CAST & CREDITS

cast:
Ana Claudia T, Azura Skye, Shannyn Sossamon, Edward Burns

regia:
Eric Valette

durata:
87'

sceneggiatura:
Andrew Klavan

Chiamata senza risposta | Recensione | Ondacinema

Chiamata senza risposta

di Eric Valette

horror, Usa (2008)

di Anna Maria Pelella

Voto: 4.0

Nel 1998 Hideo Nakata, autore del multiclonato “Ringu”, aprì la strada al più sotterraneo e incisivo sottogenere degli ultimi anni: il J-horror.

Grazie ai fan e alla rete, il film fece presto il giro del mondo, preceduto da tutti i brividi del caso, quelli che solitamente accompagnano una scoperta. In quel filone si cimentarono molti registi asiatici, e ciascuno diede il proprio contributo alla breve e intensa stagione dell'horror nipponico, anche il cinema coreano e quello thailandese si unirono alle danze estendendo il contagio.
Nel mare di pellicole che in quel periodo invasero il mercato "The Call" (Chakushin Ari) di Mike Takashi passò giustamente inosservato, non essendo nè un capolavoro, nè l'innovazione che il genere stava già invocando da tempo. In seguito alla fama internazionale emersero presto tutta una serie di cloni e remake più o meno ufficiali, che inaridirono velocemente il neonato filone. Ma il colpo finale al genere, a mio avviso fu sferrato dai produttori americani, che dal primo "The Ring" fino a questo ultimo "One Missed Call" hanno implacabilmente distrutto il solo motivo di interesse che tale filone poteva contenere: la caratterizzazione culturale.

Il motivo del successo dei primi j-horror stava appunto nel fatto che il tutto aveva una sinistra provenienza esotica. I morti che non solo si rifiutavano di restare tali, ma che addirittura infestavano videocassette, telefonini, computer e quant'altro facevano spavento per l'incomprensibile rancore e l'insospettata vitalità, caratteristiche ormai scomparse da tempo negli horror nostrani.
Purtroppo anche questo "One missed call" non sfugge alla regola che impone ai remake americani lo sbiancamento culturale e il rimasticamento dei contenuti, divenuti bolo predigerito a favore di un pubblico di adolescenti già duramente provati dalla digestione di un Big Mac.

La storia scivola senza grossi sobbalzi su binari precostituiti, senza neanche l'ombra di un colpo di scena, né il minimo indizio su dove si voglia andare a parare, e curiosamente seguendo anche le inquadrature dell'originale, riesce a spogliare quest'ultimo del fugace fascino dato dall'allora innovativo schermo di un telefonino che riproduce l'immagine del suo proprietario in preda al terrore.
Ma il punto più basso, o più esilarante se uno avesse voglia di riderne, viene toccato nella scena dell'esorcismo che, traslata dall'originale, diviene una parodia dei telepredicatori americani e un'involontaria critica alla loro inefficacia.
Le successive scene dell'ospedale e quelle del ritrovamento seguono pedissequamente il film di Miike, senza però l'estro che aveva costituito la base del lavoro originale, e neanche l'ombra della sua tensione.

Ma non bisogna fraintendere questa mia analisi, insomma se uno non avesse mai visto né sentito parlare del j-horror potrebbe trovare anche interessante, se non innovativo un branco di ragazzi braccati da un morto attraverso il telefonino. Il punto è che da quando il primo film è stato girato molte cose sono cambiate e se non ci stupiamo più di nulla è anche grazie al fatto che le vecchie angosce sono ritornate passando dall'Asia, stavolta cavalcando la tecnologia e invadendo così gli spazi lasciati liberi dalla nostra mancanza di immaginazione.
E se di mancanza di immaginazione vogliamo parlare, è proprio arrivato il momento di chiederci se davvero sentiamo la necessità di guardare l'ennesima riscrittura del talento altrui, ad opera del solito produttore affamato di soldi e a corto di idee originali.