CAST & CREDITS

cast:
Matt Damon, Jodie Foster, Sharlto Copley, Alice Braga, Diego Luna, William Fichtner, Wagner Moura, Josh Blacker, Jose Pablo Cantillo

regia:
Neill Blomkamp

distribuzione:
Sony Pictures

durata:
108'

produzione:
Tristar Pictures, MRC

sceneggiatura:
Neill Blomkamp

fotografia:
Trent Opaloch

scenografie:
Neill Blomkamp

montaggio:
Julian Clarke, Lee Smith

costumi:
Philip Ivey

musiche:
Ryan Amon

Elysium | Recensione | Ondacinema

Elysium

di Neill Blomkamp

fantascienza, azione, Usa (2013)

di Paolo D'Alessandro

Voto: 5.5

"Non è fantascienza. È qui. È adesso".
Neill Blomkamp è molto sicuro di "Elysium", il suo nuovo film a quattro anni dal cult fantascientifico "District 9". Ma soprattutto, è molto orgoglioso dell'agenda sociopolitica che muove questo nuovo lavoro. La fantascienza più ambiziosa è quella che parla del presente, quella che legge la realtà più chiaramente, trasfigurandola attraverso il fantastico. "Elysium" è questo, una metafora del desiderio di rivalsa contro la disparità economica e sociale, della filosofia d'azione del movimento Occupy, persino dell'Obamacare, sullo sfondo di una distopia che somiglia tanto al nostro presente. Ma quanto può reggersi un'allegoria così ambiziosa e alta, se si confonde e contraddice?

Los Angeles, anno 2154. L'umanità è divisa: i meno abbienti sono rimasti soli su una Terra ormai sovrappopolata e senza speranza. I benestanti, il famoso "1%", si sono trasferiti su Elysium, l'utopica stazione orbitante completa di ogni comfort e privilegio, con macchinari così all'avanguardia da poter guarire ogni malattia. Ogni tentativo di immigrare illegalmente è punito con il carcere - o la morte, se cala il martello del Segretario alla Difesa Delacourt (Jodie Foster). Tutto questo però non ferma Max (Matt Damon): ex-teppista vittima di un bagno di radiazioni sul posto di lavoro, non vuole subire la sua condanna a sopravvivere per quei pochi giorni di vita che gli restano, e accetta una missione suicida pur di avere un'ultima possibilità: rapire uno dei ricchi di Elysium sulla Terra e derubarlo delle informazioni contenute nel suo cervello, conti correnti bancari e ricchezze incluse.
Max si trova davanti al materiale ben più scottante: un piano con cui Delacourt attuerà il golpe e prenderà possesso del governo della stazione spaziale. Ben presto, Max diventa l'ago della bilancia da cui dipende l'unica possibilità di rendere disponibile la speranza di vita di Elysium a tutto il resto del mondo.

Presupposti e luoghi della metafora sono pronti subito a germogliare, al netto di un manicheismo che, se di solito aiuta a puntellare l'artificio retorico, qui collassa fino a rendere forzato lo sviluppo del film. Si parte infatti da una contrapposizione: da una parte i Ricchi, perfetti e snob, al limite della parodia del liberal americano, immersi in un'Arcadia di eterni party in giardino; dall'altra i Poveri, annegati nel loro stile di vita inferiore, ridotti a vivere di espedienti o a farsi sfruttare sul posto di lavoro, e (a quanto vediamo) del tutto incapaci di rialzare la testa. 
Eppure, nonostante questo conflitto difficilmente ignorabile, a muovere in avanti lo script è altro: la leva emotiva, l'infanzia del protagonista (che ha sempre sognato di vivere su Elysium) e il suo rapporto d'amore con la bella e intelligente Frey (Alice Braga), che da metà film vira verso la leucemia della figlia della stessa Frey. La possibilità di dialettica e quindi di uno sviluppo del tema sociopolitico è diluita in un sentimentalismo semplicistico, che giustifica, senza soluzione di continuità, uno sparatutto action senza nuance.

