CAST & CREDITS

cast:
Keri Russell, Josh Hamilton, Dakota Goyo, Kadan Rockett, J.K. Simmons

regia:
Scott Stewart

durata:
97'

produzione:
Jason Blum

sceneggiatura:
Scott Stewart

fotografia:
David Boyd

scenografie:
Hernan Camacho

montaggio:
Peter Gvozdas

costumi:
Kelle Kutsugeras

musiche:
Joseph Bishara

Dark Skies - Oscure presenze | Recensione | Ondacinema

Dark Skies - Oscure presenze

di Scott Stewart

horror, sci-fi, thriller, Usa (2013)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 6.5
Che la Blumhouse abbia sempre realizzato scelte produttive assai furbe e redditizie è indubbio. Fino a qualche tempo fa, però, la casa di produzione fondata da Jason Blum, novello re Mida dell'horror americano, era liquidabile come un trampolino d'oro che, grazie a strategie distributive molto scaltre e campagne pubblicitarie a tamburo battente, lanciava film girati con budget irrisori (e ancor più scarse qualità artistiche) come fenomeni rivoluzionari, decuplicandone i proventi. Adesso, a distanza di quattro anni dal primo "Paranormal Activity" - incredibile film-imbroglio la cui trasformazione in evento mediatico fece deflagrare i botteghini di tutto il mondo, rendendolo involontaria cartina tornasole antropologica della regressione del gusto e delle mutate esigenze del grande pubblico - le cose sono cambiate. Non che il nome di Blum sia diventato necessariamente sinonimo di qualità - i seguiti del fortunato e inconsistente film di Oren Peli continueranno, sfibranti, almeno fino al 2014 - ma l'introduzione di progetti diversi dai cavalli di battaglia commerciali ha arricchito il ventaglio della florida casa produttiva con proposte cinematograficamente ben più interessanti e appetibili. È il caso del primo "Insidious", dell'insolito (sebbene, per chi scrive, malriuscito) "The Lords Of Salem" di Rob Zombie, dell'assai imperfetto ma efficace "The Bay" di Barry Levinson, del recente "La notte del giudizio" e, soprattutto, del terrificante "Sinister". Tutte opere che ribadiscono il bisogno di un nuovo e intelligente artigianato del terrore che, attingendo alle forme topiche del cinema di genere, reinterpreti a proprio modo gli allarmi e le paranoie che minacciano i delicati equilibri della società americana. A questa corrente "virtuosa" va ad aggiungersi "Dark Skies".

Ecco che le placide villette unifamiliari, schierate in armoniose file di tetti spioventi, pareti pastello, prati tagliati di fresco e bovindo, tornano a essere insospettabili geografie del terrore: dietro il benessere dei barbecue domenicali, delle cene con gli amici, della laboriosa, rispettabile routine borghese, tanti diversi microcosmi domestici, tutti messi alla prova o dalla crisi economica o dai problemi adolescenziali dei figli o dalle tante frustrazioni affettive. E, quando la luce diafana del sole smette di attraversare le finestre, altre minacce ignote, "ultraterrene" sconvolgono, prepotenti, una già difficile quotidianità. Nulla di nuovo, insomma. Tranne che, nel caso dei Barrett, non si tratta di fenomeni paranormali o di possessioni demoniache, ma di una inedita e assai privata invasione aliena. Non ci prepariamo, dunque, a catastrofi o guerre dei mondi. Piuttosto quel che lo spettatore deve aspettarsi è una progressiva escalation di tensione che prepara il terreno al finale attingendo a piene mani dal repertorio classico. Se la costruzione della suspense ricalca il modello "Poldergeist", non mancano attacchi ornitologici e serrate domestiche con scopi difensivi dal sapore hitchcockiano, inevitabili "spiegoni" dell'esperto di turno (anche se il buon J.K Simmons li rende un poco più affascinanti) e rivelatrici "luccicanze" infantili. Questa amalgama di luoghi comuni e deja-vu è ben sorretta dalle linee essenziali e rigorose della regia di Scott Stewart, il che è a dir poco sorprendente se si considerano le prove precedenti del cineasta, due rozzi pasticciacci come "Legion" e "Priest". E invece qui a farla da padrone è il serrato alternarsi di sinistre panoramiche esterne, lente carrellate e movimenti di macchina improvvisi, a tradire lo sguardo dell'intruso.

Esperto sviluppatore di effetti speciali, Stewart ne usa il meno possibile. Affida la tenuta narrativa a una messinscena gelida, alle sibilanti interferenze di Joseph Bishara, al solo presentimento di una minaccia ignota e incombente. Le brumose figure dei Grigi appaiono solo alla fine, magre e stilizzate, quasi versioni nerastre del demone di "Post Tenebras Lux", spogliato delle sue valenze simboliche e filosofiche.
Anche se la chiusa un po' delude, l'inquietudine perdura.