CAST & CREDITS

cast:
Adam Sandler, Dustin Hoffman, Steve Buscemi, Melonie Diaz, Cliff Smith, Lynn Cohen, Ellen Barkin

regia:
Thomas McCarthy

distribuzione:
Barter Entertainment

durata:
99'

produzione:
Next Wednesday Productions, Voltage Pictures

sceneggiatura:
Thomas McCarthy, Paul Sado

fotografia:
Mott Hupfel

scenografie:
Stephen H. Carter

montaggio:
Tom McArdle

musiche:
John Debney, Nick Urata

Mr Cobbler e la bottega magica | Recensione | Ondacinema

Mr Cobbler e la bottega magica

di Thomas McCarthy

commedia, Usa (2014)

di Eugenio Radin

Voto: 4.5
"It's a privilege to walk in another man's shoes, Max, but it's also a responsibility"


Forse sarebbe stato meglio prestare ascolto ai botteghini americani prima di rimboccarsi le maniche e di affaccendarsi per portare sul grande schermo italiano il penultimo lavoro, mai uscito nei cinema dello Stivale, del regista e sceneggiatore statunitense Tom McCarthyMa il flop che "The Cobbler" registrò in patria un paio d'anni fa non è stato un avvertimento sufficiente per frenare la distribuzione italiana, speranzosa probabilmente di poter mettere le mani su un altro "caso Spotlight": il recente film girato dallo stesso McCarthy, trionfatore dell'ultima edizione degli Academy Awards.

Purtroppo la distanza tra le due opere rimane incolmabile ed è difficile, assistendo alla visione di questo inedito, riconoscere la mano del regista di New Providence: la stessa mano che ci ha da poco donato quel più che discreto film-inchiesta valso al suo ideatore la statuetta alla miglior sceneggiatura.

La storia di Max Simkin (Adam Sandler), umile calzolaio di origini ebraiche, imbattutosi misteriosamente in una macchina magica in grado di fargli assumere le sembianze dei propri clienti, altro non è se non una commediola spensierata e a tratti demenziale, che potrà anche funzionare all'interno della scarna distribuzione estiva italiana, ma che difficilmente riuscirà a rimanere nella nostra memoria più a lungo di una stagione.

Se registicamente c'è poco su cui soffermarsi (la tecnica rimane per lo più invisibile, privilegiando essa l'immedesimazione rispetto al virtuosismo), se il cast di grandi nomi non offre altrettanto grandi performance (se Adam Sandler tutto sommato se la cava e Steve Buscemi rimane nella media, il grande problema è invece Dustin Hoffman e il sorriso naïf che gli viene costantemente imposto), il nocciolo critico della pellicola sta però nella scrittura, ovvero proprio lì dove dovrebbe celarsi il punto forte di McCarthy.
Gli intenti artistici, esplicati più volte in svariate interviste, faticano a realizzarsi e a trovare una solida espressione nel risultato finale, rimanendo semplici propositi mal sviluppati e lasciati in sordina.

Se la narrazione vorrebbe rappresentare un viaggio verso una maggiore consapevolezza da parte del protagonista, reso capace per mezzo di un incantesimo di studiare la realtà sotto altri punti di vista (è chiaro il rimando al modo di dire inglese: "To walk a mile in another man's shoes", ovvero appunto: "mettersi nei panni di qualcun altro"); se cioè le metamorfosi di Max dovrebbero portarlo pian piano a correggere la propria visione di sé, a colmare il cinismo e il vuoto lasciato nel suo cuore dall'abbandono del padre; se insomma le premesse sembrerebbero condurci verso un certo tipo di prodotto, incentrato sul percorso interiore, sulla presa di coscienza del Sé attraverso l'uscita (hegeliana per certi versi) dal Sé medesimo; alla fine, di tutta questa profondità di intenti sopravvive invece gran poco: appena il necessario per farci intuire le buone intenzioni iniziali.
Ciò che invece pian piano prevale nella gestazione della pellicola è l'aspetto demenziale se non, peggio ancora, la comicità fasulla e poco efficace costruita su cliché.

Il criminale Leon Ludlow (interpretato dal rapper "Method Man"), i vari travestimenti di Max (si va dal transessuale, allo zombie, al ragazzetto sovrappeso) sembrano in effetti usciti direttamente dalle produzioni demenziali americane, sulla scia di quegli "Scary Movie" o "Epic Movie", che hanno più volte infestato le sale nei primi anni Duemila e che ora, com'era prevedibile, sono finiti nel dimenticatoio.

La colpa è forse attribuibile a un'idea troppo vaga in partenza e mal strutturata nel corso della lavorazione. McCarthy, l'ha dimostrato, è tutt'altro che un incapace, ma probabilmente il genere della commedia (forse la formula cinematografica più difficilmente trasformabile in un buon prodotto) non gli è congeniale: in fin dei conti però questo "Mr. Cobbler" è un passo falso che, col senno di poi, non fatichiamo a perdonare, soprattutto alla luce della sua ultima fatica, in grado di annullare in un sol colpo ogni possibile rancore.