivolgeva l'horror contro se stesso, dando vita ad un luna park dell'eccesso, pronto a fagocitarsi in un turbine gratuito di effettacci espressionisti, corpi putrescenti, poltiglie palpitanti, eruzioni lattiginose, arti mozzati e occhi che schizzano via dalle orbite per conficcarsi in gole altrui, Alvarez costringe le proprie ambizioni nella verosimiglianza di un campionario truculento da corso di anatomia, ma, incapace di affermare con coraggio la violenza estetizzante del suo cinema, sceglie di indebolire la lirica esibizione di macelleria assortita con l'ottundente sovraccarico tematico della tossicodipendenza della protagonista. Espediente che pur non consentendo una vera rilettura a posteriori della mattanza in senso metaforico (per quanto molti abbiano abboccato all'amo), allunga l'impronta di un debole pretesto sull'intero progetto, un'ansia di giustificazione che grava sull'incipit e non risparmia il finale, producendosi in scontate derive affettive, che male si amalgamano con il sadico climax di atrocità squadernate. Ben altri sono gli esiti quando il gore si mescola alla reale urgenza di un discorso sociale o politico e il terrore prende forma dalle paure ancestrali, dagli abissi primordiali dell'animo umano, come di recente avvenuto nel felice filone della nouvelle horror francese (il magnifico "A l'interieur" su tutti). Perso nella cura maniacale della messa in scena, Alvarez dimentica per strada la paura o preferisce fare la parte dell'ingenuo e confonderla allegramente con il disgusto.

Rimosso, così, anche lo spirito anarcoide che palpitava brioso ed incontenibile nei fotogrammi di Raimi, quel che rimane è davvero poco e il regista ne sembra pure consapevole, al punto da seminare qua e là un campionario di citazioni e rimandi (la motosega, la botola, l'automutilazione ) con lo scopo di tener desta l'attenzione dei fan di vecchia data, altrimenti più che invogliati a concedersi una salutare pennichella. Il problema è che, lungi dal costituire un nostalgico richiamo o un'intelligente variazione sul tema, questo grossolano armamentario citazionista denuncia l'anacronismo di un'opera che troppo spesso si abbandona al ridicolo involontario (raggiungendo la vetta quando il protagonista, improvvisato McGyver, si fabbrica autonomamente un defibrillatore per (ri)dare vita alla sorella in preda alla possessione demoniaca).
E l'immancabile chalet che dà il titolo al film - quel magnifico organismo pulsante che era servito a Raimi per abbattere la rigorosa geometria degli spazi, sovrapponendo alle direttive catastali l'urgenza di una fantasia travolgente che non ragiona sullo spazio reale, ma su quello cinematografico, inventando stanze dove non dovrebbero esisterne, smontando e rimontando la pianta dell'edificio secondo necessità - si riduce qui alla stregua di un polveroso cimelio.

A detta del regista si tratterebbe di un "progetto schizofrenico", "primordiale"; au contraire il film non potrebbe essere più controllato, pianificato e schematico, come da indubbie esigenze di marketing. Si rivedano i lavori di Rob Zombie, si recuperi quel pezzo da maestro brutto, sporco e cattivo che è "La casa del diavolo", film obliquo e sgangherato come pochi, folle (davvero, stavolta) baraccone che contamina liberamente i generi e in un groviglio di campi polverosi, ambiguità e sudiciume corre disperato verso l'inferno; solo allora la parola "schizofrenico" tornerà ad avere un senso. Alvarez, dal canto suo, è fin troppo educato nella ricerca dell'inquadratura perfetta, un primo della classe che si finge un tipaccio, un outsider, senza abbracciarne lo spessore amorale e la radicalità delle scelte.

Smorto e farraginoso, il film procede sui binari dell'efferatezza, senza mai deragliare verso gli argini del cattivo gusto, incanalato nella confortante correttezza dei tanti horrorini che si producono oggidì. E, come se non bastasse, infila il paraocchi, esiliando consapevolmente dal novero dei riferimenti diretti quello che è il punto di non ritorno degli horror sulle case stregate: il recente "Quella casa nel bosco", magnifica architettura teorica capace di fagocitare i topoi di un intero filone, svelandone i sottesi meccanismi in un turbine di violenza che poco ha da invidiare al mattatoio inscenato da Alvarez.
Sulla rete gira il dubbio consiglio di rimanere in sala fino al termine dei titoli di coda, ma se fuori il tempo è incerto tanto vale correre al posteggio auto. Io ho avuto la pessima idea di restare sino alla fine. E all'uscita ho pure preso pioggia.