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Disobedience

di Sebastián Lelio

drammatico, Usa/Gb/Irlanda (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Rachel Weisz, Rachel McAdams, Alessandro Nivola, Anton Lesser, Bernice Stegers

regia:
Sebastián Lelio

distribuzione:
CINEMA

durata:
114'

produzione:
Braven Films, Element Pictures, LC6 Productions

sceneggiatura:
Sebastián Lelio, Rebecca Lenkiewicz

fotografia:
Danny Cohen

scenografie:
Sarah Finlay

montaggio:
Nathan Nugent

costumi:
Odile Dicks-Mireaux

musiche:
Matthew Herbert

Disobedience | Recensione | Ondacinema

Disobedience

di Sebastián Lelio

drammatico, Usa/Gb/Irlanda (2017)

di Giancarlo Usai

Voto: 6.0

Il cinema cileno, rappresentato a livello mondiale dal talento assoluto di Pablo Larraín, è in ottima salute. E a dimostrarlo c'è la quantità di cineasti più o meno giovani capaci di affermarsi anche fuori dai confini nazionali e affrancarsi in autonomia dalla figura ingombrante del regista di "Jackie". È il caso di Sebastián Lelio, da almeno cinque anni ospite abituale di Festival e rassegne. Il suo è uno stile registico improntato al classicismo della messa in scena che gioca con il contrasto provocato dalla forza disturbante dei temi narrati. E in più, il cinema di Lelio è molto femminile, nel senso proprio del termine. Al centro delle sue opere c'è una vera e propria ossessione per l'universo-donna e per il modo attraverso cui esso esplode a contatto con forze soverchianti o situazioni al limite della sopportazione umana.

Dopo "Gloria" e "Una donna fantastica", "Disobedience" prosegue su questa strada. Ambientato a Londra e recitato in inglese da un cast di volti ben più noti al grande pubblico rispetto ai precedenti titoli dell'autore, il film ci racconta la passione di fuoco che si accemde tra due donne che sono oppresse dall'ambiente circostante. L'una (Rachel Weisz) torna a casa dall'America per un lutto familiare, l'altra (Rachel McAdams) è sposata con il cugino della prima, un componente di spicco di una delle più importanti famiglie della comunità ebraica ortodossa della capitale britannica. L'adulterio e l'amore lesbico sono quanto di più detestato e osteggiato ci possa essere, ovviamente, in una realtà dove anche solo un abbraccio sull'uscio di casa può essere considerato blasfemia. Lelio dirige con mano sicura e piglio elegante il suo melodramma in interni. Ma ciò che lascia perplessi è l'incapacità di lavorare davvero, a differenza di quanto aveva fatto nei lungometraggi girati in patria, con l'ambiente che circonda le protagoniste.

L'amore saffico di Ronit ed Esti ci appare, fondamentalmente, come una ordinaria e combattuta storia impossibile, perché porterebbe alla rottura di un matrimonio. Nel romanzo, da cui è tratto il film, della britannica Naomi Alderman la costrizione provocata dall'ortodossia ebraica giocava invece un ruolo essenziale nella costruzione del dramma sentimentale. E d'altronde Lelio sarebbe un esperto su questo: pensate alle travagliate vicende dalla vedova trans del suo ultimo titolo, costretta a un dolente peregrinare perché detestata per la sua scelta di vita da tutti. Lì Lelio riusciva eccome a sovrapporre la vicenda individuale al contesto sociale. Qui, invece, queste famiglie di ebrei rigidi e severi appaiono messi in scena come fossero delle innocue caricature, elementi di contorno e di "colore" di una storia ben più tradizionale, dopo tutto. Se andiamo a ripescare nella memoria un recente melodramma su un amore impossibile tra due donne, "Carol" di Todd Haynes, l'effetto di contrasto diventa ancor più dirompente, laddove l'autore statunitense riusciva perfettamente nel suo lavoro di integrazione del rapporto agognato con l'America degli anni 50.

L'arte cinematografica di Lelio è lieve e sussurrata. Non ci saranno mai nelle sue opere sequenze che verranno scolpite nella nostra memoria. Però ha quel mestiere che distingue un autore intelligente da un mestierante al soldo di produzioni senz'anima. E questa dote salva dall'insufficienza anche "Disobedience" che, anche se scarseggia di coraggio e intraprendenza, appassiona ai suoi personaggi per tutta la durata del film. Qui ci sarebbe da estendere il ragionamento a quella che è ormai una carriera ben delineata di un regista che ambisce chiaramente a un posto di rilievo in un movimento artistico notevole quale il Nuovo cinema sudamericano. In "Disobedience" ricorrono due difetti delle precedenti pellicole di Lelio. Il primo è quella eccessiva accondiscendenza nei confronti della vicenda narrata. Coraggioso ma fino a un certo punto, audace ma con moderazione, l'autore nativo di Mendoza non ha ancora sciolto i dubbi riguardo la sua personalità autoriale. Lo stesso timore che palesava in "Gloria" nei confronti del mondo borghese e in "Una donna fantastica" verso la rivendicazione del diritto alla diversità emerge anche in "Disobedience", laddove la comunità ebraica viene dapprima messa in scena in tutti i suoi eccessi anacrostici e poi "giustificata" per il contesto sociale e storico in cui vive. E il secondo difetto, e qui probabilmente si nota in modo impietoso lo scarto di maturità rispetto al suo connazionale Larraín, è l'esigenza che Lelio sente di sottolineare con didascalie narrative il senso stesso del suo racconto, quasi a motivare le sue stesse scelte registiche, il suo stesso stile di scrittura prima ancora che di messa in scena.

Bravo nella scelta dei soggetti e originale nei punti di vista consolidati, Lelio deve ancora compiere un passo verso la completa autonomia artistica. Intanto, questo suo film va preso per quello che è: un solido e ben costruito melodramma, lontano da qualsiasi tipo di ambizione ulteriore. Facciamo bastare le due protagoniste, le due Rachel, entrambe in forma smagliante.