Recensioni

Daphne

di Peter Mackie Burns

drammatico, Regno Unito (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Emily Beecham, Geraldine James, Tom Vaughan, Osy Ikhile

regia:
Peter Mackie Burns

durata:
88'

produzione:
Valentina Brazzini, Tristan Goligher

sceneggiatura:
Nico Mensinga

fotografia:
Adam Scarth

scenografie:
Miren Marañón Tejedor

montaggio:
Nick Emerson

costumi:
Nigel Egerton

musiche:
Sam Beste

Daphne | Recensione | Ondacinema

Daphne

di Peter Mackie Burns

drammatico, Regno Unito (2017)

di Matteo Pennacchia

Voto: 7.5

I trent'anni sembrano diventati lo spauracchio di un'ampia fascia generazionale, schiacciata fra il residuo di un'epoca al tramonto e l'accelerazione irrefrenabile del presente. Lo smarrimento che ne consegue e la sensazione di non appartenere a nulla e nulla possedere sono al centro di "Daphne", primo lungometraggio di Peter Mackie Burns, regista con alla base una lunga attività fra corti e documentari. Uno scorcio su Daphne, trentun'anni, sebbene quando le chiedono l'età cada in un lapsus rispondendo d'impulso ventuno. Cuoca di un piccolo ristorante londinese, fieramente single, vive nel rifiuto costante di ogni offerta sociale, dal rapporto confidenziale con amici e conoscenti alle avances di un paio di corteggiatori. Abita un mondo autoreferenziale, ristretto e solitario, in cui vigono unicamente le abitudini imposte nel chiuso di un cinismo in apparenza quieto, come avesse intuito che evitare il confronto/scontro con un sistema privo di segni di corrispondenza fosse la conditio sin que non per godere di un'esistenza se non appagante, perlomeno al riparo da dubbi, errori e cambiamenti impliciti nell'esposizione all'esterno.
Non un eremitaggio, ma un divieto a superare un certo raggio relazionale.

La prima parte del film si prende il tempo di descrivere la sua quotidianità. Mangia da sola a casa, legge Žižek, si ubriaca, va dall'analista (al quale non concede mai una conversazione utile), quando tira di coca cita Freud e si lancia in disquisizioni sarcastiche sull'amore. La madre, buddista sotto chemioterapia, talvolta le fa visita sgradita e lei liquida tutto ciò che potrebbe comportare una partecipazione emotiva con frasi provocatorie o dita medie. La vediamo a più riprese passeggiare tra la folla delle vie di Londra, con espressione spenta.
Poi, senza prevedere una trama effettiva o un progresso narrativo sensibile, arriva comunque un turning point. Daphne assiste all'accoltellamento di un negoziante e la cosa genera uno spostamento d'asse, dapprima inavvertito, poi - forse - scintilla di una silenziosa messa in moto. Non a causa della violenza del gesto, ma della perdita di orientamento: l'aggressione è stato il primo evento da chissà quando in cui si è trovata coinvolta al di fuori del proprio regime morale e comportamentale. Burns allora ripropone lo schema descrittivo iniziale, e la prova di Emily Beecham diventa perfetta nel lasciar trasparire una nuova inquietudine dietro il muro anaffettivo di Daphne, che pur continuando la vita di sempre avverte una spaccatura interna.

Poco a poco il personaggio inizia a soffrire ciò che mai aveva sofferto nel guscio di indolenza in cui si era rinchiusa: l'insoddisfazione. Fra le soluzioni garbate di una regia efficace nel rendere l'aria di staticità e spaesamento senza eccedere in dramma, i primi piani di Daphne sono il quadro sequenziale di una presa di coscienza. La ragazza (donna?) si accorge di essere "spaccata" da molto prima dell'accoltellamento, e se ne accorge sia dal fatto di non essere turbata dalla violenza di cui è stata testimone, sia dall'indifferenza per la sorte del negoziante. Non sa se è vivo o morto e non gliene frega niente. Una rivelazione spaventosa, custode dell'ansia principale che ha tenuto ostaggio Daphne finora, quella del fallimento. Fare davvero qualcosa includerebbe il rischio di scoprire un vuoto anziché un'identità, e condividersi con la gente minaccerebbe l'immagine di sé, acquisita con disciplina e sacrificio, apatica e lontana da gratificazioni, eppure protettiva come una panic room.

Tyler Durden, in reazione a una crisi simile, proiettava un doppio e attaccava alle fondamenta i monumenti del consumismo; era il 1999 (1996, se parliamo del "Fight Club" romanzo). Daphne è più vicina al mumblecore e a "Frances Ha" (con svariate dosi di leziosità in meno) ed è il cuore di un film intimo e tuttavia tangente a un crollo nervoso collettivo, giocato su una ricchezza di dettagli quasi impercettibili, dove spesso i dialoghi cedono a un silenzio evocato esplicitamente anche dalla protagonista durante una seduta psicoanalitica. Peter Mackie Burns aveva a monte l'intenzione di portare in scena un personaggio che si negasse al costume dei ruoli sociali femminili; è riuscito a presentarne anche il salato rovescio della medaglia, senza consolazioni finali. Accettare di avere sentimenti e bisogni non basta a innescare rivoluzioni personali, non sconfigge la paura di vivere; l'epilogo dolceamaro lo dimostra. Sfasciarsi pezzo dopo pezzo e ricostruirsi non è impresa rapida, semplice o indolore. Ma nell'ultima passeggiata solitaria di Daphne l'espressione spenta si colora di un mezzo sorriso, e "I Found a Reason" dei Velvet Underground apre speranze per il futuro.