CAST & CREDITS

cast:
Benicio Del Toro, Josh Hutcherson, Claudia Traisac, Carlos Bardem, Brady Corbet

regia:
Andrea Di Stefano

distribuzione:
Good Films

durata:
120'

produzione:
Chapter 2, Jaguar Films, Nexus Factory, Pathé, Roxbury Pictures, uFilm

sceneggiatura:
Andrea Di Stefano

fotografia:
Luis David Sansans

scenografie:
Carlos Conti

montaggio:
David Brenner, Maryline Monthieux

costumi:
Marylin Fitoussi

musiche:
Max Richter

Escobar | Recensione | Ondacinema

Escobar

di Andrea Di Stefano

drammatico, thriller, Francia/Spagna/Belgio/Panama (2014)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 6.0
Nel vasto circuito della storia criminale, da sempre terreno di coltura privilegiato dell'immaginario collettivo, la figura di Pablo Escobar ultimamente sembra predominare, incontrastata per l'efferatezza delle sue gesta e le dimensioni, nonché l'inconcepibile pervasività, del suo potere. Del resto un personaggio così smoderatamente proteiforme, che assomma le facce del criminale sanguinario, del manager senza scrupoli, del benefattore rivoluzionario, del politico arruffapopolo, del magnanimo pater familias, e che dopo la morte lascia, come spesso succede, una lunga scia di quesiti irrisolti, sembra non chiedere altro che di essere raccontato. Mai come in questo frangente a questa domanda si sta rispondendo, in tv, al cinema o in libreria, con una grande abbondanza di resoconti biografici e autobiografici, inchieste, documentari, opere di fiction e ricostruzioni dei quali la prestigiosa "Narcos" di casa Netflix rappresenta la punta di diamante. Quasi sicuramente, proprio l'attesa dell'imminente approdo sugli schermi della seconda stagione della serie ha invogliato i distributori italiani all'impiego di questo esordio che non merita di passare inosservato e che, ad essere sinceri, nonostante il titolo italiano ad personam, viene a parlare del re della cocaina per vie tutt'altro che dirette.

Di fatti, al centro della vicenda non c'è il feroce narcotrafficante, ma un aitante canadese, Nick, che si stabilisce col fratello e la di lui compagna sulle coste colombiane: allettati dal mito della terra pura e inviolata, i tre si apprestano ad aprire un chiosco sulla spiaggia con annessa scuola di surf. Quando le pressioni delle bande locali si fanno più allarmanti e cominciano a riportarli alla realtà, Nick perde la testa per la dolce e incantevole Maria che contraccambia senza lasciarsi pregare. La giovane collabora attivamente ai progetti "filantropici" del carismatico zio, il più ricco, influente e benvoluto personaggio pubblico della nazione, Pablo Escobar Gaviria. Il debutto fin troppo repentino nella nutrita cerchia familiare della ragazza sarà, per l'ignaro giovanotto, l'anticamera delle più crudeli disgrazie.

Il racconto di un fatto singolare, come la fortuita e infausta convergenza di due esistenze così lontane, offre quindi l'occasione sia per costruire un dramma autonomo, nella fattispecie un amaro racconto di formazione, sia per approssimarsi "di traverso" a un più ampio frangente della storia colombiana attraverso il ritratto privato di un suo indiscusso protagonista, tra l'altro al culmine di una transizione cruciale. Un'ambizione non da poco, quella di Andrea Di Stefano, attore italiano attivo principalmente negli Stati Uniti che approccia per la prima volta alla regia col supporto di imponenti mezzi produttivi. Se l'insieme sostanzialmente si tiene, però, non è solo merito dell'invidiabile dispiegamento di risorse umane e materiali, ma anche per la capacità dell'esordiente di tenere le redini di un discorso insidioso senza deragliare. Proprio in questo Di Stefano dimostra il pragmatismo del mestiere e, per scansare rischi eccessivi e scivoloni madornali, adotta codici narrativi molto semplici e ordinari (forse troppo), ma di sicuro effetto: un convulso avvio in medias res con l'impreparato giovane già in fuga nella sua notte decisiva, al quale fa seguito una lunga analessi esplicativa che non può non riallacciarsi all'incipit, chiudendo il cerchio.

