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La commedia del potere

di Claude Chabrol

commedia, Francia (2006)

CAST & CREDITS

cast:
Patrick Bruel, Robin Renucci, Isabelle Huppert, François Berléand

regia:
Claude Chabrol

distribuzione:
BIM

durata:
110'

produzione:
Françoise Galfré, Patrick Godeau, Alfred Hürmer

sceneggiatura:
Odile Barski, Claude Chabrol

fotografia:
Edouardo Serra

La commedia del potere | Recensione | Ondacinema

La commedia del potere

di Claude Chabrol

commedia, Francia (2006)

di Luca Pacilio

Voto: 7.0

Il titolo originale del film ("L'ebbrezza del potere") rende sicuramente meglio l'ambiguità della questione: non solo al dominio sconsiderato dei signori dei piani alti ci si riferisce ma anche al potere crescente della giudice protagonista che nel cuore di quel mondo corrotto è pronta a colpire, bazooka alla mano. E che la protagonista sia una soldatessa nell'adempimento di una missione il regista ce lo sottolinea con alcuni gustosi dettagli (quei guanti rossi, come una divisa, indossati solo sul lavoro). Chabrol, come ne "Il fiore del male" coniuga pubblico e privato, il potere ubriaca anche il magistrato la cui ascesa vertiginosa porta al deperimento del rapporto coniugale, allo stacanovismo, a tensioni e paranoie. Una lotta al Male portata avanti con un'escalation dirompente e che vela un conflitto di classe, come si desume dal riferimento alle umili origini della donna che la sua posizione l'ha guadagnata sul campo, giocando a modo suo, ignorando le regole consegnate al silenzio, i taciti accordi sottobanco.
Chabrol, che tende a neutralizzare il registro televisivo dominante con un uso molto studiato dei primi piani e con minimi spostamenti di macchina, devianti, quasi furtivi, che mettono in evidenza dettagli, tracce, indizi, simboli quotidiani solleciti nell'arricchire un ordito sagace, riesce a rendere bene le rappresentazioni di un teatrino popolato dalle grottesche maschere del Potere e ad alternare il discorso politico con quello intimo, la satira al dramma, consegnandoci, in più, l'ennesimo, splendido ritratto femminile (la Huppert in evidente rapporto alchemico col regista): in fondo i veleni della provincia, il mondo prediletto dal regista, sono ancora lì, l'occhio si è soltanto allontanato a ricomprendere un quadro sì più ampio ma dominato dalle stesse identiche logiche.

Finale sconsolato: forse tutti gli sforzi sono inutili, il marcio rimane, la vita intanto passa e pare che niente valga a nulla. Quel "Che se la sbrighino" è un masso pesante che cade dall'alto e tappa ermeticamente le bocche già pronte al dibattito.


(in collaborazione con Gli Spietati)