CAST & CREDITS

cast:
Roberto Farías, Antonia Zegers, Alfredo Castro, Alejandro Goic, Alejandro Sieveking, Jaime Vadell, Marcelo Alonso, José Soza, Francisco Reyes

regia:
Pablo Larrain

distribuzione:
Bolero Film

durata:
98'

produzione:
Fabula

sceneggiatura:
Guillermo Calderón, Daniel Villalobos, Pablo Larraín

fotografia:
Sergio Armstrong

scenografie:
Estefanía Larraín

montaggio:
Sebastián Sepúlveda

costumi:
Estefanía Larraín

musiche:
Carlos Cabezas

Il club | Recensione | Ondacinema

Il club

di Pablo Larrain

drammatico, Cile (2015)

di Diego Capuano

Voto: 8.0

Al consueto passaggio dai titoli di testa ai primi fotogrammi, la plumbea luce si affissa inesorabilmente ai bordi della pellicola, opprimendone il centro, il cuore del film stesso. Si aspetta invano qualche esplosione luminosa nell'opera quinta del cileno Larraín. Qua e là un raggio di sole fa capolino ma viene soffocato sul nascere, la penombra di ieri prevale sull'albore del domani. Nel Club è già tutto accaduto. La repressione dittatoriale di Pinochet avvolge inesorabilmente l'impunita Storia e le storie di una civiltà che qui si pone ai margini geograficamente oltre che per un'umanità spettrale ma armata (e non solo metaforicamente) che attraversa l'intero film.
"Il club" nasce dagli anni scolastici di Pablo Larraín, vissuti tra insegnanti sacerdoti che l'autore suddivide in buoni, cattivi e dispersi. Esiliati non si sa dove e per motivi ignoti. Dove sono quindi e cosa fanno questi preti sconsacrati dalla stessa Chiesa?

Fin dall'ambientazione - La Boca, lungo la costa cilena - ci troviamo in un territorio che pare situato ai limiti del mondo. La primissima scena ci mostra Padre Vidal che giocando e addestrando il suo cane sulla spiaggia sembra disegnare e ricalcare un cerchio che segna e già sottolinea un circuito territoriale chiuso, impenetrabile, non pienamente raccontabile. I membri del Club si prendono cura della casa, coltivano il proprio orticello.
Padre Vidal si ferma e guarda un orizzonte lontano; ma neppure a distanza siderale intravede un corpo estraneo alla prigione della fede in cui è racchiuso.
Larraín traccia le coordinate per la visione: un tragitto ostico e ostile. Onesto nell'adesione alla materia, perfettamente spalmata su filtri e lenti di matrice sovietica che producono una oscura corazza che pare tenere gli occhi dello spettatore costantemente semichiusi. Obiettivo nell'esposizione, adopera la Parola inglobandola in un'etica inscindibile dal piano estetico.
In questa routine due interconnessi ingressi fanno scricchiolare le poche certezze (di facciata) rimaste: quello di Padre Lazcano - che farà poi emergere la figura di Sandokan - e quello di Padre Garcia. Giovane prete dal gran carisma, quest'ultimo intraprende un'indagine dedita a fare chiarezza sulle cause della morte di Lazcano, ma è soltanto una trama da pseudo-thriller che permette al regista di utilizzare un impianto "di genere" per scandagliare un passato denso di azioni e crimini indicibili, che naturalmente emergeranno soltanto in piccole dosi.

Con una scelta di sacrale limpidezza, il susseguirsi di colloqui è cadenzato da un rigoroso utilizzo del primo piano in campo e controcampo tra questa sorta di psicologo/orchestratore spirituale e i membri del Club. Lo sporco passato scoperchiato sprigiona taciti consensi dell'esercito cattolico verso l'esercito dittatoriale, storie di abusi, bambini rubati, stuprati.
Le poche e terrificanti parole addizionate ai silenzi vissuti sui volti simil-vampireschi di questa batteria criminale producono come risultato Sandokan, il tragico personaggio che ha indotto al suicidio Lazcano. Il corpulento uomo, che si aggira intorno alla casa come una eterna eco, è in un certo qual modo, pur nelle proprie storture, l'unica figura vivida e concreta del lotto. Una presenza costante che, a dispetto del ripetitivo lamento che scandisce gli abusi subiti da bambino, risulta la sola impregnata da una forte parvenza spirituale. In questo circuito la convinzione di Sandokan di aver ricevuto amorevole fede attraverso i perpetrati abusi è sovrapposta alle parole di Vidal, che arriva a percepire un Dio orgoglioso di aver creato figli come lui, stabilendo le deformazioni di una vita condannata all'eterna disonestà.
Dal contrappunto grottesco di un cane levriero sfruttato per corse clandestine ma unico portatore di affetto (l'"unico cane nominato dalla Bibbia", dirà Padre Vidal in un impeto di patetica convinzione) alle indelebili ferite di un passato senza fine, tutto concorre ad arginare un qualsiasi processo di redenzione per questo manipolo di peccatori che il regista ci consegna come uomini. Criminali ma esseri umani.
Lateralmente ma in prima linea si staglia Sorella Mónica, angelo del focolare che si pone come rappresentante femminile laddove una tipica gerarchia ecclesiastica confina ai margini il ruolo della donna, in una  scala che può dirsi a tutti gli effetti machista. Ma la donna fin dal principio erige paletti per equilibrare il tacito silenzio di un meccanismo represso ma crogiolato in una eterna dannazione.

Sarebbe tanto ovvio quanto inappropriato pensare a "Il club" come a un film di denuncia, coraggioso atto d'accusa verso l'istituzione cattolica, a un tribunale cinematografico che si prefissa di smontare i pilastri della Chiesa. No, "Il club" è per il cineasta cileno un'altra tappa di un itinerario che fotografa il Dio Potere che tutto genera e tutto distrugge. L'uomo, innanzitutto.
E, come suggerisce il quieto ma agghiacciante finale, soprattutto una disperata riflessione sull'inscindibilità tra luce e tenebra, bene e male. Di ogni razza o religione, fuori e dentro la Casa del Signore.