CAST & CREDITS

cast:
Dylan Walsh, Paul Rodriguez, Tina Lifford, Wanda De Jesus, Anjelica Huston, Jeff Daniels, Clint Eastwood

regia:
Clint Eastwood

distribuzione:
Warner Bros. Pictures

durata:
110'

produzione:
Warner Bros. Pictures, Malpaso Productions

sceneggiatura:
Brian Helgeland

fotografia:
Tom Stern

scenografie:
Henry Bumstead

montaggio:
Joel Cox

costumi:
Deborah Hopper

musiche:
Lennie Niehaus

Debito di sangue | Recensione | Ondacinema

Debito di sangue

di Clint Eastwood

thriller, Usa (2002)

di Diego Capuano

Voto: 7.0
Un tempo poteva essere giusto fatta dell'ironia sulla corazza del duro Eastwood contenente un cuore femminile. All'uscita di "Debito di sangue" lo spunto del soggetto - tratto dal romanzo "Blood Work" di Michael Connelly - meravigliava poco e ci invitava da una parte a fare retromarcia su passati episodi della filmografia eastwoodiana che potevamo appena inquadrare come occasionali, dall'altra indicava interessanti prospettive su una carriera che di lì a poco avrebbe aperto le porte verso vette ormai riconosciute.
A due anni da "Space Cowboys" Eastwood continua qui il suo discorso sul corpo, su un'età, un personaggio che dall'uomo-cineasta maturo dei 90 entra nella fase della vecchiaia. E lo fa sottovoce, con un dittico in tono minore che adopera le armi dell'ironia per percorrere la strada del "genere". Commedia più esplicita nel precedente lavoro, maggiormente dilatata qui (con scambi di battute come "perché vivi su una barca?" "detesto tagliare l'erba").
"Debito di sangue" è però a tutti gli effetti un tradizionale thriller. L'uomo, la vittima, il parente della vittima, il caso, il colpevole.

Terry McCaleb è un agente federale ormai in pensione e vive in solitudine su un battello nel porto di San Pedro. In questo uomo è possibile tracciare già una distanza tra l'(anti)eroe e il contesto che lo vedrà agire nel corso del film. Non è una frattura inedita se si pensa che da sempre, nei western come nei polizieschi, la figura dell'autore si poneva ai margini. Ma nell'Eastwood recente è innegabile un avvicinamento tra il personaggio e il collettivo, una società all'interno della quale si muoverà per fare chiarezza più che pulizia, per fermare quelle ferite sociali e culturali di un mondo che non vuole vedere oltre il seminato (a partire dalle facili scorciatoie che la polizia utilizza per risolvere il caso) e che si limita a concezioni unilaterali sull'identità del prossimo, soprattutto se straniero.
Non ci si limita difatti ad un'ipotesi di un vincolo capace di travalicare i sessi. Eastwood ha spazzato via ogni sospetto di misoginia anche agli occhi dei più scettici (coloro che si limitavano a giuducarlo attraverso i Callahan e i pistoleri di turno), demolendo ogni congettura dell'altro sesso come accessorio alla sua figura. In realtà ne avevamo avuto in piena coscienza ne "I ponti di Madison County" ma in questo caso si aggiunge l'abolizione della distanza razziale (in corpo come in vita, in cuore materiale e spirituale), compresa una storia d'amore esplicativa con una donna ispano-americana, sorella della donatrice-vittima. Un legame a tutto tondo e indissolubile tra vita e morte, indagine e intimità, personaggio e tematiche esposte.

Eastwood e il debuttante Tom Stern, fondamentale direttore della fotografia dell'opera eastwoodiana degli anni 2000 e qui ancorato alla recente filmografia del regista - vedi l'iniziale faro dell'elicottero della polizia che rimanda ad alcuni effetti di "Potere assoluto" più che alle successive sfumature crepuscolari - optano per una pulizia dell'immagine che fa da autostrada ad una storia dritta, lineare. Le ombre sono forse fin troppo delineate, prive di quelle tonalità, incertezze ed interrogativi dei suoi migliori film. Terry McCaleb è un personaggio con dei rimpianti e quindi tormentato, ma non capace di farsi vero cantore di problematiche morali in grado di inglobare davvero un discorso su un'intera nazione, su un'umanità tout-court.
"Debito di sangue" resta un buon thriller, solidissimo e di inappuntabile fattura, che perde appena un po' di interesse ad una seconda visione dove la consapevolezza della provenienza del male è manifesta e di non primario interesse rispetto ad altri fattori della storia. Ma il film conta essenzialmente su un piano teorico, quello del pulsante cuore eastwoodiano che metaforicamente abbraccia sempre più chiaramente una molteplicità di interrogativi morali che dopo questa pellicola daranno vita ad un decennio di produttività sfavillante, regnato solo da grandi film.