CAST & CREDITS

cast:
Connor Jessup, Alioscha Schneider, Aaron Abrams, Joanne Kelly, Isabella Rossellini

regia:
Stephen Dunn

durata:
90'

produzione:
Kevin Krikst, Fraser Ash, Edward J. Martin

sceneggiatura:
Stephen Dunn

fotografia:
Bobby Shore

montaggio:
Bryan Atkinson

musiche:
Todor Kobakov, Maya Postepski

Closet Monster | Recensione | Ondacinema

Closet Monster

di Stephen Dunn

drammatico, Canada (2015)

di Stefano Santoli

Voto: 7.5

L'esordio nel lungometraggio di Stephen Dunn, che al 40° festival di Toronto ha vinto il premio come miglior film canadese, è passato a Roma del tutto sotto silenzio, confinato - un po' incongruamente e oltretutto fuori concorso - nella sezione "Alice nella città". Si tratta invece di un esordio degno della massima attenzione: un'opera immaginifica che, seguendo le orme di Xavier Dolan (di cui Dunn è coetaneo), non rinuncia a citare anche Cronenberg per coinvolgere lo spettatore nel coming-of-age di Oscar (Connor Jessup), un ragazzo alla scoperta della propria omosessualità, in un contesto sociale da cui emerge un livello di omofobia preoccupante.

Diciamo subito che l'emulazione di Dolan è evidente. Anzi lo è al punto da non costituire un limite su cui insistere (meno che mai un difetto): Dunn, oltre a rivelarsi assolutamente padrone del mezzo con una messa in scena a dir poco vivida, sembra possedere una sua personale cifra estetica, tutt'altro che embrionale, che lo distingue dal famoso collega. E' vero che Dunn indugia nell'uso enfatico del ralenti e in altri stilemi, molti dei quali Dolan stesso ha mutuato, facendoli propri, da Wong Kar Wai. Come Dolan, Dunn fa della colonna sonora pop un elemento trainante a livello emozionale, la via privilegiata per entrare in empatia con il protagonista. Evidentemente Dunn sente vicino il mondo poetico del suo coetaneo e connazionale. Ma ama anche mescolare e confondere realtà e immaginazione, per calarci nel mondo intimo del suo protagonista assumendo una focalizzazione totalmente interna, in cui diventa subito irrilevante distinguere ciò che vediamo veramente da ciò che vede o immagina Oscar. Il criceto parlante doppiato da Isabella Rossellini - la scelta sulla carta più rischiosa del film - appare quindi perfettamente amalgamato con il racconto, tutto centrato sull'interiorità di Oscar. Quel criceto parla evidentemente soltanto nella testa del ragazzo, e contribuisce fra l'altro a stemperare il tono del film, che è cangiante, mai solamente drammatico, ma svaria dal grottesco al surreale, dalla commedia al sentimentale, rimanendo sempre antinaturalista. Tra le scene oniriche e visionarie di cui è costellato il film, colpisce come in questo colorato caleidoscopio riesca a trovar posto senza forzature persino Cronenberg. Il grande maestro canadese viene omaggiato da Dunn nelle scene in cui Oscar immagina protuberanze uscirgli dal ventre, e nella sequenza in cui il suo primo approccio omoerotico, rievocandogli il ricordo di un pestaggio omofobo cui aveva assistito da piccolo (visione ricorrente, dalla quale è ossessionato), lo fa star male al punto da fargli letteralmente vomitare chiodi, sangue e bulloni.

Oscar è dotato di fervida immaginazione e ha la passione per il trucco artistico. Sogna di coltivare questa passione studiando in una prestigiosa accademia di New York, e intanto lavora come commesso in un magazzino dove conosce Wilder, il quale con la sua efebica bellezza getta nello scompiglio la sua fragile stabilità, confondendolo e turbandolo. Wilder - interpretato da Alioscha Schneider (somigliantissimo al fratello Niels che compare in più di un film di Dolan, e in un ruolo analogo ne "Les amours imaginaires") - è la leva della cognizione sessuale di Oscar, che comprende confusamente di essere attratto dai maschi, e si sente schiacciato dall'esplicita omofobia del padre. Si scatena un palese conflitto edipico, che prevedibilmente tende a riportarlo dalla madre. Se Dolan, nella sua filmografia, ha insistito ripetutamente sul rapporto madre/figlio, Dunn sembra più interessato all'emancipazione dal padre, portatore di un'ottusa mentalità mascolina. Inoltre, mentre i protagonisti di Dolan sono ben consapevoli dei propri orientamenti sessuali, ciò che "Closet Monster" approfondisce è la difficoltà dell'adolescente a comprendere le proprie inclinazioni, fra desideri e paure, e con la presenza ingombrante del super-io paterno. Nel film di Dunn emerge con evidenza la difficoltà, per la scoperta della propria sessualità, a insorgere spontanea e genuina. Il conflitto che il regista mette in scena con il padre, prima di essere espressione del contrasto fra individuo e mentalità sociale dominante, è un conflitto drammaticamente interiorizzato dal protagonista, perciò anche più drammatico. "Closet Monster" può essere letto allora come una speciale forma di rito iniziatico, con tutta la sofferenza e il dolore che un'iniziazione porta inevitabilmente con sé.
Per adesso registriamo un esordio magari non folgorante ma degno di nota e assolutamente promettente, e attendiamo i prossimi film di Dunn per scoprire quale percorso prenderà la sua personale vena visionaria.