CAST & CREDITS

cast:
Shea Whigham, Malin Akerman, Deborah Ann Woll, Brad Dourif, Michael Rosenbaum, Nikki Reed, Forest Whitaker, Bruce Willis

regia:
Aaron Harvey

durata:
94'

sceneggiatura:
Aaron Harvey

fotografia:
Jeff Cutter

scenografie:
Gary Frutkoff

montaggio:
Richard Byard

costumi:
Johanna Argan

musiche:
Joe Paganelli

Catch .44 | Recensione | Ondacinema

Catch .44

di Aaron Harvey

azione, drammatico, Usa (2011)

di Paolo D'Alessandro

Voto: 5.0
Fallito un colpo, la tosta ex-spogliarellista Tes (Malin Akerman) e le sue due complici Dawn e Kara accettano un nuovo incarico per riguadagnarsi la fiducia del loro boss, l'eccentrico Mel (Bruce Willis). Le tre ben presto si trovano nel mezzo della trappola che proprio il malvivente ha ingegnato per toglierle di torno, e che solo il letale quanto romantico sicario Ronny (Forest Whitaker) sembra in grado di disinnescare.

"Catch .44", seconda pellicola del giovane Aaron Harvey, è un film che vuole a tutti i costi sapere di paradosso, di cortocircuito. È un corto circuito il microcosmo che ci viene raccontato, votato all'hubris e piegato sulle proprie contraddizioni. È un cortocircuito la stessa pellicola, esemplare di una cinematografia di genere cascata a peso morto nella tagliola del citazionismo di ritorno.
Tutto programmaticamente presagito dal titolo, variante ironica (e di "calibro") dell'espressione "Catch 22", che, traducendo a tentoni dall'inglese, si riferisce a una situazione di stallo, un circolo vizioso da cui è impossibile uscire. Ma anche titolo di un romanzo (in Italia "Comma 22" di Joseph Heller) che si alimenta proprio sul paradosso, procedendo tra una selva di flashback, montaggi paralleli e cambi di focalizzazione.

Niente di casuale, quindi: Harvey costruisce tutta la prima parte del film spezzettando la linearità dell'intreccio, per poi diluirlo con flashback chiarificatori e brevi squarci sul desolante epilogo della vicenda, lanciandoci verso una risoluzione volutamente incompiuta. Giocare col tempo e "privare" la narrazione di un finale rafforzano l'idea di microcosmo criminale da romanzo pulp, compiaciuto del suo degrado e, tragicamente, imprigionato in se stesso, anche quando i personaggi tentano di abbandonarsi a momenti o dialoghi "ordinari".
Ed è in questo paradosso che salta il gioco, che la pellicola mostra le carte (e la corda): Harvey rifà l'opera di un altro, realizza un film alla Tarantino per realizzare un film alla Tarantino, nulla di più. Ne prende "in prestito" gli stilemi, le pistole facili, il feticismo musicale vintage, la stilizzazione, i dialoghi estremi e "mondani" insieme - e ha a disposizione persino Bruce Willis (veterano di "Pulp Fiction", e non crediate che la cosa resti impunita). A questo punto, è chiaro il corto circuito definitivo, quello che fa crollare il gioco di specchi: citare un maestro citatore, e farlo con la superbia del mestierante.

Si vedano i personaggi, anzi, a queste maschere pulp, affidate ad attori "top drawer": abbiamo Forest Whitaker nei panni di un sicario idealista dal grande cuore, Bruce Willis boss edonista ma lungimirante, Malin Akerman intoccabile amazzone dal furto facile. Lo script dev'essere stato indubbiamente stimolante per il cast, alle prese con una serie di interessanti spunti interpretativi, ma non altrettanto gratificante quando gli stessi si sono trovati davanti a una macchina da presa a vomitare tutto questo gaglioffismo didascalico.
Harvey rappresenta una generazione troppo impegnata a celebrare e rifare il cool per dedicarsi a studiarlo. Il nostro ha parecchi margini di crescita, certo - la regia è pulita e attenta alla prossemica, il montaggio è sostenuto nonostante la forte presenza di dialogo -, ma l'autoreferenzialità dell'operazione la condanna a occupare lo scaffale di qualche videonoleggio. Proprio dove, ironicamente, l'avventura del padre putativo Tarantino è iniziata.