CAST & CREDITS

cast:
Carlos Conti, Rodrigo De la Serna, Gael García Bernal, Mía Maestro, Mercedes Moran

regia:
Walter Salles

distribuzione:
BIM

durata:
126'

sceneggiatura:
Jose Rivera

fotografia:
Eric Gautier

I diari della motocicletta | Recensione | Ondacinema

I diari della motocicletta

di Walter Salles

drammatico, Usa/Germania/Gran Bretagna/Argentina (2004)

di Angela Ramaccioni

Voto: 6.5
Buenos Aires, 1952. I due amici Ernesto Guevara, ventitreenne laureando in medicina, e Alberto Granado, biochimico di 29 anni, partono alla scoperta dell'America latina in sella alla motocicletta "Poderosa", attraversando Argentina, Perù e Cile. Come vuole la tradizione picaresca, dopo questo viaggio non saranno più gli stessi. Ma qui non siamo davanti a un romanzo di formazione, siamo davanti a un'esperienza realmente vissuta, così come viene testimoniata nel diario dei suoi protagonisti.

Walter Salles (regista di "Central do Brasil") ha collaborato con lo stesso Alberto Granado, ormai ultraottantenne, per la ricostruzione della vicenda. Questa fedeltà ai fatti così come sono stati vissuti può giustificare almeno in parte certe cadute della sceneggiatura nel registro retorico. Tuttavia gli scettici si possono tranquillizzare: non pare proprio di assistere alla celebrazione del mito di un "eroe da maglietta". In questo universo filmico il "Che" non esiste ancora, esiste un ragazzo curioso e irrequieto che desidera entrare in contatto con le proprie radici, esplorando il meraviglioso e immenso continente a cui appartiene. La solidarietà verso le popolazioni che vivono rassegnate nella miseria, vittime dei soprusi storici - come i nativi costretti a vivere da reietti nella propria terra - nasce in maniera spontanea e graduale, si fonda esclusivamente sulla coscienza civile e sul senso di appartenenza.

In questa fase della vita di Guevara manca ancora una formazione politica che faccia da filtro alle esperienze. Questo è il viaggio in cui l'inquietudine astratta di un giovane studente diventa consapevolezza concreta, desiderio di fare qualcosa di utile e di grande per riscattare la dignità ferita del proprio popolo. Perché storcere il naso davanti allo spontaneo senso di solidarietà attribuito ai due ragazzi? Non può che essere quella la scintilla che fa emergere in un giovane la vocazione alla missione civile.

In questo film c'è una storia che sta per diventare Storia e non è mai facile rappresentare un'epifania, fondare una leggenda, calibrando l'enfasi e la passione mitizzante. E' un film convincente? Sì, abbastanza, e anche godibile, ma non certo memorabile.

Il paesaggio non è protagonista come ci si potrebbe aspettare da un road movie ambientato in Sud America, la fotografia non ha come intento principale quello di enfatizzare le meraviglie ambientali - già clamorose di per sé - ma di omaggiare le popolazioni che questa terra la abitano; la attraversano a piedi, carichi di sacchi, fino alle cime più inospitali; la coltivano senza ottenere molto in cambio; la amano incondizionatamente perché ne sono parte integrante. E' uno sguardo antropocentrico che ricerca l'autoctono, concedendo ben poco all'esotico che piace tanto allo spettatore. Perché l'orgoglio ferito di questo popolo si può riscattare solo attraverso il senso di appartenenza collettiva alla stessa terra. Non ci sono grandi divagazioni paesaggistiche, la figura umana rimane sempre presente nell'inquadratura - che siano primi piani, piani lunghi o lunghissimi. Non sono rari i campi lunghi sui piccoli villaggi nella cornice naturale, volti ancora a sottolineare l'armonia degli insediamenti umani nell'ambiente circostante. (Si veda il confronto didascalico ma efficace fra le splendide rovine inca sul Machu Picchu e l'orrore edilizio della capitale Lima).


Degna di nota anche la musica di Gustavo Santaolalla, pregna di quel particolare umore malinconico, così caratteristico dei popoli sudamericani.