CAST & CREDITS

cast:
Tom Hardy, James Gandolfini, Noomi Rapace, Matthias Schoenaerts, John Ortiz

regia:
Michael R. Roskam

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
106'

produzione:
Chernin Entertainment, Fox Searchlight Pictures

sceneggiatura:
Dennis Lehane

fotografia:
Nicolas Karakatsanis

scenografie:
Thérèse DePrez

montaggio:
Christopher Tellefsen

costumi:
David C. Robinson

musiche:
Marco Beltrami, Raf Keunen

Chi è senza colpa | Recensione | Ondacinema

Chi è senza colpa

di Michael R. Roskam

thriller, Usa (2015)

di Matteo De Simei

Voto: 6.5
Nel gergo criminale un drop bar è un locale che ricicla e ripulisce il fiume di denaro sporco dell'intera città, una sorta di cassaforte comune al servizio dei potenti banditi che detengono il controllo della zona. Nella gelida e vaporosa Brooklyn il punto di riferimento è il Cousin Marvin, pub in mano alla malavita cecena ma ordinariamente gestito da Bob Saginowski e da suo cugino Marv, che otto anni prima ne era il proprietario. La vita di Bob è segnata da un passato sfuggente e da una solitudine lacerante che lo inducono un giorno a prendersi cura di un cucciolo di pitbull trovato malconcio in un bidone della spazzatura, e avvicinarsi a una misteriosa ragazza di nome Nadia. Ma per quanto l'uomo cerchi di estraniarsi dalla sanguinosa quotidianità e di dimenarsi dai tormentati trascorsi, non potrà mai liberarsi dalle catene di una natura umana tanto innata quanto letale. Perché in fondo lo sa anche Bob che "a volte è impossibile rimediare, anche se ce la metti tutta".

Nel trailer italiano di "The Drop" compaiono due rinforzi didascalici che rappresentano la chiave di volta di questo onesto gangster movie dalle spiccate venature noir. Entrambi riconducono a due nomi: il talento dello scrittore bostoniano di origine irlandese Dennis Lehane e l'ultima intensa interpretazione del compianto James Gandolfini. Il secondo lungometraggio diretto dal belga Michaël Roskam (dopo "Bullhead", candidato all'Oscar nel 2012) è infatti l'adattamento, l'ennesimo, di un'opera dell'autore statunitense, "Animal Rescue", racconto breve caratterizzato dalla quasi totale assenza di luce e da improvvisi colpi di scena. Per Lehane e l'industria cinematografica americana questo binomio non è affatto una novità, se si considera che stiamo parlando del suo quarto lavoro a essere riscritto per il grande schermo, dopo il capolavoro "Mystic River" e gli apprezzabili "Gone, Baby Gone" e "Shutter Island". Non è un caso poi che cineasti del calibro di Eastwood, Affleck e Scorsese abbiano voluto incanalare i densi romanzi in un contesto filmico, tante sono le tematiche affrontate tra i suoi caratteri predominanti, il mistero della fede in relazione al fardello dei peccati da espiare, il passato che non se ne va e che anzi insegue i suoi personaggi come un'ombra, la componente psicologica (e psichiatrica) dei suoi protagonisti che convivono col dolore, l'inquietudine di un'atmosfera urbana plumbea e tumescente.

Nel film di Roskam, ambientato a Brooklyn invece che nella Boston di Lehane, la descrizione dell'atmosfera criminale è resa abilmente anche grazie alle collaborazioni dello scrittore/sceneggiatore con la serie televisiva "The Wire", che aiutano a ricreare la cura maniacale dei particolari nel quartiere degradato e fatiscente di New York, molto simile a quello della vicina Baltimora. La macchina da presa si sofferma sulla travagliata esistenza del barman Bob, un Tom Hardy insensibile e mezzo ritardato, apparentemente impalpabile, che deflagra nella seconda parte di pellicola in concomitanza con lo smascheramento del protagonista. La conquista della redenzione è un pallino fisso per Bob che, tra la difficoltà di allacciare rapporti umani (quello col cugino Marv è instabile, mentre quello con Nadia non decolla ed è sempre sul punto di implodere, tanto da dover indirizzare i suoi affetti su un animale) e la solitudine che lo attanaglia, si rifugia nella chiesa ma senza aspirazioni di aggregazione ("niente abbracci di gruppo dopo il Padre Nostro e niente cantanti folk") e senza fare la comunione, per vergogna dinanzi ai terribili peccati che lo perseguitano. È quindi una redenzione che tarda ad arrivare. Marv, che neanche la cerca, attende addirittura che il destino inesorabile completi velocemente il corso degli eventi ("è solo una questione di tempo, siamo già morti").

È proprio il personaggio di Gandolfini a cesellare il lavoro introspettivo sui personaggi avanzato dalla coppia Roskam/Lehane, dopo aver rivelato in Bob, Nadia e nello stalker Eric i loro impulsi psicolabili, la brutalità di una violenza cronenberghiana tanto psicologica quanto fisica (se al cane si sostituisce la famiglia, la maschera di Bob sembra ricordare quella di Tom Stall in "A History of Violence"), in un passato oscuro che riesuma i vecchi fantasmi invece di seppellirli, come nelle migliori pellicole di Abel Ferrara. Nessuno è senza colpa, per agganciarci al titolo italiano, e tutti hanno paura più della solitudine che dell'inferno alle loro porte, come suggerisce il finale palliativo, incapace di risolvere le sciagurate vicissitudini di Bob e Nadia. Tra tutti, il Marv di Gandolfini è quello che trasmette forse la sofferenza più tangibile, ma è anche quello che ha il privilegio di abbandonare una volta per tutte quel fardello, annullandosi nel nero della notte in un vicolo di Manhattan. Un'uscita di scena che mette i brividi se pensiamo al modo in cui si congeda uno dei più rilevanti interpreti del panorama americano contemporaneo.