CAST & CREDITS

cast:
Ma Yi-hang, Yu An-shun, Herb Hsu, Chao Yi-lan, Pai Chih-ying, Serena Fang, Sam Wang, Lu Yi-Ching

regia:
Zero Chou

durata:
96'

sceneggiatura:
Zero Chou

costumi:
You Wen-wen

musiche:
Christine Hsu

Drifting Flowers | Recensione | Ondacinema

Drifting Flowers

di Zero Chou

drammatico, Taiwan (2008)

di Anna Maria Pelella

Voto: 6.5
Le donne e l'identità sessuale sono il fulcro di questo potente racconto corale e doloroso. La narrazione è circolare e interseca vari piani temporali. Si parte da Mei che all'età di otto anni scopre la gelosia e l'amore omosessuale, e si finisce con Diego adolescente, che rifiuta reggiseni e quant'altro la possa rendere femminile nell'aspetto, per inseguire un modello di sessualità che avverte come strano e lontano dalle sue possibilità. Le due si incontrano e si innamorano, cambiando così la vita di Mei. Nel mezzo c'è la storia di Lily, che vediamo in due momenti della vita, il suo matrimonio e la vecchiaia, in cui reincontra Yen, un amico sieropositivo che si abbandona alla propria mortalità.

Zero Chow è una grande narratrice delle infinite derive del femminile. Il suo è un occhio impietoso e poetico che spesso coglie le donne nella confusione di un'identità parziale, a volte velata di colpa. E se in "Spider Lilies" il racconto era impregnato di un'assoluta mancanza di speranza circa la reale possibilità per le protagoniste di abbandonarsi alla propria scelta oggettuale, qui si insinua un barlume di accettazione e di volontà di essere se stesse, prima ancora che apparire come donne.
Ma la speranza non è esattamente nelle corde della regista, e quindi essa diviene più un'insinuazione che un desiderio reale, e finisce così per stemperare la reale portata del vissuto delle protagoniste.

Mei è la parte più ingenua del femminile, che si scopre gelosa e definisce i canoni del proprio essere attraverso la rabbia. Mentre Diego rappresenta l'emblema del senso assoluto di rifiuto per l'immagine di un femminile che è ruolo prima di tutto, e che soffoca con la sua definizione ogni afflato di diversità. Intorno a loro è tutto un fiorire di cantanti bellissime, che agiscono una seduttività che è rappresentazione fine a se stessa e nasconde un senso altro, visibile solo a chi non si ferma alle apparenze. E poi c'è Lily che ama appassionatamente il suo amico gay Yen, il quale rappresenta in pieno la sconfitta di chi ha dovuto lottare per essere se stesso, e interpreta la malattia come tratto finale della devastazione di un corpo che ha amato in maniera non convenzionale.

Il tutto è raccontato attraverso la mancata percezione dell'intima realtà di queste donne da parte degli altri. Altri che cercano una definizione, e se all'inizio la domanda poteva essere: "sei un ragazzo o una ragazza?" il quesito finale diventa: "ma insomma io chi sono?"
Zero Chow non risponde a nessuna delle domande poste all'interno del racconto, ma ci mostra i segni che queste lasciano sulla pelle di donne che faticano a reagire, per condizionamento culturale o per semplice mancanza di autostima. Le donne che vediamo ritratte in questo poetico e doloroso viaggio in treno, metafora e segno di un cammino ineluttabile su cui nessuno ha controllo se non un oscuro demiurgo, sono persone continuamente in contatto con una diversità che, seppure percepita dagli altri viene derisa e negata da essi, in nome di una normalità che appare prima di tutto freddezza e appiattimento. Ma per vedere bene questo dovremo arrivare alla fine del cammino, e poichè esso è lungo, doloroso e segnato da grossi ostacoli, apparirà tanto lento da insinuare un'immobilità. Ed è solo ai volti bellissimi e dolenti delle sue perfette interpreti che Zero Chow affida il senso di movimento interiore e la speranza di cui questo si fa portatore, e allo spettatore non resta altro da fare che affidarsi al racconto e augurare loro un fine che se non lieto, possa essere almeno indolore.