CAST & CREDITS

cast:
Leopoldo Trieste, Stefania Sandrelli, Lando Buzzanca, Daniela Rocca, Marcello Mastroianni

regia:
Pietro Germi

distribuzione:
Lux Film

durata:
105'

produzione:
Galatea Film, Lux Film, Vides Cinematografica

sceneggiatura:
Alfredo Giannetti, Ennio De Concini, Pietro Germi

fotografia:
Leonida Barboni, Carlo Di Palma

scenografie:
Carlo Egidi

montaggio:
Roberto Cinquini

musiche:
Carlo Rustichelli

pietra miliare

Divorzio all'italiana | Recensione | Ondacinema

Divorzio all'italiana

di Pietro Germi

commedia, Italia (1961)

di Alessandro Corda

Art 587 c.p.
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella,
nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato
d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia,
è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena
soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte
della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la
figlia o con la sorella

Il sorriso di un uomo serio

L'uscita nelle sale di "Divorzio all'italiana", nel dicembre del 1961, segna una tappa significativa per la carriera di Pietro Germi. Fino a quel momento Germi è stato considerato dalla critica un regista serio e i suoi film sono stati caratterizzati da una cifra drammatica, ancora profondamente debitrice al neorealismo. Un esempio lampante è "Il cammino della speranza" del 1950: un vero e proprio dramma neorealista sulla dura vicenda di un gruppo di minatori siciliani, che gli valse la popolarità internazionale. Si può citare ancora "Il ferroviere" (1955), dal taglio nettamente più intimista e che non indulge mai in patetismi (magari con una punta di moralismo, se vogliamo), dove Germi è anche attore nella sua interpretazione migliore. Quattro anni dopo gira "Un maledetto imbroglio", ispirato a "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda, che diventa uno dei primi esempi di poliziesco italiano. Vuole interpretare anche questo film, assecondando quello che era il suo sogno più grande: quello di diventare un grande attore, prima di un grande regista. Neanche questa innovativa digressione nel giallo però riesce a segnare la sua carriera e la sua vita personale quanto l'uscita di "Divorzio all'italiana".

Pietro Germi lavorò nel mondo del cinema ben lontano da ogni forma di intellettualismo e non frequentò mai gli ambienti snob della sua epoca. Non si considerò mai un vero e proprio autore, ma un semplice narratore di storie. Sarà stato questo suo atteggiamento dimesso e, aggiungiamo, il grande successo di pubblico, che portò la critica a relegarlo tra i minori, alla stregua di un buon artigiano. Di umili origini, nacque a Genova quasi cento anni fa, il 14 settembre 1914. I suoi genitori erano gente povera e non avevano studiato (il padre faceva il portiere di notte in un albergo). I temi della povera gente diventano, perciò, un leitmotiv della prima parte della sua filmografia, dove il regista attinge spesso ai ricordi d'infanzia. Dopo alcuni ruoli di attore nei primi anni 60, torna alla regia con "Divorzio all'italiana", la sua prima commedia. Lui, uomo e cineasta di nota seriosità, di lì a poco sarebbe diventato un maestro della commedia rimanendovi legato fino alla fine della sua carriera. In principio doveva essere un film drammatico, ispirato al romanzo di Giovanni Arpino "Un delitto d'onore". Il tema centrale era proprio quello dei delitti d'onore (in quegli anni erano circa più di mille all'anno). Alfredo Giannetti, che insieme a Ennio De Concini e allo stesso Germi ne scrisse il soggetto, ebbe l'idea di trasformare il tutto in una commedia dai contorni grotteschi e neri, muovendo così un forte atto d'accusa verso l'art. 587, figlio di un codice penale antico e fuori tempo. In fondo, un testo di legge che autorizza il delitto d'onore con una pena simbolica, non può che prestarsi all'irrisione.
La storia è ambientata nell'immaginaria Agromonte in Sicilia (Ispica, nella realtà) e viene raccontata dalla voce fuori campo dello stesso protagonista, il barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni, candidato all'Oscar come miglior attore protagonista), detto Fefè, attraverso un lungo flashback che ci accompagna per tutto il film. I personaggi che si muovono intorno alla vicenda sembrano pupi siciliani, marionette che rimangono rigide nei propri cliché (in primis il barone stesso, con i suoi capelli lucidi di brillantina). Il barone non è altro che un uomo che non sa amare, essendo profondamente egoista: è sposato da quindici anni con Rosalia (Daniela Rocca) e non sopporta più la sua morbosità, tanto da sentirne quasi repulsione fisica. Il tormentone di Rosalia ("Fefè, dove sei?") diventa un tarlo che lo rende esasperato della vita famigliare, se non fosse per la cugina più giovane (Stefania Sandrelli) di cui è segretamente innamorato. Da qui il progetto di far fuori la consorte, cercando di mettere in scena un delitto d'onore. Don Fefè si muove come un regista: cerca un attore che possa interpretare l'amante (uno splendido Leopoldo Trieste), un registratore per immortalare il tutto e una scenografia adeguata. Alla fine riuscirà nell'impresa, salvando così "l'onore".

