CAST & CREDITS

cast:
Helen Mirren, Alan Rickman, Aaron Paul, Barkhad Abdi, Iain Glen, Jeremy Northam, Phoebe Fox

regia:
Gavin Hood

distribuzione:
Teodora Film

durata:
102'

produzione:
Entertainment One

sceneggiatura:
Guy Hibbert

fotografia:
Haris Zambarloukos

scenografie:
Johnny Breedt

montaggio:
Megan Gill

costumi:
Ruy Filipe

musiche:
Paul Hepker, Mark Kilian

Il diritto di uccidere | Recensione | Ondacinema

Il diritto di uccidere

di Gavin Hood

drammatico, Sudafrica/Regno Unito (2015)

di Mirko Salvini

Voto: 7.5
L'utilizzo dei droni in guerra sta diventando, per svariate (e comprensibili) ragioni, una prassi sempre più crescente e il mondo del cinema non poteva non che prenderne atto. A Venezia 2014 era stato presentato "Good Kill" di Andrew Niccol, mentre lo scorso anno a Toronto è stata la volta di questo "Il diritto di uccidere", in arrivo adesso nelle nostre sale grazie a Vieri Razzini e alla sua Teodora. Dirige il sudafricano Gavin Hood, diventato noto dopo che nel 2006 il suo film "Il mio nome è Tsotsi" vinse l'Oscar come miglior film straniero. Da allora il regista è stato coinvolto in vari progetti internazionali che non sono stati accolti bene, a differenza invece questo thriller bellico che alterna una solida impostazione teatrale (si svolge nell'arco di una giornata) a sequenze di azione che hanno il ritmo giusto e che tengono lo spettatore in tensione fino allo scioglimento finale.

Coproduzione anglo-sudafricana, il film è stato girato nel paese del regista (i contenuti però non sono sottoscritti dal locale "dipartimento dell'industria e del commercio", che pure ha prestato la sua collaborazione, come si evince dai titoli di coda), qui impegnato anche in veste d'attore (nei panni dell'ufficiale che segue l'operazione militare negli Stati Uniti). La sceneggiatura dell'inglese Guy Hibbert (scrittore molto attento alle tematiche scottanti, visto che ha scritto anche per Oliver Hirschbigel "L'ombra della vendetta", dedicato al tema della lotta armata in Irlanda, e il prossimo film di Amma Assante, "A United Kingdom", sul primo matrimonio misto in Inghilterra) ci racconta della necessità di eliminare (anche se inizialmente era stata prevista la cattura) in quel di Nairobi tre terroristi affiliati al gruppo sunnita Al-Shabaab (due uomini africani e una donna di nazionalità inglese convertitasi alla fede islamica) prima che questi si lascino esplodere in un centro commerciale della capitale keniota, seminando morte e terrore. A dirigere le operazioni da Londra è una donna colonnello (Helen Mirren, che insieme a Meryl Streep, è fieramente intenzionata a dimostrare che un'attrice di valore ha diritto a trovare ruoli adatti per lei a tutte le età), coadiuvata da un generale di esperienza (l'ottimo Alan Rickman, qui alla sua ultima interpretazione); ma a guidare i droni che colpiranno il covo dei terroristi saranno due piloti americani in collegamento dagli Stati Uniti (Aaron Paul, piuttosto noto grazie a "Breaking Bad", e l'emergente inglese Phoebe Fox).
Sfortunatamente nei pressi del luogo da colpire si mette a vendere il pane Alia, una bambina appartenente a una famiglia che abita nelle vicinanze. Questo scatena tutta una serie di dubbi sul da farsi, permettendo così al film di raggiungere il suo picco emotivo.
Cosa è più giusto? Salvare la bambina e permettere ai criminali di eseguire il loro piano di terrore o mettere a repentaglio la sua vita nella speranza di salvarne decine? Mentre il dilemma morale va avanti, un agente segreto locale (che ha il volto singolare di Barkhad Abdi, l'attore somalo divenuto famoso grazie al ruolo di rapitore di Tom Hanks in "Capitan Phillips") proverà non senza difficoltà di dare il suo contributo in loco. Politici e consulenti danno il loro contributo, dimostrandosi all'occorrenza seri, partecipi o pusillanimi, finendo però col delegare ai "professionisti della guerra" le decisioni più difficili.

Rifacendosi a classici come "A prova di errore" di Lumet e "Dr. Stranamore" di Kubrick (soprattutto per come tenta di smorzare i momenti più tesi con accenni ironici), il film tenta di far risaltare l'umanità dei personaggi coinvolti, in particolare i militari, stavolta non visti come machisti superuomini ma come persone che spesso si trovano di fronte a decisioni impossibili da prendere in pochissimo tempo. La piccola venditrice di pane col suo velo rosso (un richiamo alla bambina incappottata dello "Schindler's List" spielberghiano) e la sua famiglia umile ma aperta (un cliente rimprovera il padre di farla giocare nel cortile di casa con un hula-hoop) diventano il simbolo perfetto di un'umanità da salvare, piuttosto che da sacrificare, qualunque sia la posta in gioco e qualunque siano i propri convincimenti (il film ama sottolineare come America e Regno Unito abbiano un concetto di "danni collaterali" ben distinto).
Ottimamente interpretato (nel cast ci sono anche Michael O'Keefe, Iain Glen, Monica Dolan e Jeremy Northam) e benissimo montato da Megan Gill, il film ha fra i suoi pregi anche quello di essere tristemente attuale. Altro motivo per cui merita la visione.