CAST & CREDITS

cast:
Cam Gigandet, Anson Mount, Freddy Rodriguez, Xzibit , Kenneth Miller, Kathleen Robertson, William Fichtner, Eddie Kaye Thomas

regia:
John Stockwell

distribuzione:
Koch Media

durata:
90'

produzione:
Voltage Pictures, The Weinstein Company

sceneggiatura:
Kendall Lampkin

fotografia:
Peter Holland

scenografie:
Guy Barnes

montaggio:
Ben Callahan

costumi:
Miye Matsumoto

musiche:
Paul Haslinger

Code Name: Geronimo | Recensione | Ondacinema

Code Name: Geronimo

di John Stockwell

azione drammatico, Usa (2012)

di Lorenzo Taddei

Voto: 5.0
Cominciamo col dire che questo non è cinema.
Difatti, con uno splendido titolo da serie tv "Seal Team 6: The Raid On Osama Bin Laden" esce negli Stati Uniti non nelle sale, né sulla Fox, ma direttamente su National Geographic Channel. E quindi veniamo alla seconda peculiarità di questo film: il fine di propaganda. Uscito a pochi giorni dalle elezioni presidenziali, su un'emittente che in qualche modo gli attribuisce valore documentaristico, il film di Stockwell ripercorre - guarda caso - il picco più importante del primo mandato di Obama.

La storia è quella che conosciamo.
Con alcuni particolari forse meno conosciuti, come la confessione del detenuto nella  "prigione nera" in Polonia che apre il film e accelera la ricerca, o i dettagli dell'ombra e poi dell'arma che "provano" la presenza di Bin Laden all'interno del rifugio di Abbottabad in Pakistan.
Dalla tragedia delle torri, quasi dieci anni ci sono voluti per trovarlo. E oltre mezzora di film prima di sentir pronunciare il suo nome. Persino la squadra dei Navy Seals incaricata della missione ne è all'oscuro.
Il nome in codice è: Geronimo. Per una volta la versione italiana del titolo suona più diretta ed efficace dell'originale e mette in luce il paradosso intrinseco al nome in codice scelto dagli americani.
Il leggendario capo Apache che sfuggì per lungo tempo alla cattura dei cowboys, aveva tutto il diritto non solo di scappare, ma di far guerra agli invasori. Ecco perché chiamare Bin Laden Geronimo, denota una chiara arroganza revisionista e rischia paradossalmente di riabilitare la figura del leader di Al Quaeda. 

Se Stockwell attore lo ricordiamo protagonista in "Christine la macchina infernale" di Carpenter o nel ruolo di Bill "Cougar", il pilota traumatizzato dal Mig sovietico in "Top Gun", Stockwell regista ce lo scorderemmo volentieri per film come "Turistas" o peggio ancora "Trappola in fondo al mare".
Anche stavolta, dinanzi a un argomento così delicato e complesso, all'epilogo della pagina di storia più cupa del ventunesimo secolo, si è posto con la stessa faciloneria, distribuendo a casaccio battute ad effetto e slogan patriottici privi di convinzione ed evitando di approfondire sia il lato umano, che quello politico.
Il suo unico intento sembra voler essere sistemare le cose. In modo distaccato, raccontar(si) come alla fine il bene abbia trionfato, senza andar oltre l'aspetto tecnologico della missione. La scena si alterna fra il braccio armato e la mente operativa, dal Pakistan alla Virginia, in un balletto intervallato da sparatorie e soggettive da videogame, a riprodurre le microcamere montate sugli elmetti dei Seal o sul loro cane addestrato.

Più che fazioso, il film è vuoto. Il casting ne è la prova più lampante. Non solo il team di "tronisti" scelti per la missione, ma anche i due pakistani infiltrati dalla CIA, vien da chiedersi perché i pakistani che stanno coi buoni sono belli e aitanti, mentre i pakistani che stanno coi cattivi, o che semplicemente non stanno con nessuno (vedi poliziotti) sembrano normalissimi pakistani. Il meglio si raggiunge nel terzetto di attori che compone la mente dell'intelligence a stelle e strisce: William Fichtner, Kathleen Robertson e Eddie Kaye Thomas ovvero: il colonnello Sharp di Armageddon, Clare di Beverly Hills 90210 e Paul Finch alias "pausa merda" di American Pie.
Che quei tre riescano a far fuori Geronimo?
Non lo so, ho pensato, sarebbe come se per catturare Provenzano ingaggiassero i Trettrè.