Recensioni

Le chiavi di casa

di Gianni Amelio

drammatico, Italia (2004)

Livio Marciano

CAST & CREDITS

cast:
Andrea Rossi, Pierfrancesco Favino, Charlotte Rampling, Alla Faerovich, Kim Rossi Stuart

regia:
Gianni Amelio

distribuzione:
01 Distribution

durata:
105'

sceneggiatura:
Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Gianni Amelio

fotografia:
Luca Bigazzi

Le chiavi di casa | Recensione | Ondacinema

Le chiavi di casa

di Gianni Amelio

drammatico, Italia (2004)

di Livio Marciano

Due uomini si incontrano alla stazione: uno sta passando le consegne di un'esperienza difficile all'altro. L'esperienza difficile si chiama Paolo, ragazzo quindicenne, nato da un parto disgraziato che ha segnato indelebilmente il suo corpo, ha ucciso la madre e allontanato il padre. Proprio il padre è uno dei due uomini della stazione. Maturato, cresciuto, segnato dalla vita e da una nuova esperienza di paternità, ha deciso di prendersi finalmente cura del figlio abbandonato tanto tempo prima. Sarà proprio Paolo, attraverso un difficilissimo percorso comune, a infondere la fiducia e il coraggio di affrontare il "problema" insegnando al padre un nuovo modo di affrontare la vita.

"Le chiavi di casa" è il nuovo, attesissimo film di Gianni Amelio. L'ispirazione della pellicola è venuta dal romanzo "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia. Il testo di Pontiggia è citato espressamente nel film: è il libro che Charlotte Rampling consiglia a Kim Rossi Stuart durante uno dei loro incontri presso la clinica tedesca.

Le chiavi di casa rappresentano la metafora principale del film. Le chiavi accompagnano lo svolgimento dell'azione, sono orgogliosamente brandite da Paolo come strumento di emancipazione e, nel contempo, come momento assoluto di chiusura del ragazzo in sé stesso, una sorta di autodifesa nei confronti dell'esterno. La chiave consente l'accesso a un luogo intimo, la casa appunto, e il luogo intimo, in questo caso, è costituito da cuore e anima del protagonista.

Paolo, come molte persone nella sua situazione, è amante della vita, ha un'energia e un'allegria incredibili, riesce ad affrontare la propria malattia cercando di ritagliarsi una normalità nelle piccole cose quotidiane, comuni ai ragazzi della sua età: il gioco elettronico, la formazione della Lazio e il calcio, la fidanzatina norvegese con la quale ha intrapreso un rapporto epistolare.

Il padre parte da una situazione di estremo svantaggio, ha troppe cose da farsi perdonare. All'inizio lo vediamo impacciato eppure assalito da una tenerezza quasi morbosa nei confronti di quel figlio che, per anni, ha finto di dimenticare.


Il viaggio a Berlino occupa la prima parte della pellicola ed è tutto giocato su questo cauto avvicinamento tra padre e figlio, con momenti di estrema tenerezza, alternati a momenti di panico e di tensione.

Questa è la parte più convincente e più riuscita del film di Amelio. Il regista sa tenersi in disparte, per lasciare spazio alla bravura dei due protagonisti. La telecamera esplora con frequenti primi piani in campo e controcampo che sanno alternare tensioni e tenerezze. I due protagonisti si inseguono, si "annusano", si studiano, cercando disperatamente di trovare un punto di incontro. Il padre continua a non accettare i momenti di chiusura estrema del figlio, i momenti in cui questi elenca gli impegni quotidiani, ostenta le chiavi di casa come simbolo di indipendenza, momenti in cui è maggiormente in difficoltà, in cui il suo mondo interiore si chiude ermeticamente a quello esterno.

In questa fase, grande rilevanza ha la figura interpretata da Charlotte Rampling, madre di una ragazza gravemente handicappata, per la quale la donna ha sacrificato ogni energia vitale. L'attrice americana funge da guida spirituale allo smarrito Rossi Stuart. Lei è portatrice del messaggio forte del film: "I portatori di handicap non soffrono molto della loro condizione, i genitori sono destinati a prendere il pesante fardello sulle proprie spalle".


Il film affronta tematiche molto difficili e, nel complesso, lo fa in maniera non banale. Bravo è il regista, soprattutto nella fase di (ri)costruzione del rapporto padre-figlio, a filmare nel modo più convincente e meno retorico gli sforzi di entrambi.

Meno convincente è la seconda parte, quando Paolo è costretto da una dottoressa, dipinta come una sottospecie di kapo' dei campi di concentramento nazisti, a subire una serie di sedute fisicamente spossanti che lo riducono, agli occhi del padre, alla stregua di una cavia da esperimenti.

Da questo momento ha luogo un viaggio iniziatico, soprattutto per il padre, che riecheggia in maniera indiretta, il precedente viaggio de "Il ladro di bambini".


Il padre decide di portare Paolo in Norvegia, dove abita la fidanzatina alla quale scrive lettere d'amore. La Norvegia rappresenta la tappa finale del viaggio dei due. Il gesto simbolico di Kim Rossi Stuart, quando si libera del bastone di Paolo gettandolo in acqua, equivale a una definitiva presa di coscienza: da questo momento, sembra dire il genitore, sarò io a prendermi cura di te.

Non è un rapporto sperequato. Il gesto è bilanciato, nell'ultima scena del film, dal bambino che rimbrotta il genitore, incapace di reagire al momentaneo autismo del figlio se non con il pianto. Paolo apostrofa il padre con il suo consueto accento romanesco con una frase che risuona come monito per l'intera vicenda: "Nun se fa' così". Questa frase racchiude una notevole forza pedagogica e un'intrinseca generosità: il bambino, pur conscio delle gravi mancanze del padre, ha perdonato, ma non dimenticato. Ancora una volta sarà Paolo a uscirne vincente.

L'argomento è delicato, tuttavia il regista sa trattarlo con estrema abilità e, almeno nella prima parte, il film risulta decisamente sopra la media. Alcuni momenti sono eccessivi, come il personaggio di Charlotte Rampling, non del tutto convincente abbarbicato com'è nel clichè di "Giovanna d'Arco al rogo".


La seconda parte invece è molto più convenzionale, a cominciare dal momento della clinica, fino al viaggio in Norvegia, tutto un po' troppo scontato, un po' troppo semplicistico, per una pellicola che fino a quel momento aveva dato altre e più sincere emozioni. Sembra che Amelio spinga sull'acceleratore dei sentimenti per la massa, rendendo il film un "Rain Man" all'amatriciana.

Una nota positiva è l'interpretazione. Tutti gli attori sono molto bravi: il giovane Andrea Rossi nella parte pressoché di sé stesso e, soprattutto, va sottolineata la prova di Kim Rossi Stuart, che palesa notevole intensità drammatica.


Con questo "Le chiavi di casa" Gianni Amelio dimostra il suo talento di regista, particolarmente abile nel raccontare storie molto radicate nella realtà, ma conferma anche il suo limite più importante, cioè di non riuscire a comunicare un continuum di emozioni vere, concrete.

Lo stile di Amelio concede ampio spazio alle storie e ai loro protagonisti. Detto così potrebbe apparire un grande pregio, invece, dopo aver visto un film del regista calabrese, si prova una sensazione ambivalente: la forma appare sempre convincente, ma nel suo cinema aleggia costantemente il sospetto di qualcosa di artefatto, di convenzionale e di falso, nonostante l'evidente partecipazione emotiva.