Cliff Walkers | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Matteo Zucchi
6.5/10

Cliff Walkers Hong Kong libera

Per coloro che conoscono bene il cinema di Zhang Yimou e soprattutto i suoi sviluppi (non più così) recenti “Cliff Walkers” si presenta come una pellicola piuttosto prevedibile, inserendosi perfettamente non solo nel filone dei fastosi drammi in costume per cui il regista è più conosciuto, ma anche in quello maggiormente frequentato negli ultimi anni delle pellicole di ambientazione bellica che descrivono i passaggi più convulsi che hanno portato alla nascita della Repubblica popolare cinese. Ovviamente restando sempre “fedele alla linea”. Tutto ciò non vuol dire che l’ultima opera dell’autore di “Lanterne rosse” non sia interessante e, soprattutto, intrattenente, dato che l’ex-araldo del cinema d’autore cinese sa molto bene come gestire una narrazione che tenga il pubblico sulle spine e al contempo riempirla di buoni sentimenti, pathos melodrammatico e giudizi morali (che sono anche politici, ovviamente). Rifacendosi all’intuizione avuta anni orsono da Simone Pecetta recensendo “The Flowers of War”, Zhang è divenuto sempre più simile a una sorta di corrispettivo cinese dello Steven Spielberg più retorico, confezionatore di grande spettacolo che assume la funzione abbastanza scoperta di indicare dei modelli di comportamento civile, considerando le debite differenze dei sistemi socio-politici in cui operano, senza però avere quella capacità di stratificare l’interpretazione degli eventi storici ricostruiti in modo da evitare la vera e propria agiografia (“Lincoln”, “The Post”).

Ma, smaltite le sovrabbondanti premesse, com’è di preciso “Cliff Walkers”? In primo luogo una spy story ben ritmata e non poco ambiziosa, non solo per la magniloquenza dell’affresco storico (di cui il regista è ormai una garanzia), ma in primis per la costruzione via via più labirintica della narrazione, inserente complotti, tradimenti, doppi giochi, tripli giochi, drammi famigliari e agnizioni l’uno dentro l’altro, ad libitum. Non di rado è ricorrente nella pellicola la ripresa dall’alto che segue lo spostamento di uno o più protagonisti nella loro fuga attraverso i binari di una stazione o vicoli intricati, mostrante a livello visivo il vagare narrativo dei protagonisti in una vicenda che vorrebbe essere complessa e per niente lineare. Fin da questa metafora la storia dei quattro agenti segreti del PCC paracadutati dai sovietici nel Manchukuo occupato dai giapponesi per recuperare un testimone delle atrocità dei campi di concentramento nipponici inizia però a incartarsi: quelle panoramiche dall’alto finiscono per mostrare la linearità narrativa (e teleologica) sui cui binari la vicenda dei protagonisti si muove o in alternativa rappresentare l’illeggibilità di una ratio negli spostamenti in un letterale labirinto, se non ci fosse la guida del regista a renderli comprensibili. Che quest’approccio quasi paternalistico non sia obbligato lo si può evincere anche da un altro film presentato al FEFF 2021, ovvero “Limbo” di Soi Cheang, in cui la ripresa dall’alto di una realtà confusa, intricata e materica spinge lo spettatore a gettarsi alla ricerca di un elemento significativo in quell’incredibile marasma in bianco e nero.

“Cliff Walkers” fallisce nell’elevare la sua intricatezza narrativa a componente strutturale ricorrente e fondamentale della pellicola e soprattutto nel portarla a un tale di livello di complessità e illeggibilità da divenire un sublime vortice che trascina gli spettatori attraverso le sue comunque appassionanti due ore. A volte alcuni passaggi del racconto paiono confusi ma la responsabilità sta semmai nella sceneggiatura di Quan Yongxian che, tesa al continuo accumulo di personaggi e situazioni, talvolta non riesce a prepararne l’occorrere in maniera adeguata, producendo qualche attimo di confusione piuttosto che un travolgente senso di assorbimento nella narrazione. Ma in fin dei conti tutto è chiaro nel film di Zhang Yimou: le due coppie di spie sono eroi che non vacillano (ma copiosamente piangono raccontandosi i propri drammi personali), il misterioso ufficiale nemico che interviene per rendere la loro missione ancora possibile non è un quadruplogiochista ma il compagno più fedele e pronto al martirio che ci sia, gli antagonisti sono ottusi, si sopravvalutano continuamente e, a quanto pare, non sanno sparare, data la facilità con cui si fanno uccidere a frotte da fuggitivi sfiniti e feriti. Una breve annotazione prima di concludere la merita il comparto fotografico e scenografico, notevole, come ci si può attendere dal regista di “Hero”, ma molto meno ispirato che in passato, forse incapace di trovare una chiave interpretativa estetica forte in un mare di neve bianca e cupi edifici grigi (ma gli interni esplodono di luce, forse anche troppo).

