CAST & CREDITS

cast:
Patrizio Rispo, Cristina Donadio, Rita Corrado, Pietro De Silva, Isabella Rossellini, Renzo Arbore, Franco Gargia, Salvatore Mignano, Monica Masiello, Natalia Cretella, Ezio Morino

regia:
Enrico Caria

distribuzione:
Bolero Film

durata:
76'

produzione:
Rossellini Film&Tv

sceneggiatura:
Enrico Caria

fotografia:
Giuseppe Schifani

scenografie:
Pietro Petrosino

montaggio:
Roberto Martucci

musiche:
Pivio, Aldo De Scalzi

L'era legale | Recensione | Ondacinema

L'era legale

di Enrico Caria

mockumentary, fantapoltica, Italia (2011)

di Diego Capuano

Voto: 5.0
Napoli è forse il punto di massima pressione critica nazionale tra l'alto e il basso, il sublime e l'osceno, la bellezza e la rovina. Da sempre specchio a doppia faccia, il capoluogo partenopeo è oggi più che mai simbolo della crisi italiana. Di un territorio ricco e dalle molte bellezze, ma incapace di emergere. La colpa parte dal basso, dal cittadino povero a quello borghese: a Napoli continua a valere il verso di "'na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a' ciorta", il cittadino continua a canticchiare "scurdammose 'o passato, simm'e Napule, paisa'". L'adagiarsi su polvere è immondizia è uno stato che immobilizza la città da decenni. La colpa passa ed esce sporcata ineluttabilmente dalla camorra. E termina tra le braccia della politica. Bassolino ha donato prosperità e speranze poi macchiate, la Iervolino ha cominciato con buone premesse poi sfaldatesi, il centro-destra ha vagato nelle retrovie con modalità di dubbio gusto. "L'era legale" più che ottimista, nasce sottoforma di augurio a Luigi De Magistris, l'ex magistrato, sindaco di Napoli dallo scorso giugno, volto nuovo della politica italiana, che ha ottenuto un successo - inizialmente inaspettato - capace di donare entusiasmo al popolo napoletano, o almeno a una parte di esso.

Enrico Caria si serve di un genere, il mockumetary (falso documentario) ben poco espresso in Italia, ma che lui stesso aveva già precedentemente sperimentato nell'infelice "Vedi Napoli e puoi muori".
"L'era legale" è accompagnato da una incessante (e invadente) voce fuori campo che narra l'asesa dell'umile Nicolino Amore (impersonato da Patrizio Rispo, il Raffaele della celebre soap opera di Rai 3 "Un posto al sole") a sindaco di Napoli. Schegge di infanzia, errori adolescenziali e scalata politica, con consapevolezza e maturità acquisita solo sul campo, dopo un avvio da spaccone. Le frecciate satiriche alla politica contemporanea sono poche (riferimenti vaghi o meno a Berlusconi e alla Iervolino); si predilige la fantapolitica, l'"immagina che/se...".
Intenti lodevoli, operazione onesta, simpatia dell'insieme fuori discussione. A conti fatti manca forse il film oppure, quando c'è, non riesce a essere incisivo come dovrebbe.

Il nodo centrale del film risiede nel titolo: l'era legale è l'epoca che legalizza le droghe leggere (o forse anche le pesanti?): vi si spiegano i risaputi vantaggi che comporterebbe una scelta del genere e, certamente, la pellicola si sofferma fin troppo sulla possità di abbattere il traffico illegale di stupefacenti, dimenticando altre innumerevoli attività camorristiche: lo spazio dedicato al problema dei rifiuti è minimo e gira intorno alla risoluzione della questione che passa attraverso la raccolta differenziata, non a caso punto cruciale del programma politico della campagna elettorale di De Magistris. Il film è schiacciato, oltre che dalla voce off, da numerosi e pur nobili interventi: i magistrati antimafia Pietro Grasso e Vincenzo Macrì, il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo, lo scrittore Carlo Lucarelli, i giornalisti stranieri Bill Emmott e Marcelle Padovani, il presidente di Lega Ambiente Francesco Ferrante e l'ex presidente dell'associazione antiracket Tano Grasso. Più interventi divertiti e mirati di Renzo Arbore e Isabella Rossellini. Paradossalmente a venire oscurata è proprio la figura di Nicolino Amore, il fautore del miracolo napoletano che sarà. Non si pretendeva di certo un ritratto psicologico del protagonista, ma quantomeno era d'obbligo approfondire le scelte che portano l'uomo alle azioni capaci di capovolgere in positivo la città.
Soltanto negli ultimi minuti, a percorso concluso, a miracolo avvenuto, il film, libero solo all'apparenza, riesce a eludere lo schematismo che l'ha portato fin li'. Giungono cosi' squarci di una Napoli nuova, con annotazioni utopistiche (la Galleria Umberto I messa a lucido), satiriche (lo scontrino emesso dai lavavetri), surreali (l'episodio del Vesuvio). Poi il film finisce.

Forse la vera sfida sarebbe stata quella di adoperare una struttura all'apparenza più lineare, quella del film fiction, senza l'obbligo di ricorrere a un coro di voci che a conti fatti giustificano, sottolineano, spiegano ogni azione che scorre sul grande schermo. Avrebbe cosi' forse ottenuto un'audacia capace di andare al di là di un onesto divertissement forse più adatto alla tv che al cinema.