CAST & CREDITS

cast:
Michelle Yeoh, Woo-sung Jung, Xueqi Wang, Kelly Lin, Shawn Yue

regia:
Chao-Bin Su, John Woo

durata:
117'

produzione:
John Woo

sceneggiatura:
Chao-Bin Su

fotografia:
Wing-Hung Wong

montaggio:
Ka-Fai Cheung

costumi:
Emi Wada

La congiura della pietra nera | Recensione | Ondacinema

La congiura della pietra nera

di Chao-Bin Su, John Woo

wuxia, fantastico, melò, Cina (2010)

di Simone Pecetta

Voto: 5.5

Ad un anno di distanza da quel "Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma" di Tsui Hark torna nuovamente in Italia un film del più popolare e caratteristico genere cinematrografico cinese. Nell'antica Cina dei Ming l'assassina Drizzle, appartenente alla Setta della Pietra Nera, ruba alla sua banda i resti di un vecchio monaco buddista, Bodhisattva illuminato padrone dei più profondi segreti del Kung Fu. La leggenda vuole che chi entrasse in possesso delle spoglie mortali del monaco potrebbe acquistare la stessa profonda conoscenza dell'arte marziale che possedeva il Bodhi. Però Drizzle attraverso gli insegnamenti di un santone decide di allontanarsi dal sentiero del sangue e della violenza, così dopo essersi sottoposta ad un intervento di chirurgia plastica decide di perseguire una differente condotta di vita assumendo l'identità di Zeng Jing (Michelle Yeoh). Ovviamente la Setta della Pietra Nera, che farà di tutto per tornare in possesso della preziosa reliquia, si pone all'inseguimento della donna.

La Cina antica era un territorio ostile dominato da sanguinari signori; tra le private - e volontarie - violenze fisiche come la pratica dolorosa del loto d'oro e le cruente lotte come quella tra Nurhaci e i Ming i confini labili delle terre e delle proprietà erano difesi al costo vermiglio del sangue versato. Mentre gli intrighi politici della corte e le lotte tra signori di lontana periferia passavano tanto attraverso scontri campali quanto sotterfugi, macchinazioni e congiure che all'ombra cospiratoria della sete di potere fiorivano rigogliosamente nasceva, intanto, dal seme originario piantato attorno al 500 d.C. dal monaco Bodhidharma l'arte del Kung Fu. Così storia e leggenda si confondevano fintanto che miti e fatti divennero contemporanei patrimoni e nella narrazione tradizionale si raccontava tanto delle lotte coi Manchu che di quei mitici quattro monaci Shaolin che, dominando l'arte del Qi-Gong, da soli sconfissero un esercito di mille guerrieri mongoli. Ma la storia, spesso impietosa nei confronti dei suoi interpreti, condusse alla progressiva nascita di scuole di Kung Fu sempre più simili a sette segrete sparse per l'intero vastissimo territorio cinese delle quali il potere politico cercava di servirsi per infittire le proprie trame o, in tempi diversi, perseguiva e tentava di distruggere soprattutto quando la vena mitica vibrante nel cuore dell'arte marziale pulsava flussi di dottrine esoteriche. Era il tempo della Grande Rivoluzione Culturale che non riuscì però a spuntarla, almeno non fino in fondo con il cinema wuxiapian, come fino in fondo le dinastie reggenti in passato non erano riuscite a contrastare il dilagante successo dei romanzi wuxia xiaoshu che rappresentano l'antecedente letterario della forma filmica di questi racconti eroici di cappa e spada. Definiti "western cinesi" i film wuxia (impossibile dimenticare il grande omaggio di Tsai al genere con "Goodbye Dragon Inn") erano storie di quella lontana età del mito, storie di lotte contro i grandi poteri, di eroici guerrieri impegnati in scontri contro potenze superiori e proprio per questo sempre risultati fastidiosi alle forze politiche dominanti e costretti ad un lungo esilio ad Hong Kong. Il ritorno in patria dei nomi forti del cinema cinese non è stato certo indolore, sempre sottoposti ad intenso controllo censorio anche negli anni più recenti, e per certi versi addirittura drammatico quando anche l'ex enfant terrible Zhang Yimou dirige pellicole populiste ed esaltatorie dello spirito nazionalista come il tremendo "Hero" (2002) nella forma di un grande spot presso l'occidente o anche il più recente "The Flowers of War" (2011), pellicole oramai spoglie di ogni tragica tensione che lo aveva un tempo reso grande ("Lanterne rosse", 1991).

Questo "La congiura della pietra nera" se da un lato non riesce ad evadere ogni tendenza all'assoggettamento al potere istituzionale dall'altro è capace di mettere insieme un interessante collage di generi sporcando il classicismo romantico del wuxia con sferzate d'inventiva dal sapore harkiano e un tocco melodrammatico sicuramente dovuto alla mano del produttore e co-regista John Woo (anche la trovata della plastica facciale non può non ricordare "Face/Off"). Terza pellicola, prima degna di un certo interesse, del regista Chao-bin Su e presentata fuori concorso alla 67.ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia è restata per un paio d'anni nei cassetti polverosi della distribuzione italiana che la lancia sul mercato quando il produttore Woo ha già alzato il tono del discorso - ma con esiti peggiori - con "Warriors of the Rainbow: Seediq Bale". Da notare è innanzitutto l'intensa interpretazione della splendida attrice malese Michelle Yeoh che in questa satura lanx mandarina resta il punto focale di ogni azione catalizzando lo sguardo dello spettatore, monopolizzandone il plauso. Attorno a lei si disegna un universo di lotte e contrasti, di oscuri intrighi e misteriosi poteri. Attorno a lei ruota tutto il mondo del mito cui l'eroina rinuncia in forza della ricerca d'un vivere medio, di una medietas civile e borghese che culmina in un matrimonio. Anche la ben dosata commistione di generi se ben bilanciata nel complesso risulta stucchevole nelle sue sfumature più fortemente melodrammatiche (lontani i tempi in cui Woo sapeva farne virtù in "The Killer"), intensa e affascinante quando invece si addentra nel mito e nell'elemento magico.

Con una calligrafia marcata vengono disegnati i vari scontri disseminati lungo il corso della pellicola, divertenti e ultra coreografati seguendo sempre la linea dominante dell'iperbole caricaturale che sin da "La tigre e il dragone" (2000) ha riscontrato grandi successi anche presso il pubblico occidentale. E se l'andamento altalenante della pellicola cade in un paio di punti morti di indubbio valore è, invece, il crescendo finale che ci lancia in un rush dal sapore western. In conclusione non possiamo dire che "La congiura della pietra nera" sia un pellicola da buttare, ma più d'ogni altra cosa è un buono spot per il regista Chao-bin Su classicamente elegante nel giocare con la cinepresa, magari lontano da uno sguardo fiacco come quello dell'odierno John Woo.