CAST & CREDITS

cast:
Steve De La Zilwa, Ruvin de Silva, Suranga Ranawaka

regia:
Vimukthi Jayasundara

distribuzione:
Council Production

durata:
82'

produzione:
Council Production

sceneggiatura:
Vimukthi Jayasundara

fotografia:
Channa Deshapriya

montaggio:
Saman Alvitigala

costumi:
Lai Harindranah

musiche:
Lakshman, joseph de Saram

A Dark in the White Light | Recensione | Ondacinema

A Dark in the White Light

di Vimukthi Jayasundara

drammatico, Skri Lanka (2015)

di Carlo Cerofolini

Voto: 7.5
Di solito capitano quando meno te le aspetti e sono quasi sempre precedute da una scarna conoscenza del loro autore. Stiamo parlando di quei film con cui il festival di Locarno ama prendere in contropiede i suoi frequentatori. Perché nonostante il regista dello Skri Lanka, Vimukthi Jayasundara, non sia proprio un neofita, avendo frequentato con successo i maggiori festival europei (ricordiamo la vittoria della camera d'or al festival di Cannes del 2005), il suo Sulanga Gini Aran, presentato oggi nella terza giornata del concorso ufficiale, non era tra quelli che circolavano  nel passaparola degli addetti ai lavori. E invece capita che Jayasundara appartenga alla cosiddetta categoria degli autori tout court, capaci di dedicarsi ai propri progetti  a partire dalle loro fondamenta, e quindi firmandone non solo la produzione, la regia e la sceneggiatura ma addirittura, come succede questa volta, facendo della propria voce una sorta di coscienza onnisciente che accompagna lo spettatore nel corso della visione. Una voglia di fare e soprattutto di esserci che normalmente sarebbe la spia di un egotismo ingombrante e compiaciuto, e che invece in "Sulanga Gini Aran" si trasforma in un presenza consapevole ma allo stesso tempo esterna a ciò che viene raccontato. Il tema scelto dal film è di quelli importanti e spesso difficili da rappresentare, in quanto a fare da raccordo alle storie dei vari personaggi che attraversano il racconto è il senso della vita e la ricerca del legame che unisce l'inizio e la fine di ogni esistenza. Nel lungometraggio, a tentare di dare una risposta all'eterno dilemma più che le parole, usate con parsimonia e normalmente a corollario di ciò che è stato già compiuto, sono le azioni dei protagonisti che, ognuno dal suo punto di vista, ci guidano, con le loro scelte all'interno delle varie opzioni. Abbiamo cosi un monaco buddista, rappresentante di una religiosità che si isola dal mondo, interrogandosi sul ciclo della vita e all'opposto un trafficante d'organi che nel quotidiano si immerge sporcandosi le mani e, infine, un chirurgo che oltre a collaborare con il misero mercante si diletta a seviziare le proprie pazienti ricavandone un immane senso di colpa.

 

A dispetto di un contesto di riferimento che non lascia spazio a digressioni che non siano quelle necessarie ad ampliare gli elementi di conoscenza utilizzabili a decifrare le asperità della messinscena, Sulanga Gini Aran è molto più empatico di quello che potrebbe sembrare, poichè, oltre a esprimersi attraverso una sinossi di gesti e di situazioni in cui ci si può facilmente identificare, riesce a costruire il percorso filosofico del racconto arrivandoci per gradi successivi e attraverso una politica dei corpi che non concede sconti in termini di ferocia e di durezza di sguardo; basti pensare alla sequenza in cui  stupro della ragazza è reso attraverso la deformazione del viso della vittima, schiacciato sul vetro della macchina dove si compie lo scempio; oppure alla dimensione di necrofilia che fa da sfondo all'accoppiamento con la paziente, narcotizzata e distesa sul lettino operatorio. Un'esasperazione che non rimane fine a se stessa -  e quindi non si concede a quel vojerismo di cui il cinema occidentale si nutre -  ma che, al contrario, diventa parte integrante di una visione generale, in cui il caos della vita umana, condensata in quella dei tre protagonisti, costituisce il necessario contraltare all'armonia della natura, presente nel film in qualità di testimone imparziale delle vicende raccontate.

 

Ma la sorpresa più grande per quanto ci riguarda è la constatazione di una regia che fa dell'immagine il suo strumento più efficace, sublimando il meccanicismo e la materialità presente nella vicenda in una serie di quadri immoti (piano sequenza e telecamera fissa) dominati da un equilibrio - geometrico e insieme pittorico - che, pur nella sua perfezione estetica si preoccupa di rimane funzionale alla causa della narrazione. Come dimostra la sequenza finale, dove l'incrocio tra il camioncino che riporta a casa il trafficante d'organi e la nuvola che per un istante ne oscura il passaggio, sintetizza come meglio non si potrebbe, la ristabilita alleanza tra cielo e terra. Senza  dimenticare l'efficacia del fuori campo che scaturisce dalle ellissi narrative che separano le varie sequenze, in cui Jayasundara  si svincola dalla storia, per consegnarla alla mente e al cuore dello spettatore, chiamato una volta tanto a fare giustizia di quei vuoti, restituendoli al film con la forza della propria presenza.