In generale, si possono forse attribuire almeno in parte la monotonia e la linearità di “Cliff Walkers”, in apparente contraddizione con le premesse narrative, alle ristrettezze produttive della pellicola, rallentata dalla pandemia e venuta dopo il controverso “One Second”, storia di un fuggitivo dai campi di lavoro durante la rivoluzione culturale, la cui mancata presenza alla Berlinale è stata letta da alcuni come un tentativo di censura da parte del PCC, dato che, come si sa, i panni sporchi si lavano in casa (e difatti il precedente film sul tema di Zhang, “Coming Home”, è stato visto all’estero solo in alcuni festival). Rispetto al già citato “Flowers of War” e al recente “The Great Wall”, “Cliff Walkers” pare diretto in primo luogo al pubblico domestico, ostentando la sua natura propagandistica (tutti quei riferimenti al non necessitare di cose occidentali e la ostentata preferenza di alcuni protagonisti per quelle cinesi) ma al contempo apparendo molto meno retorico e bellicoso di altri film ambientati negli anni della seconda guerra sino-giapponese. Stranamente, per una pellicola del succitato filone, i nipponici vengono appena citati, preferendo come nemici i collaborazionisti del Manchukuo, evitando così non solo di dover convocare attori giapponesi ma anche di accrescere un sentimento anti-nipponico sempre diffuso nella Repubblica popolare, in una situazione politicamente sempre più calda. Inoltre, così facendo, nessuno potrà recriminare la propria rappresentazione grottesca in quanto nemici, dal momento che il Manchukuo è sparito fra le sabbie del tempo assieme ai suoi sostenitori. A dir poco esplicita al riguardo è la letterale ultima sequenza della pellicola, la brutale uccisione da parte del triplogiochista Zhou del traditore che per avere salva la vita ha svelato il piano dell’“operazione Utrennya”, “alba” in russo, terminante con il letterale inabissarsi della nave contenente il cadavere nelle acque di un lago ghiacciato. Con mezzi molto diversi il PCC riserva ai traditori della Cina solo la cancellazione dalla Storia, ora come 85 anni fa, lasciando forse intravedere cosa ci sia all’orizzonte, dopo che si è stati accecati dall’albeggiare del “sol dell’avvenir”.


26/06/2021

Cast e credits

cast:
Zhang Yi, Qin Hailu, Zhu Yawen, Liu Haocun, Yu Hewei, Ni Dahong, Lei Jiayin, Yu Ailei, Li Naiwen


regia:
Zhang Yimou


titolo originale:
Xuányá zhī shàng


durata:
120'


produzione:
China Film Group Corporation, Emperor Group, Shanghai Film Group, Huaxia Film Distribution


sceneggiatura:
Quan Yongxian, Zhang Yimou


fotografia:
Xiaoding Zhao


scenografie:
Mu Lin


montaggio:
Yongyi Li


costumi:
Minzheng Chen


musiche:
Yeong-wook Jo


Trama
Metà anni 30. Nello stato fantoccio giapponese del Manchukuo si infiltrano quattro agenti del PCC addestrati in Unione sovietica per svolgere l'"operazione Utrennya", recuperare il sopravvissuto da un campo di concentramento nipponico e farlo espatriare perché possa raccontare al mondo intero ciò che avviene in Manciuria. Un tradimento però fa finire una coppia nelle mani dei collaborazionisti che fingono di essere loro alleati e costringe gli altri due a darsi alla macchia. Mentre il cerchio attorno a loro e al successo dell'operazione si stringe, un insperato aiuto da parte di un triplogiochista dà loro una speranza.