La vicenda non è nuova, ma la rivoluzione stilistica è cominciata: lontano anni luce dalla linearità del dramma neorealista, con questa pellicola Pietro Germi si libera da un'armatura formale e gira con grande libertà e violenza di stile come mai aveva fatto. Il flashback, il montaggio frenetico di alcune scene, la sospensione della voce fuori campo con ripresa successiva del filo del discorso, l'uso del sonoro per caratterizzare alcuni momenti (si pensi all'urlo del venditore ambulante che penetra in casa), i sogni assassini di Mastroianni che interrompono la storia come spot, l'accelerazione delle scene (la corsa del barone per azionare il registratore che poi riavvolge all'indietro, così anche le immagini impresse del film) sono tutti elementi nuovissimi nel suo cinema. Il clima è quello della Nouvelle Vague, di "Hiroshima mon amour", non certo di Visconti o Fellini (citato nella scena di cinema nel cinema con la proiezione de "La dolce vita" a cui assiste Mastroianni nella duplice veste di spettatore e attore). Da questo momento in poi il suo cinema diventa quello della commedia e della satira di costume ("Sedotta e abbandonata", "Signori e signore"). Tutto questo grazie all'enorme successo di pubblico di "Divorzio all'italiana" e a una serie di premi sempre più importanti (da citare la vittoria dell'Oscar per la miglior sceneggiatura originale).

La Sicilia, lo specchio dei vizi italiani

La Sicilia di Germi è descritta come un mondo ancestrale e radicato su regole e riti arcaici che si perpetuano di generazione in generazione. Dal continente giungono lontani echi di modernità e cambiamento (i balli moderni, il deputato del PCI che indaga sulla condizione della donna), ma non riescono a far breccia nella chiusa comunità di Agromonte. Al di là delle connotazioni tipicamente siciliane come l'onore, le corna, il dialetto, il folklore, i mandolini, questa rappresentazione caricaturale porta però i connotati di un intero Paese ancora legato a una legislatura anacronistica e a all'influenza della Chiesa in ogni ambito della vita sociale e politica. Emblematica la figura del parroco che invita i fedeli a votare liberamente, secondo coscienza, un partito "democratico e cristiano". Germi utilizza questa caricatura per mettere a nudo il maschilismo, la retorica forense e la bigotteria di gran parte d'Italia e lo fa con lo strumento della commedia. Per molti critici "Divorzio all'italiana" è stato il primo esempio di commedia all'italiana. In verità già prima questo termine fu utilizzato per "Un americano a Roma" e "I soliti ignoti". Per quanto riguarda poi il tema del rapporto uomo-donna, già "Il vedovo" di Dino Risi (1959) aveva indicato l'uxoricidio come unica via d'uscita per tutti i mali del matrimonio. Il capodopera di Germi però carica tale cattiveria, tipica del filone della commedia all'italiana, di un maggiore sarcasmo, e lo fa mettendo in scena solo personaggi sgradevoli e privi di umanità, con toni ben più forti delle opere citate. Qui Germi non permette allo spettatore di identificarsi con qualcuno, ma lo obbliga a seguire Don Fefè e a fare quasi il tifo per lui. Per paradosso l'unica creatura dotata di una certa umanità è proprio Rosalia che, nei suoi modi dolciastri e appiccicosi, si interroga però sull'esistenza, legge qualche libro e ascolta Donizetti.

Se con "Divorzio" Pietro Germi ha fatto nascere la commedia all'italiana è anche pur vero che ne ha, quasi, diretto il funerale: "Amici miei", progetto pensato e lasciato prima di morire a Mario Monicelli, è l'epitaffio di un genere e di un'epoca. Nel suo vero ultimo film, "Alfredo Alfredo", non ritroviamo più la cattiveria e il sarcasmo, ma una certa malinconia e un senso di caducità. L'enorme successo ottenuto farà nascere altri film "all'italiana" (ci saranno "Amore", "Matrimonio", "Adulterio"), ma nessuno di questi raggiungerà vette così alte. Il barone Cefalù rimane così una maschera unica e inimitabile con quei capelli impomatati di brillantina, il bocchino e il tic della bocca. Mastroianni offre una delle interpretazioni migliori della sua carriera, ispirata alla figura dello stesso Germi permettendogli così di "apparire" anche nella sua opera più importante.