CAST & CREDITS

cast:
Michael Stahl-David, Mike Vogel, Lizzy Caplan, Jessica Lucas, T.J. Miller

regia:
Matt Reeves

distribuzione:
Paramount Pictures

durata:
85'

produzione:
J.J. Abrams, Dave Baronoff, Bryan Burk

sceneggiatura:
Drew Goddard

fotografia:
Michael Bonvillain

Cloverfield | Recensione | Ondacinema

Cloverfield

di Matt Reeves

fantascienza, Usa (2008)

di Alessandro Baratti

Voto: 9.0

A una prima visione, l'impressione è che si tratti di un film semplicemente epocale. Reset sull'immaginario. Entro in sala senza sapere una cippa (e scevro di hype, non seguendo serie televisive e non essendomi informato precedentemente). Mi trovo di fronte a una videoguerra dall'impatto devastante. Qualche trascurabile lungaggine di sceneggiatura (nella sequenza della festa e in pochi altri frangenti) e qualche stridente inverosimiglianza (dovuta comunque ad una padronanza di scrittura così mostruosa da degenerare inevitabilmente in autoindulgenza) non inficiano minimamente un film che in preda all'euforia arrivo a definire il Citizen Kane dell'immaginario postmoderno (collocato naturalmente nelle coordinate del macrogenere action/ fantahorror/ catastrofico/ bellico/ documentaristico). La riscrittura della realtà secondo parametri video è finalmente avvenuta. Da "King Kong" a "Zombie", passando per "Cannibal Holocaust" e "The Host" (peccato non aver visto il recente blockbuster coreano "D-War", che a occhio e croce c'entra eccome), "Cloverfield" frulla l'immaginario contemporaneo in un'estetica dell'impatto che è shock, stordimento e videosopravvivenza. La morale non è più etica, è ottica.

Autoironia e autocritica: sono questi i due concetti che si impongono alla seconda visione. Gran parte dell'impatto, come prevedibile e previsto, evapora, lasciando spazio al lievito teorico che alimenta questa devastante scorribanda distruttiva nell'immaginario postmoderno. Si potrebbe parlare della messa in scena plug and play che innesta direttamente lo sguardo nel sistema nervoso della catastrofe. Videocamera maltrattata ma a prova di bomba, di esaurimento, di commestibilità. Lei sopravvive all'apocalisse. Lei è l'apocalisse. Si potrebbe parlare della scrittura, autentico esercizio di funambolismo e spericolatezza narrativa, vero e proprio skating tra le macerie del racconto, in cui i personaggi hanno comunque il tempo e lo spazio di definirsi come corpi e psicologie: caratteri in azione. E invece è bene parlare d'altro, del modo in cui "Cloverfield" mette alla berlina la propria esistenza, si suicida teoricamente nel momento in cui si dà a vedere.

Dapprima assegnata a Jason (il fratello di Rob che non a caso è il primo a crepare), la videocamera va a finire nelle mani di Hud, il bonaccione (e frescone) del gruppo. Esaltante parodia dell'auteur borioso e consapevole, Hud cazzeggia a ruota libera con la videocamera riprendendo un po' a casaccio un po' no, rendendola a tutti gli effetti una protesi del proprio corpo. Anzi, facendosi inglobare da questa (sembra diventare invisibile dietro la videocamera, oggetto che tende a riassumerlo, a cancellarlo in quanto essere umano). "Io documento", ripete ossessivamente Hud, in evidente trance da real tv. E qui veniamo al cuore pensante del film: "Cloverfield" (titolo che alla lettera significa "campo di trifogli", ma che contiene in sé l'anagramma di "video") è la visione invasiva e non autorizzata (lo spettatore è programmaticamente collocato fin dall'inizio in un regime di illegalità: sta vedendo abusivamente dei filmati coperti da segreto militare), la visione rapace e insaziabile dell''immaginario cinetelematico contemporaneo (la paura di finire su internet espressa da Beth è il rovescio della medaglia dell'ansia documentaria di Hud). La voracità con cui la videocamera-Hud si nutre degli eventi disastrosi e cruenti (come nel caso "sconsigliato" del soldato sventrato trasportato in barella) e fagocita le immagini che incontra sul suo cammino (parassitando i videofonini durante la festa, vampirizzando il televisore di casa, divorando i monitor nel negozio preso d'assalto) ci dice che l'autentico mostro è questa visione affamata di sangue e di carne delle persone ("mangiava gli uomini", ripete sconvolta Marlena).

Con la stessa impassibile implacabilità dell'operatore dei "Quaderni di Serafino Gubbio", Hud, ormai totalmente assorbito e ammaliato da "Cloverfield", riprende tutto, anche la propria morte, ché questa visione è talmente avida e vorace da chiedere sempre di più, fino all'annientamento completo. Chiunque abbia accettato la logica video soccombe.

"Cloverfield" non perdona: il mostro si palesa tangibilmente proprio a Central Park, quando Hud va a recuperare la videocamera. Già perché è la videocamera (il suo sguardo in macchina non è abbastanza eloquente?). Una volta annientato Hud, "Cloverfield" svanisce in una messa a fuoco "peristaltica" (come se lo stesse digerendo). Ma il suo appetito è soddisfatto solo per un istante. Poi desidera tritare Rob e Beth, che gli si danno volontariamente in pasto nel più succulento dei modi: declinando le proprie generalità e dichiarandosi amore reciproco. Real tv perfetta. Alla fine dei titoli di coda un rutto.

(in collaborazione con Gli Spietati)