CAST & CREDITS

cast:
Louis Koo, Sun Honglei, Yi Huang, Lam Suet, Wallace Chung

regia:
Johnnie To

durata:
107'

produzione:
Hairun Movies & TV Group, Milkyway Image Company

sceneggiatura:
Wai Ka-fai

musiche:
Xavier Jamaux

Drug War | Recensione | Ondacinema

Drug War

di Johnnie To

poliziesco, azione, Cina/Hong Kong (2012)

di Giuseppe Gangi

Voto: 8.0
Dopo alcuni anni in cui il glorioso nome di Johnnie To sembrava essersi un po' appannato, tra alcuni film ingiustamente sottovalutati ("Mad Detective" e "Sparrow" in primis) e altri progetti inferiori per riuscita complessiva (la co-produzione francese "Vendicami") o per aderire al mainstream cinese ("Romancing in thin air" visto al Far East di Udine), il regista fa un ritorno in grande spolvero con "Drug War", seconda "sorpresa" del programma della settima edizione del Festival di Roma.
 
"Du Zhan" è un poliziesco d'azione che segue l'apice di un'operazione di polizia per arrestare dei fabbricanti e trafficanti di droga. Nell'incipit vediamo un auto attraversare un tornello autostradale e l'uomo al volante, con varie ustioni sul volto, inizia a vomitare perdendo il controllo del veicolo. Tornando a quello stesso tornello osserviamo come si sfiorino due azioni criminose (per)seguite dalla legge: passano in successione un camion che sta trasportando un carico di sostanze per la raffinazione di cocaina ed eroina, pedinato da una macchina della polizia, e poi un pullman che si blocca per un guasto al radiatore. Alcuni passeggeri del mezzo si insospettiscono e decidono di uscire di corsa, ma a questo punto i poliziotti appostati escono allo scoperto e uno dei fuggitivi si rivela essere un capitano dell'antidroga, infiltratosi da tempo nella banda. La droga nascosta nel condotto rettale, veniva così portata nel Mainland della Cina.
Entrando in medias res nell'azione, tramite un concitato montaggio alternato, ci vengono presentati i protagonisti mentre svolgono il loro lavoro: da una parte la squadra del Capitano Zhang Lei (Sun Honglei), dall'altra i fabbricanti di droga rappresentati dal personaggio ferito di Tommy Choi (Louis Koo), che in ospedale viene riconosciuto ed arrestato. Come gli fa subito presente Zhang Lei, per i trafficanti di droga c'è la pena capitale tramite iniezione letale: tra il martello della polizia e l'incudine di una condanna a morte sicura, Tommy si offre come collaboratore, promettendo di aiutarli a fermare l'intera organizzazione alla quale appartiene e che estende i suoi tentacoli anche al di fuori della Cina.

Tra il naturale sospetto per una conversione così repentina e il senso di fratellanza della squadra (la Legge non dorme mai), Wai Ka-fai organizza uno script che nasconde gli amati e fatali incroci tra personaggi ed evidenzia il granito di una solidità da tempo non raggiunta. Indubbiamente scrivere un film che doveve essere realizzato nella China Mainland non è la stessa cosa dell'indipendente prodotto Milkyway fatto in casa e con tutte le libertà del caso. Se si guarda con un po' di attenzione il plot di "Du zhan", e a come si evolvono (e cambiano) le dinamiche tra i personaggi, si intuisce che, nelle intenzioni dei produttori, far girare un film del genere a Johnnie To fosse un po' come commissionare un prodotto di propaganda sui G-Men nella Hollywood degli anni '30. Solo che, nel 2012, e con una pressione politica probabilmente meno autorevole (dietro non ci dovrebbe essere nessun Edgar J. Hoover), Wai e To hanno avuto quel margine di movimento che ha permesso di realizzare il loro miglior film dai tempi di "Exiled".

Se è evidente che la partecipazione emotiva vada tutta nei confronti degli instancabili poliziotti, è interessante capire i meccanismi che vengono innescati. Nonostante la diffidenza, quando Tommy comincia a collaborare, sembra instaurarsi con il capitano un silenzioso patto di reciproca alleanza, col fine di sbaragliare la banda che farebbe capo al fantomatico Zio Bill. Inizia un carosello di maschere e tradimenti, costruito su più livelli, dove il capitano si trasforma in istrione che assorbe e approssima ruoli criminali (il Fratello Haha, chiamato così perché ride dopo ogni frase), così da poter entrare in contatto diretto con Zio Bill e arrestarlo. Tommy ci mostra il suo lato umano (il rito funebre improvvisato con gli aiutanti sordomuti) ma dentro cova ben altri piani: grazie anche all'ambigua interpretazione di Louis Koo - complementare alle maschere di Sung Honlei che alla fine ritorna sempre l'integerrimo capitano di polizia - Johnnie To svuota il carattere criminale dal codice etico che ha sempre attraversato la sua galleria di fuorilegge e ne fa un uomo senz'anima, pronto a riempirsi del solo istinto di sopravvivenza che lo spinge a far scontrare le due fazioni al di qua e al di là della legge, con l'obiettivo di uscirne vivo.
 
Girato in maniera sontuosa ma asciugato dal suo stile esuberante, con una fotografia plumbea che sembra richiamarsi al realismo autoriale dei registi cinesi dell'ultima generazione (Jia Zhang-ke e Wang Bing), la "Drug War" di To esplode nell'ultima pirotecnica parte, dove si trascina per le strade una spietata e sanguinosa guerriglia urbana. Il regista di Hong Kong si sbizzarrisce alternando campi lunghi e agguerriti primi piani, roteanti dolly affilati da un montaggio calibrato al millimetro che arrivano allo spettatore come un fiume in piena. Gettando nel coas puro le pianificate azioni della polizia, l'elemento carnascialesco dell'indagine lascia il posto a quello mortifero dello scontro aperto; non può che tornare in mente "Expect the Unexpected" quando, nell'anno fatidico dell'Handover, una commedia poliziesca si trasformava nell'apocalissi dell'equilibrio tra Stato e anti-Stato. 
Quindici anni dopo, Johnnie To (all'epoca "solo" produttore) e Wai Ka-fai, non potevano prevedere che sarebbero finiti nella tana del lupo, costretti a giocare alle sue regole: lo fanno con un'estetica grigia che raffredda la manichea divisione tra buoni e cattivi e ce ne fa cogliere tutte le ambiguità. La domanda che sorge spontanea è se Tommy Choi avrebbe innescato quell'incomprensibile e imprevedibile effetto domino se non avesse avuto una condanna a morte assicurata: come si è lasciato scappare To in conferenza stampa, la differenza tra i criminali di Hong Kong e quelli del Mainland è che i secondi devono fare i conti con la pena capitale. L'asetticità disumana dell'iniezione letale (forse per la prima volta sugli schermi) vorrebbe dimostrarci che "il crimine non paga", ma la coda finale mette alla berlina un sistema che sfrutta, fino all'ultimo e senzia pietà alcuna, la sua posizione di vantaggio per carpire informazioni e continuare la sua (giusta) crociata. Forse, allora, l'apocalisse è già avvenuta. A To non resta che lasciare da parte gli eroi(smi) e contare i morti.