CAST & CREDITS

cast:
Maggie Gyllenhaal, Jeff Bridges, Colin Farrell, Robert Duvall

regia:
Scott Cooper

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
112'

produzione:
Butcher's Run Films - Informant Media

sceneggiatura:
Scott Cooper

fotografia:
Barry Markowitz

scenografie:
Carla Curry

montaggio:
John Axelrad

costumi:
Doug Hall

musiche:
Stephen Bruton

Crazy Heart | Recensione | Ondacinema

Crazy Heart

di Scott Cooper

drammatico, Usa (2009)

di Piero Calò

Voto: 6.0
L’avevamo lasciato in un bowling, si faceva chiamare Drugo (“Dude”) e osservava una ferrea dieta di droghe e White Russians (“Il grande Lebowski”).
Lo ritroviamo nello stesso bowling, il “latte+” ha lasciato il posto a un più consono malto scozzese e si accende le sigarette direttamente con i mozziconi. Non siamo più a Los Angeles, la città delle chitarre arpeggiate à la Gipsy King; siamo approdati a Santa Fé e la musica, questa volta, se la canta e se la suona da solo, lui è Bad Blake (Jeff Bridges), accorato country-singer, idolo del suo pubblico, da un minimo di 12 a un massimo di 28 fan che conoscono a memoria tutti i suoi brani.
E li cantano.
Finiscono qui le affinità e le divergenze tra il film dei fratelli Coen e “Crazy Heart”, ossia le radiografie di due personaggi, uno preso mediamente bene e uno preso mediamente male.
Bad Blake ha uno splendido avvenire dietro le spalle e a 57 anni suonati (in tutti i sensi) si scarrozza in tournée tra il New Mexico, il Texas e l’Arizona. Sulle spalle gli gravano quattro matrimoni e un figlio che non ha mai conosciuto; nel bagagliaio della sua “Bessie”, una chitarra e un amplificatore.
Davanti a lui, molto distanziato, il giovane Tommy Sweet (Colin Farrell), un tempo suo allievo, oggi star di fama mondiale, per quanto possa essere mondiale il country. Blake trova ancora la voglia di innamorarsi, per la quinta volta (tante quanto le sue nomination all’Oscar) e questa volta sembra quella buona, una giovane donna con la faccia che sembra un punto interrogativo (Maggie Gyllenhaal). L’Oscar in effetti l’ha vinto (meritatamente); per l’evoluzione della sua love story chiediamo invece un po’ di pazienza, sarà la visione del film a svelarlo.

Film che, in tutta onestà, non ci sentiamo di consigliare a cuor leggero; se siete fan di Jeff Bridges andateci, ne avrete soddisfazione. Se vi fa accapponare la pelle vedere due vecchie glorie che si incontrano, per esempio Jeff Bridges e Robert Duvall (Wayne), avrete il vostro momento. Se vi piacciono gli spazi sconfinati, la sensazione metafisica di trovarsi nel bel mezzo del nulla e magari tirarsi giù le braghe e svuotarsi la vescica, questo è il vostro film. Eccetera.

Un film dunque che si tiene in piedi per alcuni sprazzi, come quelli di Godard degli anni 80.
Il rilievo orografico offre uno spettro piatto, tradisce il titolo che fa immaginare chissà quali palpitazioni, fibrillazioni. Resta l’esercizio giudiziario, la giustizia che infine trionfa, l’Oscar finalmente assegnato a Jeff Bridges, insomma il cinema ridotto a servizio di pubblica utilità, aspettando tempi (e film) migliori.