Come si è detto, sebbene il ruolo di Escobar sia nevralgico e la sua ingombrante presenza aleggi anche quando resta fuori dall'inquadratura, grazie soprattutto alla maestria del suo interprete, il profilo che ne scaturisce non si discosta dalle partiture canoniche - su tutti, il primo "Padrino" persiste come riferimento più esplicito. Merita maggiore attenzione il personaggio di Nick, il cui ruolo fin dall'inizio si mantiene inconsapevolmente sull'ambiguo confine tra colpevolezza e innocenza. Ingannato dall'immaturità e da una frivolezza un po' naïf, il protagonista, come e più del fratello maggiore, si ostina a ricondurre una realtà sconosciuta e visibilmente problematica al proprio astratto ed esotico ideale di paradiso terrestre, sottovalutando anche i segnali contrari più evidenti. Come gli fa notare la bella Maria nel loro primo incontro, non importa da dove venga, che sia uno Yankee o un canadese, lui resta inevitabilmente un estraneo. Anche dopo, la situazione non cambia. Con la stessa fatale leggerezza, Nick fa il suo ingresso nella familia senza quasi rendersene conto, entusiasta del suo idillio d'amore e lusingato dalle attenzioni del potente capobastone che non fa che ribadirgli, pure quando lui stesso si capacita finalmente del contrario, la sua appartenenza a quella sacra e inviolabile comunità. Rimane anche qui un estraneo ed è, per questo, sacrificabile. In entrambi i casi, il ravvedimento arriva sempre troppo tardi, quando tutto sta già per compiersi. Allora il miltoniano paradiso perduto che il titolo originale chiama in causa non si riferisce a una pregressa condizione ideale, ma a uno sguardo elementare, a un approccio vergine alla vita, perduto proprio per la sfilza di terribili conseguenze che quel candore e quell'ingenuità hanno generato.
Estraneo, ma in un'accezione diversa, è pure lo sguardo del regista che, al contrario della tendenza attualmente sempre più diffusa di penetrare i contesti rappresentati e di raccontarli sospendendo il giudizio morale, qui invece decide più classicamente di visualizzare la tragedia con lo stesso sgomento del protagonista, e di metterne in risalto l'inaccettabile ferocia. L'impianto narrativo, così ortodosso e prevedibile, viene svolto da Di Stefano con apprezzabile sicurezza, attraverso un lessico cinematografico corretto e un apprezzabile senso del ritmo.

Alla fine, il film ne esce spaccato: convince di meno nella prima sezione, per lo più preparatoria, contrassegnata da una componente sentimentale abbastanza fiacca e dalla definitiva entrata in scena di Escobar. La seconda, nettamente superiore, resta dentro gli steccati del thriller e si contrae in un gorgo di violenza più asfissiante, contrassegnato da notevoli picchi drammatici. Si aggiungono due lussuosi ingredienti, inconsueti per un'opera prima: la consona e toccante colonna sonora originale firmata Max Richter e la felice combinazione di interpreti. Se Josh Hutcherson dimostra una buona stoffa in un ruolo molto più impegnativo del solito, il resto è affidato alla sontuosa presenza di Benicio Del Toro che disegna un Escobar da manuale, irresistibile e ripugnante. Il camaleontico istrionismo dell'attore portoricano non è certo una novità e la sua performance non regala sorprese, ma riesce sempre a catalizzare lo sguardo dello spettatore col magnetismo del fuoriclasse.

In linea di massima, ciò che manca a "Escobar: Paradise Lost" per entrare nel novero degli esordi rilevanti è lo scarto di originalità, il salto determinante da una qualità discreta ma generica a una statura registica davvero promettente. Anzi, le maggiori debolezze si attestano soprattutto nella forma che poteva essere migliorata in termini di incisività e precisione, già solo imponendosi un taglio stilistico più specifico e asciugando alcune ridondanze un po' leziose. Nella media, nonostante tutto, una prova convincente.