CAST & CREDITS

cast:
Andrea Riseborough, Clive Owen, Gillian Anderson, Aidan Gillen, Stuart Graham, Domhnall Gleeson, Martin McCann

regia:
James Marsh

distribuzione:
Moviemax

durata:
101'

produzione:
BBC Films, Element Pictures, Irish Film Board

sceneggiatura:
Tom Bradby

fotografia:
Rob Hardy

montaggio:
Jinx Godfrey

musiche:
Dickon Hinchliffe

Doppio gioco | Recensione | Ondacinema

Doppio gioco

di James Marsh

drammatico, thriller, Gran Bretagna/Irlanda (2012)

di Giancarlo Usai

Voto: 7.0

Che cos'ha in comune il cinema di James Marsh con quello di Jim Sheridan? Niente. Mentre il cineasta irlandese ha da sempre ritratto le questioni storiche riguardanti l'isola e il suo rapporto con l'Inghilterra con un occhio da ricercatore e ricostruttore di fatti, il documentarista giunto qui al suo secondo lungometraggio di finzione "usa" quella materia per fare altro. Il suo thriller è, prima di tutto, una solida e convincente pellicola di genere, un'opera di tensione giocata tutta sulla doppiezza dei personaggi.

Marsh, che ha vinto un Oscar per il miglior documentario qualche anno fa con quel gioiello che risponde al nome di "Man On Wire", ha sempre dimostrato, in meno di dieci anni di carriera, una specifica attenzione agli sviluppi antropologici delle sue storie. Dietro la narrazione di eventi ed episodi umani, c'è sempre un interesse a osservare l'evoluzione interiore dei suoi protagonisti, dare allo spettatore un quadro attendibile delle pulsioni e dei sentimenti che stanno alla base delle azioni materiali.

L'Ira, la lotta terrorista per l'indipendenza da Londra, il dibattito su una pace possibile, tutti temi che "Doppio gioco" lascia, forse inavvertitamente, sullo sfondo. Nella storia di Colette, interpretata da Andrea Riseborough, c'è soprattutto l'inafferrabilità di un destino a due corsie: o restare nella famiglia, gruppo leader dell'organizzazione terrorista, e rischiare l'ergastolo o dare a suo figlio un futuro lontano dalla guerra, ma collaborare con i servizi segreti in qualità di informatrice infiltrata. Attorno a questo dubbio e alle premure dell'agente che ha il volto di Clive Owen, c'è tutta un'umanità che fa del suo meglio per portare acqua al mulino della propria causa.

Ma, come dicevamo, l'argomento più strettamente politico pare interessare di meno a Marsh, come anche la ricostruzione storica della Belfast degli anni 90 lascia il tempo che trova. La scarsa attenzione ai dettagli è compensata da una concentrazione sulla costruzione del thriller in senso proprio. E mentre lasciano il tempo che trovano gli espedienti tecnici utilizzati per coprire l'inadeguatezza della produzione ad ambientare realisticamente il film vent'anni indietro nel tempo, risultano più convincenti le scene girate in interni, dove il contesto storico e politico scompare e Marsh può liberare la sua curiosità verso l'intimità dei suoi personaggi.

Il breve piano sequenza che apre il film nella metropolitana di Londra è esemplificativo di tutta la pellicola: scegliendo di mettere fuori fuoco per impedire di osservare i dettagli del treno o della stazione ferroviaria, Marsh risolve così la questione dell'incongruenza narrativa. Tenendo la macchina da presa incollata sugli occhi persi nel vuoto della terrorista suo malgrado indirizza fin dai primi minuti la sua direzione verso un'indagine umanista, prima ancora che sociale.

La scelta di "servirsi" in modo apparentemente semplicistico della situazione storica e delle tensioni nordirlandesi è il pregio e il limite al tempo stesso dell'opera. Se da una parte c'è la concretezza da vero documentarista di orientarsi su un film di genere che esalti le doti registiche di Marsh, ma anche quelle interpretative degli attori principali, dall'altra resta l'amaro in bocca per una certa immaturità narrativa: nel suo tenersi ai margini dei tumulti pubblici, l'autore di "Doppio gioco" è come se alzasse bandiera bianca fin dal principio, palesando poca dimestichezza nel riuscire a far sì che "storia" e "Storia" possano formare un quadro complessivo più omogeneo e ambizioso.

Insomma, forse il Marsh talento assoluto del documentario lascia il posto, quando si occupa di cinema di finzione, a un artigiano molto meno imprevedibile, ma resta comunque l'apprezzamento per un ottimo esempio di cinema "medio", o mainstream se volete, capace di regalare allo spettatore un'ora e mezza lontana dalla noia.