CAST & CREDITS

cast:
Manfred (Filippo Timi), Sid (Claudio Bisio), Ellie (Roberta Lanfranchi), Diego (Pino Insegno), Pesca (Isabelle Adriani), Nonnina (Cristina Noci), Capitan Sbudella (Francesco Pannofino)

regia:
Steve Martino, Mike Thurmeier

distribuzione:
Twentieth Century Fox

durata:
94'

produzione:
Blue Sky Studios

sceneggiatura:
Michael Berg, Jason Fuchs

fotografia:
Renato Falcão

montaggio:
James Palumbo, David Ian Salter

musiche:
John Powell

L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva | Recensione | Ondacinema

L'era glaciale 4 - Continenti alla deriva

di Steve Martino, Mike Thurmeier

animazione, Usa (2012)

di Matteo Pernini

Voto: 4.5
Cos'è che provoca un sicuro effetto sul pubblico? Il "luogo" artistico sperimentato con successo altrove e, quindi, la citazione, più o meno sottesa, che porta con sé il piacere dell'abitudine e della tradizione.
In questo senso "L'era glaciale 4" deborda di archetipi, ma a brillare c'è solo il pulviscolo che fluttua nel cono di luce del proiettore. Se nei primi due capitoli le peripezie dei bislacchi protagonisti avevano dato corpo ad un efficace discorso sulla modernità (società multietnica, famiglie allargate, adozioni ed ecologismo), il terzo episodio ha segnato la "svolta citazionista" (mescolando "Moby Dick" e "Jurassic Park"), che prosegue, ora, all'insegna di un bignami della cultura occidentale, in cui si sovrappongono senza continuità traversie omeriche, canti di sirene, squarci pirateschi alla Salgari, castighi biblici (il frutto proibito) e miti platonici (Atlantide).

Artefice  del folle avvio narrativo è, ancora una volta, lo iellato roditore Scrat, che, con l'avanzare del franchise, si è conquistato un ruolo di primo piano nella manipolazione dell'intreccio, venendo promosso sin dal secondo episodio a vero deus ex machina del racconto. E dopo aver accidentalmente infranto ghiacciai, risvegliato vulcani, causato smottamenti, frane, maremoti e un numero incalcolabile di altri cataclismi; dopo aver riscritto beffardamente il concetto di deità in un finale oltremondano (fino a rivelarci con caustica impertinenza che "In principio era la ghianda") ed aver assaggiato le vicissitudini della vita coniugale con una procace "femme fatale", ora, sulle note sfrontate di John Powell, che arrangia la nona sinfonia beethoveniana,  si improvvisa responsabile nientemeno che della deriva dei continenti.
E mentre la roccia si frantuma improvvisa, Manny, che il cataclisma ha allontanato dalla famiglia (e cui l'infelice cambio di doppiatore - o il clima impervio dei ghiacciai, fate voi - ha donato una sinistra raucedine), il "tigrone dentone" Diego e il forsennato Sid si ritrovano a vagare su una zattera di ghiaccio con la compagnia imprevista della nonnina del bradipo(lpo), burbera, arzilla e nemica giurata dell'igiene. Ma la rotta di casa non è facile da trovare, specie se bisogna anche contrastare le mire di una sconclusionata ciurma piratesca, capeggiata dallo sgradevole (e fiacco) Capitan Sbudella.
Nonostante la brillante intuizione di partenza, il plot traballa e si sfilaccia rapidamente in una moltitudine di sottotrame che cercano invano di ritrovare una compattezza narrativa, moltiplicando personaggi e situazioni in un carosello del "già visto".

Misura delle recenti tendenze nel campo dell'animazione, la nuova avventura del branco più stravagante della preistoria si pone come contraltare pedagogico del dissennato terzo capitolo di "Madagascar", ma se là le maglie di una trama coerente venivano ben presto a sfaldarsi ed era il gusto del nonsense ad imporsi sul racconto, qui il fragile apparato narrativo non cede alle lusinghe del surreale (entro i limiti del cartoon) e cerca un impossibile equilibrio tra intento didattico e sovrabbondanza di gag slapstick. In questo senso l'introduzione più insistita di siparietti canori, il moltiplicarsi ipertrofico dei fondali, la mediocrità nel disegno dei comprimari denunciano la natura commerciale di un prodotto, che, smarrito l'originale afflato di un umorismo un po' cinico (ma non senza punte di affetto), precipita sempre più verso le secche dell'indifferente apprezzamento rivolto ad una merce seriale.
Non aiuta l'abbondare di stereotipi sull'adolescenza e la deriva da teen movie televisivo che imbocca il conflitto generazionale tra Manny e la figlia Pesca, troppo impegnata ad abbordare il belloccio di turno per accettare le proprie peculiarità (ed è abbastanza avvilente che l'unico strumento per stimolare l'empatia di giovani fanciulle sia il ricorso ad un linguaggio frivolo); ma non temete: la conversione all'autostima sarà più fulminea e risolutiva che mai!

Conflitti, separazioni, riappacificazioni, incontri, scontri, provvidenziali coincidenze, redenzioni subitanee, castighi paventati, prese di coscienza, vendette, rivalse e rese dei conti si susseguono frastornanti, ma, anziché creare interesse, questo melting pot di situazioni rocambolesche finisce col sembrare il monotono esito di un estro creativo agli sgoccioli. E le contenute reazioni dei bambini in sala (esaltati solo dalle geniali perfomances del monomaniaco Scrat) dovrebbero far riflettere un'industria che si sta arenando nell'ossessiva ripetizione di meccanismi abusati e sembra aver smarrito il piacere di raccontare con passione le storie dei propri personaggi.