CAST & CREDITS

cast:
Enzo Avitabile

regia:
Jonathan Demme

distribuzione:
Microcinema

durata:
80'

produzione:
Dazzle Communication

fotografia:
Vincenzo Pascolo

montaggio:
Giogiò Franchini

musiche:
Enzo Avitabile

Enzo Avitabile Music Life | Recensione | Ondacinema

Enzo Avitabile Music Life

di Jonathan Demme

documentario, musicale, Italia/Usa (2012)

di Diego Capuano

Voto: 6.5

In una ipotetica peregrinazione votata all'esplorazione di territori legati da vincoli storici e culturali, a Napoli spetta una lunga, elaborata, faticosa tessitura. Se inclini ad un credo che individua nella sfera musicale pulsazioni capaci di ritmare il battito della propria terra, Napoli è costantemente scossa con una intensità che è bello immaginare come un trapasso biosferico tra Vesuvio e globale territorio partenopeo. Una attività sismica che si fa colonna sonora musicata sotto i nostri piedi, i cui echi rimbombano su scala internazionale.
L'idea di questo film merita una fuga favoleggiante almeno per chi non si accontenta della storia della cassettina finita tra le mani di un grande regista folgorato da tonalità estranee alle sue pur ricche orecchie musicali. Perché Jonathan Demme è tutto fuorchè estraneo alla materia: non solo per la capacità di gremire alcune delle sue pellicole di sussultante musicalità (ricordate la suadente festa matrimoniale di "Rachel sta per sposarsi"?), ma per aver già calcato palcoscenici di significative stelle della musica rock (e dintorni): dagli incessanti fuochi del totale "Stop Making Sense" con i Talking Heads, alla passeggiata ultima di Bruce Springsteen tra le Streets of Philadelphia (breve videoclip che vale quanto un film), dai nervosi ma vitali quadretti folk-psichedelici di Robyn Hitchcock (ex Soft Boys) esposti in vetrina ai canti alti della trilogia dedicata all'immenso Neil Young.

"Enzo Avitabile Music Life" è però un film diverso. È un diario di bordo di un viaggio, di una scoperta, di una curiosità che si apre a molte altre curiosità. Non c'è nemmeno da chiedersi se Demme soccomba agli stereotipi sulla napoletanità, propri di passate visioni di sguardi anche nobili: troppo intelligente Demme per cadere in simili trappole, anche se i rischi che si prende sono parziali.
Almeno per la prima metà adopera una fissità che si discosta dalla mobilità delle pellicole precedentemente menzionate. Altrove il cineasta sembrava mescolarsi ai vari Byrne e Young, agendo insieme a loro, calcando con loro il palco e costellando l'ambiente di reciproca fisicità.
In questo nuovo film, l'adesione resta altrettanto rispettosa, ma soprattutto durante le performance musicali si pone a debita distanza alternando quadretti che sembrano uscire da una ripresa da musica da camera a primi piani dediti a scavare negli occhi, nella voce e sulle rughe di Enzo Avitabile. Ancor più che la meraviglia del regista, è manifesta l'emozione del musicista campano, negli occhi che quasi sembrano bagnarsi di lacrime, nello smanioso desiderio di dire tutto il possibile sulle sue radici, la sua arte, la sua vita sotto e lateralmente i riflettori delle luci della ribalta. Come quando Avitabile sfodera un infinito archivio con partiture in buona parte inedite o come quando da un cassetto di casa lascia intravedere una gran quantità di strumenti che dal flauto si estendono ad armamentari caratteristici di terre vicine e lontane: mossi i primi passi nel mito di James Brown, la dimensione matura di Avitabile stringe armonie che contaminano tradizioni locali con musica medio orientale o africana in un abbraccio che, parafrasando una sua collaborazione con il maliano Toumani Diabatè, può idealmente dirsi di "Kore e Kora".

Il viaggio di Demme è tutto qui: note estrapolate da un lontano territorio, ma poca Napoli (vedute panoramiche e una carrellata sul lungomare di Via Caracciolo), uno scambio di sguardi tra regista e musicista che si nutrono dell'incredulità altrui in un tragitto che sembra un interessante blocco di work in progress.
Anche durante la tappa a Marianella, paese d'origine del musicista, la macchina da presa di Demme, seppur più vivace si adagia sulla ricostruzione di un rituale che attraversa vecchi e trascurati palazzi per approdare al luogo dove tutto ebbe inizio: quella stretta cantina, fredda e calorosa, amica e testimone, passata ispiratrice e propulsore di quelle note giunte alle orecchie e al cuore di un grande regista.