CAST & CREDITS

cast:
Daniel Craig, Naomi Watts, Rachel Weisz, Marton Csokas, Elias Koteas

regia:
Jim Sheridan

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
92'

produzione:
Morgan Creek Productions

sceneggiatura:
David Loucka

fotografia:
Caleb Deschanel

montaggio:
Glen Scantlebury, Barbara Tulliver

musiche:
John Debney

Dream House | Recensione | Ondacinema

Dream House

di Jim Sheridan

thriller, Usa/Canada (2011)

di Matteo De Simei

Voto: 3.0

Esce anche nelle sale italiane "Dream House", la pellicola diretta dall'irlandese Jim Sheridan che ha originato un caso diplomatico negli Stati Uniti. Frequente è il caso per cui un autore di un libro si discosti dalla sua trasfigurazione cinematografica (caso celebre è quello di "Shining" nel quale Stephen King rimase infastidito dal prodotto kubrickiano) o quello in cui sono i registi stessi a rimanere delusi dal risultato del proprio lavoro. Mai però era capitato di assistere, a livelli così alti di direzione e produzione, a un rifiuto netto della paternità di una propria opera. Il succo della questione? Un abuso di potere dei produttori della Morgan Creek, rei secondo Sheridan, di avergli manomesso gran parte della sua realizzazione in sede di montaggio e di scrittura, solo perchè lo stesso regista avrebbe voluto ritoccare la sceneggiatura, non propriamente infallibile, di David Loucka ("Quattro pazzi in libertà").

La storia è quella di un editore newyorkese che decide di abbandonare la metropoli e il lavoro per raggiungere la moglie e le due figlie in una tranquilla e amena casa del Connecticut. Presto scoprirà insieme alla sua famiglia che l'idilliaca dimora è stata in realtà lo scenario di un orripilante pluriomicidio. La prima parte del film non si può dire che esplori nuovi continenti, la formula è quella della rivisitazione dei canoni del classico thriller psicologico, al limite (e forse oltre) del citazionismo. A cominciare dalle due bambine della locandina (e del trailer soprattutto) che rievocano proprio una delle immagini più possenti del capolavoro horror di Kubrick, per passare alla deliziosa dimora che nasconde il terribile segreto ("Amityville Horror") e alla rivelazione sconvolgente che causa l'inevitabile colpo di scena (molto simile a quello di "The Others"). I conflitti di identità e le sequenze dell'istituto psichiatrico rimandano poi all'ultima, mediocre, pellicola di Carpenter. Eppure fluidità e tensione sono palpabili e lo spettatore cura ancora con interesse l'intrigante evolversi della vicenda, luoghi comuni imbarazzanti (il nascondiglio segreto dietro le ante dell'armadio, la messa nera dietro lo scantinato della casa) e mutismo irritante della Watts a parte.

Il colpo di scena arriva a metà pellicola, troppo presto per reggere il peso di una seconda parte che dovrebbe fare fuoco e fiamme. La verità rivelata che tronca in due il film scatena una serie di avvenimenti al limite dell'improbabilità e del ridicolo e la poca aderenza di cui il film ancora fruiva deraglia in modo scandaloso: è a dir poco inverosimile che quello che viene considerato un pazzo assassino torni in libertà dopo cinque anni da una casa di cura per malati mentali e sia così lucido, nonostante viva parallelamente il suo mondo fantastico e ideale. Improbabile è anche la facilità con la quale il protagonista risieda in una scena del crimine. Quello che lascia davvero sbigottiti però è la superficialità con cui viene montato e scritturato il finale, davvero al limite del comico e che raggiunge il parossismo nel momento in cui la moglie Libby (una convincente Rachel Weisz), proiezione della fantasia del protagonista, si trasforma in uno spirito che comunica con il mondo dei vivi e sposta gli oggetti (come in "Ghost"!) deturpando ulteriormente di salsa melò la sciagurata pellicola.

Impensabile associare il nome di Jim Sheridan a un thriller prodotto a Los Angeles. Con il viaggio di formazione di "In America" (2002), l'autore ha simbolicamente e letteralmente creato un punto di rottura con la natia Irlanda, quella che lo ha consacrato a livello internazionale ("Il mio piede sinistro", "Nel nome del padre", The Boxer") approdando al cinema d'oltreoceano senza però il fervore e l'estro dei suoi lavori di esordio. Ma Sheridan non ha colpe: analizzando la prima parte di questo "Dream House" la sua presenza è palpabile, così come evidente è la sua "assenza" durante il susseguirsi di una pellicola che ha catturato su di sé tutta la sfortuna e l'incompetenza di questo mondo (cinematografico).