CAST & CREDITS

cast:
Silvano Lippi

regia:
Giovanni Cioni

durata:
92'

produzione:
Citrullo International, Zeugma Films, Zivago Media, Cobra Films,

fotografia:
Giovanni Cioni, Duccio Ricciardelli

montaggio:
Aline Hervé

musiche:
Juan Carlos Tolosa

Dal Ritorno | Recensione | Ondacinema

Dal Ritorno

di Giovanni Cioni

Documentario, Italia/Francia/Belgio (2015)

di Alessandro Viale

Voto: 7.5

 

[...] non credo che si viaggi per tornare.
L'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato.
Da sè stessi non si può fuggire.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.

Andrej Tarkovskij

 




"Dal ritorno" è l'ultimo film del documentarista toscano (ma in realtà cresciuto e artisticamente formato fra Parigi, Bruxelles, Lisbona) Giovanni Cioni, "noto" per il suo approccio vibrante alla materia filmata. Il documentario racconta la storia di Silvano Lippi, sopravvissuto a Mauthausen, che dopo lunghi anni di silenzio decide di raccontare la propria storia e delle terribili vicende legate al campo di concentramento.
"Dal ritorno" è un pugno nello stomaco, di quelli che tolgono il fiato per alcuni secondi tanto è esplicito nel non mostrare mai gli orrori ma nel lasciarli raccontare dalle parole, come una sorta di mantra degli abissi.
Il titolo del film è già di per sé esplicativo, il ritorno è un punto di partenza ma anche il finale. Non si può ritornare alla normalità (e paradossalmente Silvano Lippi ha condotto una vita come tante altre, con moglie, figli e nipoti), perché nel ritorno c'è la fine di tutto, c'è solo la morte.
Ma dall'altra dal ritorno incomincia il ricordo, la testimonianza. Essere sopravvissuto porta con sé l'ulteriore fardello di dover raccontare a chi non c'era. E tanto più ora, passati oltre settant'anni raccontare quelle storie diventa fondamentale.

Giovanni Cioni in questo film ha alcuni meriti inequivocabili, primo su tutti quello di essere in totale empatia con il protagonista, di essere entrato in un contatto quasi primordiale con Silvano Lippi e questo è certamente la conditio sine qua non per approcciare una tale mole di emozioni e di racconti. Perché il protagonista, qui praticamente unico umano in scena, racconta la sua vita: l'inizio dell'odissea in Grecia a seguito dell'armistizio, il sergente Lippi ferisce un soldato tedesco, viene fatto prigioniero e condotto nel campo di Mauthausen, dove vede morire tutti i suoi conoscenti e dove viene occupato nei forni crematori e nelle camere a gas, come trasportatore di morti.
Il racconto di Lippi è diretto e crudo e allo stesso tempo suona ritmico e ipnotico, come fosse un rosario, ed evidenzia la necessità del ricordo. Un ricordo tanto folle da non essere creduto, da condurre a uno stato di ferale silenzio: il testimone oculare che tace e che brucia dentro.

"Dal ritorno" racconta, e in buona parte non mostra, l'orrore e fa dell'osceno (nell'accezione di Carmelo Bene, che fa risalire, in maniera non etimologica ma creativa come solo lui poteva fare, osceno a "os skené" cioè "fuori scena") la centralità del documentario. Fuori campo, fuori scena, non inquadrato è tutto quello che si dice. Perché come si può mostrare il dolore di un silenzio durato cinquant'anni, il dolore della perdita di umanità (in tal senso il racconto dell'uccisione del ragazzo annegato è perfetto nella sua mostruosità), il dolore di aver vissuto una vita con la mente ancora lasciata a Mauthausen?
Lì sta il senso del racconto: si può vivere una vita dopo una tale esperienza, in cui il livello di umanità è azzerata o, peggio ancora, è l'umanità ad esprimersi nella sua barbarie più lucida?

E, soprattutto, come si può raccontare cinematograficamente tutto questo? Molte sono le soluzioni, in questi anni anche a livello internazionale ci sono registi di spicco che stanno dedicando la propria opera al racconto di genocidi, sopravvissuti e carnefici, su tutti il cambogiano Rithy Pahn. E Giovanni Cioni non è, negli intenti, da meno. La scelta di una regia così intima e, potremo dire, minimale in conclusione risulta potente. Specialmente nella parte finale, quando il regista visita da solo il campo di concentramento e si fa "dirigere" al telefono da Silvano. In un'evidente inversione di ruoli il sopravvissuto diventa regista e Cioni il testimone. E Mauthausen, come un moloch moderno ha inghiottito tutto e tutti. Rimangono alcuni turisti in infradito a fotografare distrattamente, alcuni operai che lavorano. I forni qui sono spenti ormai.

Nella sua messa in scena Cioni svuota l'orrore di ogni orpello estetico per restituirne l'essenza. Non si preoccupa, detto banalmente, di portare via un'inquadratura particolarmente interessante di per sé perché il fondamento del lavoro non sta nell'immagine. Ma, come detto, fuori dall'immagine.

Dall'altra pure nei momenti in cui si sente più intensa la scelta del regista nell'incidere la materia filmica (specie nel montaggio) i momenti sono notevoli, la farfalla inquadrata in apertura, ad esempio, che ritorna sul finale. Come a dire non si ritorna, l'orrore una volta che è dentro non ti può abbandonare più, al limite ci puoi convivere.