CAST & CREDITS

cast:
Haruna Kawaguchi, Ryoko Fujino, Masahiro Higashide, Yuko Takeuchi, Teruyuki Kagawa, Hidetoshi Nishijima

regia:
Kiyoshi Kurosawa

durata:
130'

produzione:
Shochiku Company, Asmik Ace Enterteinment

sceneggiatura:
Kiyoshi Kurosawa, Chihiro Ikeda

fotografia:
Akiko Ashizawa

montaggio:
Koichi Takahashi

musiche:
Yuri Habuka

Creepy | Recensione | Ondacinema

Creepy

di Kiyoshi Kurosawa

uber psycho-thriller, Giappone (2016)

di Matteo Zucchi

Voto: 8.0
"Anche io ho una mia morale"


Forse Kiyoshi Kurosawa si è ammorbidito. In realtà chi conosce bene il cinema del regista giapponese sa che non tutta la sua produzione è assimilabile al radicalismo visivo e soprattutto sonoro del capolavoro "Cure" (1997), né allo stile a dir poco rigoroso del miliare "Kairo" (2001). Pertanto le scelte registiche apparentemente più convenzionali del regista nella mise en scène della sua ultima pellicola non sono certo la ragione della mia precedente affermazione, quanto essa ha le sue motivazioni nell'utilizzo meno "aggressivo" del mezzo-cinema (dovuto forse però ad un maggiore controllo che ha di certo conseguito nell'ultimo decennio) e all'utilizzo a tratti apparentemente convenzionale dei topoi del genere. Ma per l'appunto ho detto "apparentemente". Difatti l'intero film si muove attorno al tema dell'apparenza, sia a livello narrativo, che visivo, che concettuale.

La trama infatti porta avanti un progressivo svelamento di un'apparenza, evitando però di affrontarlo di petto (fino all'ultima mezz'ora) e limitandosi a fornire incerti indizi e a lasciare lo spettatore il compito di collegarli prima che lo faccia il protagonista. Il quale, guarda caso, nonostante la sua formazione e la determinazione che da subito lo caratterizza, ci viene mostrato fin dalla prima sequenza incapace di cogliere realmente ciò che sta dietro l'apparenza, abbagliato com'è dalla propria tracotanza. Ed in un cinema dello sguardo come quello di Kurosawa ciò è necessariamente fallimentare. Il thriller del cineasta di Kobe, pur facendo largo uso di situazioni e stilemi tipici, si muove fin da subito in un territorio personale e anomalo, in cui il dramma privato (anch'esso a sua volta una sorta di indagine) si dimostra essere solo una tappa della ricerca del protagonista, la cui detection successiva che sostanzia il film appare quasi essere solo un pretesto del (ex-)detective Takakura per dare un senso alla propria esistenza. E un pretesto dello stesso regista per trasformare una semplice storia di rapimenti e identità rubate nell'ennesimo "horror/thriller metafisico".

Cinema dello sguardo, si era detto, ed in effetti il cinema di Kiyoshi Kurosawa da molto tempo assegna alla funzione scopica un ruolo fondamentale al suo interno, rendendola generatrice di svolte di considerevole importanza e di interessanti riflessioni. Ma ciò che più caratterizza la visione della macchina da presa nei film del regista di Kobe è la funzione frequentemente illusionistica che le si attribuisce. Infatti è spesso la stessa mdp a generare gli spettri che da sempre pullulano, con forme molto differenti, in questo cinema, adottando accorgimenti fotografici e registici che qui si concretizzano soprattutto nell'uso a dir poco accorto della profondità di campo e nella meticolosa gestione dei movimenti dei personaggi sulla scena. Se a ciò si aggiunge il solitamente eccellente lavoro sull'audio e i diversi livelli su cui si innestano rumori, conversazioni e cetera, abbiamo un vero e proprio saggio di questo utilizzo della macchina-cinema da parte di Kurosawa, capace come nessun altro di gettare lo spettatore in mezzo ad una folla di fantasmi. Che poi inquietantemente somiglia a qualsiasi altra folla.

Ed è nel cuore di questa turba di spettri, così come negli oscuri tunnel nascosti nella dimora del vicino, che il presunto ritorno al J-horror che questa pellicola avrebbe dovuto rappresentare si rivela anch'esso un'apparenza. Perché Kurosawa, dopo averne accennato la presenza nella prima parte, rinuncia ai vari stilemi horror e thriller che ci si sarebbe aspettati e invece adotta una prospettiva quasi straight per mettere a nudo la vera radice del male e dell'orrore che è soltanto la natura umana. Ne consegue che "Creepy" in realtà riafferma solamente il cinema kurosawaiano e la matrice eminentemente sociale che lo anima. Matrice sociale che, così da più di un ventennio, è dovuta ad un interesse esistenziale nei confronti della condizione solitaria ed autoreferenziale dell'umanità di cui parla, in maniera più ironica del solito, il regista, che in questo film si esplicita nel palese egocentrismo (praticamente autistico) che caratterizza tutti i personaggi. In questo modo il cineasta giapponese pone lo spettatore di fronte a ciò che è realmente terrificante del nostro mondo, riconducendo, come tutto il suo cinema e invece ben poco horror giapponese recente, la radice dell'Orrore alla stessa natura umana.

Così facendo Kiyoshi Kurosawa porta la sua riflessione ad un indiscutibile apice, costringendo l'umanità a confrontarsi solo con se stessa e con la banalità del proprio male. Alla riuscita del film giova di certo lo stile registico che con la sua sorvegliatissima semplicità permette all'autore di far sì che i vari elementi disturbanti dell'opera striscino ("creep", appunto) nel profilmico quasi senza farsi notare. Per poi deflagrare prima del liberatorio sparo finale. Ma in questo cinema non c'è spazio per la liberazione e la confortazione che così spesso il genere persegue (e che ha nei plot twist conclusivi o nei cliffhanger non un'antitesi ma la soddisfazione dell'aspettativa spettatoriale tramite un prevedibile gioco intellettuale). Difatti le urla strazianti, quasi disumane, di Yasuko non conducono ad alcuna soddisfazione ma sanciscono l'immutabilità di questo Orrore (inevitabile per il sottoscritto pensare alla conclusione del capolavoro di Michael Reeves). Fino a che la comparsa della colonna sonora, mentre la donna urlante è ormai fuoricampo e i suoi strepiti ovattati, ci ricorda, prima che si facciano avanti i titoli di coda, che si tratta solo di un film. In effetti forse Kurosawa si è ammorbidito. Ma di certo non ha perso la mano.