Max, il nostro protagonista, l'unico bianco caucasico "buono", è introdotto nella sua sfacciataggine e assenza di prospettive nella prima mezz'ora di film, ma una volta intrapresa la missione, diventa una macchina di distruzione, e solo sullo sfondo si intuisce l'ampliarsi delle sue responsabilità e il sorgere del suo eroismo.
Si ampliano gli orizzonti, ma l'obiettivo sfoca: tutta la portata di questa "lotta di classe", se vogliamo chiamarla così, è ridotta in tutto il film alle sue conseguenze - cure mediche illimitate per tutti - senza considerarne le cause, la mancanza di equità. Ed eccoli i "gommoni" spaziali che si infrangono sulla terra promessa per un solo motivo: guarire dalle malattie, non certo provare a farsi una vita migliore - d'altronde l'arresto è praticamente certo. La promessa del cambiamento è azzerata a una scazzottata su una passerella di servizio tra due.
Se altre distopie, come "Metropolis", auspicavano una mediazione per superare l'antitesi,  qui il risultato della lotta e del sacrificio del protagonista è assolutamente a-problematico: l'assoluzione da tutte le malattie, "l'immortalità", viene diffusa incondizionatamente a tutti, presumibilmente peggiorando nel lungo periodo la situazione di partenza. E così, perdendo di vista il problema, l'equazione della metafora collassa.

Se davvero, come dichiarato dal regista, la disparità sociale è così connaturata all'essere umano, perché non affrontarla? "Dovremmo cambiare il nostro make-up genetico, o creare computer che ci permettano di superarlo", dice Blomkamp. E infatti, nascosta in bella vista, l'assoluta dipendenza dalle macchine: sono ovunque, a potenziare un corpo umano (fisico e sociale) in inevitabile declino. E non sono solo servitori o coadiuvanti: lo stesso governo mondiale dipende de facto (per quello che ci è fatto vedere) da un enorme sistema operativo facilmente hackerabile. Che sia questa la vera terra promessa del film, un mondo in cui siamo deresponsabilizzati dalla tecnologia?

Superata la confusione di script e temi, ciò che di più colpisce di "Elysium" è l'opera di world-bulding. Complice il visionario Syd Mead, concept designer anche per "Blade Runner", Neill Blomkamp riesce ad alzare la barra del genere, con un realismo e dettaglio straordinario, reso vibrante dalla fotografia di Trent Opaloch, storico collaboratore del regista sudafricano - ora in vista di Hollywood ("Captain America - Winter Soldier", su tutti).
Per "Elysium" Blomkamp rivede il suo linguaggio, lontano dall'imprevedibilità e dalla regia guerrilla di "District 9", e più conforme a canoni e stilemi dell'action contemporaneo (vedere alla voce Greenberg), concedendosi qualche virata nell'estetica da videogame più smaccata, con inserti in semisoggettiva che però poco aiutano sia lo storytelling che la creazione di atmosfera.
Questo graduale conformismo inquina anche la colonna sonora, un calco zimmeriano ad opera di Regan Amok: difficile non notare la parentela con atmosfere e portata della score di "Inception" di Nolan.
Sul versane attoriale, se Matt Damon è praticamente costretto ad abbandonare in corsa un personaggio che si è costruito nella prima mezz'ora di film, la vera stella è Sharlto Copley, feticcio di Blomkamp e protagonista di "District 9", alle prese con un ruolo agli antipodi del goffo Wikus van der Merwe: il suo Kruger è un mercenario mostruoso e disumano, sadico all'impossibile - una vera sorpresa.

"Elysium" è un'occasione di dialettica sprecata da un conservatorismo insospettabile e probabilmente dall'inesperienza nel gestire temi tanto alti e farli aderire coerentemente a un mondo di finzione costruito ad arte. "Non si possono fare film rivoluzionari in un periodo di rivoluzione del cinema", ha affermato di recente il regista Paul Schrader: è questo il vero problema?