CAST & CREDITS

cast:
Kristin Scott Thomas, Mélusine Mayance, Niels Arestrup, Frédéric Pierrot, Michel Duchaussoy, Aidan Quinn

regia:
Gilles Paquet-Brenner

distribuzione:
Lucky Red

durata:
111'

produzione:
Hugo Productions

sceneggiatura:
Serge Joncour, Gilles Paquet-Brenner

fotografia:
Pascal Ridao

scenografie:
Françoise Dupertuis

montaggio:
Hervé Schneid

costumi:
Eric Perron

musiche:
Max Richter

La chiave di Sara | Recensione | Ondacinema

La chiave di Sara

di Gilles Paquet-Brenner

drammatico, Francia (2010)

di Mirko Salvini

Voto: 6.5
"Il y a longtemps que je t'aime", "è da tanto che ti amo", diceva il titolo di uno dei suoi film più famosi (in italiano era diventato "Ti amerò sempre", perché si sa che con la distribuzione nostrana queste cose capitano) e anche io è da tanto che amo Kristin Scott Thomas; da quando negli anni novanta, col suo talento adamantino, la sua bellezza altera e la sua eleganza connaturata, elevava pellicole come "Luna di fiele", "Angeli & Insetti", "Un estate indimenticabile", "Riccardo III" e il fortunatissimo "Quattro matrimoni e un funerale" ("How's Duckface?"). Il successo planetario del "Paziente Inglese" le ha aperto la strada per Hollywood ma nonostante incontri preziosi con Redford, Altman, De Palma e Pollack, questa signora inglese, che da anni vive fra Londra e Parigi, e che al cinema ha esordito nel 1986 diretta niente meno che dal genietto di Minneapolis, Prince (nello stravagante "Under the Cherry Moon"), ha trovato le occasioni migliori nella vecchia Europa. La cosa non è cambiata negli ultimi anni, visto che la splendida cinquantenne ha continuato a mettersi in luce con ruoli come la moglie fedifraga in "L'amante inglese", la manager-mantide in "Crime d'amour" (l'ultimo film di Corneau), la zia di John Lennon in "Nowhere Boy" e la lesbica passionale in "Non dirlo a nessuno". In attesa di ritrovarla come madre che istiga il figlio Ryan Gosling alla vendetta nel potenziale cult "Only God Forgives", l'attesissima prova di Nicolas Winding Refn dopo "Drive", nelle sale italiane arriva "La chiave di Sara", diretto da Gilles Paquet-Brenner (già regista de "Les jolie choses" con Marion Cotillard).

In questa trasposizione del romanzo di Tatiana De Rosnay, un best seller pubblicato in Italia da Mondadori, Kristin interpreta Julia, una giornalista americana (nell'originale l'attrice, che per questo ruolo ha ricevuto la candidatura al Cesar, recita la parte inglese dei dialoghi con accento newyorkese) da anni di casa a Parigi. Col marito Bertrand (Frédéric Pierrot, uno dei migliori interpreti francesi attualmente sulla piazza, che presto potremo apprezzare nei nostri cinema in "Polisse" di Maewan, film premiato a Cannes) e la figlia adolescente Zoe, vorrebbe trasferirsi in un appartamento da ristrutturare di proprietà dei suoceri nel Marais. Julia, che sta facendo un'inchiesta sui rastrellamenti parigini del 1942 e in particolare sul tragico episodio normalmente indicato come la retata di Vel d'Hiv (il velodromo d'inverno), scopre che nella casa, negli anni quaranta, vivevano gli Starzinsky, una famiglia ebrea deportata nei lager.
Julia (che non sta attraversando un momento facile in famiglia, anche a causa di una tardiva e inattesa gravidanza che non suscita propriamente gli entusiasmi del compagno) si appassiona a questa storia, specie dopo che ha scoperto che i due figli piccoli degli Starzinsky non risultano nelle liste delle vittime. Che cosa sarà successo alla piccola Sarah e al piccolo Michel? Parallelamente alle ricerche di Julia, il film segue la rocambolesca fuga dai campi di prigionia della piccola Sarah (la vivace Mélusine Mayance) verso Parigi, verso la salvezza e verso la vita, portando sempre con sé una chiave che per lei (e non solo per lei!) ha una importanza vitale. Aiutata da un'anziana coppia (Niels Arestrup e Catherine Frot, entrambi bravissimi e toccanti), la bambina riesce a salvarsi; ma i fantasmi del passato e dei familiari portati via dagli orrori della guerra non se ne andranno mai. Julia, sempre più decisa a sapere come sono andate realmente le cose, si mette in testa di incontrare Sarah, ovunque lei si trovi.

A quasi dieci anni dalla vittoria a Cannes del "Pianista" (e a diciannove da quella di "Schindler's List" agli Oscar) vedere film dedicati alla tragedia della Shoah è diventato frequente; ovviamente sarebbe irragionevole pensare ogni volta di trovarsi di fronte a risultati paragonabili a quelli raggiunti da Munk, Wajda, Resnais, Polanski o Spielberg; però anche opere minori possono avere un'utilità se non altro come documento storico, visto che la memoria di troppi gravi fatti che risalgono alla seconda guerra mondiale e alle persecuzioni naziste si è persa o si va perdendo, nonostante gli sforzi di molti (tra l'altro gli eventi cui si fa riferimento qui erano stati affrontati anche in "Vento di primavera" di Rose Bosch, grande successo ai botteghini francesi del 2010).
Sicuramente ben recitato (appare pure, in un piccolo ma importante ruolo, Aidan Quinn) e a suo modo coinvolgente, "La chiave di Sara" è un film forse troppo convenzionale per entusiasmare più di tanto, ma bisogna riconoscere a Pacquet-Brenner di avere svolto un lavoro diligente. Soprattutto lui e il suo co-sceneggiatore Serge Joncour hanno rappresentato in modo credibile le reazioni dei francesi di fronte alle varie violenze; questo vale sia per coloro che sono stati complici degli eccidi (i rastrellamenti parigini furono compiuti dalla forza dell'ordine cittadina), sia per quelli che sono rimasti indifferenti (la portinaia degli Starzinsky che assiste con malcelata sufficienza allo sfollamento del palazzo); ai quali si contrappongono tutte le persone che hanno cercato di aiutare (la guardia che permette a Sarah di scappare dal campo, i nonni "adottivi" della bambina). Non  buoni da una parte e cattivi dall'altra, ma lampanti esempi di quella banalità del male, e del bene, che, come ci hanno insegnato, è vicina alla realtà dei fatti.