CAST & CREDITS

cast:
Henry Thomas, Dee Wallace, Peter Coyote, Robert MacNaughton, Drew Barrymore, K.C. Martel, Sean Frye, C. Thomas Howell, Erika Eleniak

regia:
Steven Spielberg

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
115'

produzione:
Universal Pictures

sceneggiatura:
Melissa Mathison

fotografia:
Allen Daviau

scenografie:
James D. Bissell

montaggio:
Carol Littleton

costumi:
Deborah Lynn Scott

musiche:
John Williams

pietra miliare

E.T. l'extra-terrestre | Recensione | Ondacinema

E.T. l'extra-terrestre

di Steven Spielberg

avventura, fantascienza, Usa (1982)

di Lorenzo Taddei

E' un maschio o una femmina? (Gertie)
E' un maschio. (Elliott)

Cinema d'autore o industria cinematografica? Probabilmente tutti e due e anche molto altro. Il talento maggiore di Steven Spielberg è proprio quello di accettarsi come moltitudine. La risposta sbrigativa di Elliott a sua sorella Gertie, è certo un modo per evitare possibili allusioni e ulteriori problemi nel già di per sé eccezionale rapporto con E.T. Ma è soprattutto un modo per dire che non ha importanza, che c'è molto altro di cui discutere. Spielberg è un grande autore che arriva dritto al cuore di tante persone. Che è stato capace di cogliere tendenze e umori sociali, di non confondere mai realtà e immaginazione, ma allo stesso tempo mantenerle indissolubili. Un narratore senza eguali, che riesce a commuovere, divertire, angosciare, far sognare. Un regista che ha fatto del sogno l'elemento centrale della sua opera.
Il sogno inteso come immaginazione pura, o come ricerca di una verità ulteriore, dentro di noi o fuori, nel mondo che ci circonda, persino negli eventi che ci hanno portato a questo presente.
Da oltre quarant'anni Spielberg scrive la storia del cinema. Ne ha solo trentacinque quando nel 1981 cominciano a Los Angeles le riprese di "E.T. The Extra-Terrestrial". L'anno successivo il film viene presentato in anteprima a Houston, poi fuori concorso a Cannes ed esce infine l'11 giugno nelle sale americane. Vince quattro premi Oscar e diventa subito un classico. Al botteghino subissa "Jaws" ("Lo squalo", precedente successo commerciale di Spielberg) e resiste per oltre dieci anni al primo posto fra i film con più incassi di tutti i tempi. La formidabile carriera di Spielberg è appena cominciata.

E.T. Phone Home (E.T.)
E' l'inizio degli anni 80, Spielberg sta girando in Tunisia "Indiana Jones e i predatori dell'Arca perduta", in mezzo al deserto e a nazisti assassini, quando giunge puntuale il richiamo di un altro genere di avventura, che recuperi la spiritualità, quell'istanza metafisica che animava "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo". Nasce così  l'idea di una storia di amore e di amicizia, tra un bambino e il suo "corrispondente cosmico", Spielberg torna - come tornerà ciclicamente e puntualmente in tutta la sua carriera - ad ascoltare il bambino che è in lui, libera l'immaginazione e attraverso il sogno recupera il senso di realtà. Indiana Jones (personaggio inventato da Spielberg e George Lucas) è un passatempo a cui potrà tornare a dedicarsi più avanti.
"Indy" rappresenta in effetti un modello di eroe molto diverso da quello solitamente preferito da Spielberg, che è l'uomo medio, nella cui vita ordinaria s'innesta lo straordinario, il fantastico, o fantascientifico: il mito. L'avventura spielberghiana è composta alla base dalla fusione di due fattori opposti: il quotidiano e il mitologico. Da "Duel", passando per "Jaws", "Jurassic Park", fino a "I Goonies", l'essere umano comune si confronta col mito, il confronto diventa fuga, caccia, certamente spunto per un'indagine interiore, ma mai incontro. Questa è la grande differenza rispetto a E.T. Anche in "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo", film uscito cinque anni prima e simile a E.T. per le tematiche affrontate,  il concetto di avventura si sviluppa in maniera molto diversa.
In "Incontri" infatti gli extraterrestri non si vedono, passano e scompaiono un attimo dopo fuori campo. Sono gli effetti di questo passaggio a rappresentare l'oggetto dell'osservazione. Gli effetti del mito sulle persone. In E.T. invece Elliott, l'essere umano nei suoi panni più puri, incontra il mito e lo rende parte di sé.

Ma non aveva neanche un vestitino quando lo avete trovato? (Gertie)
Una panoramica sul cielo stellato scende sulla foresta blu come la notte, uno stacco e compare l'astronave nascosta nella radura, di lato si scorge appena la città illuminata a valle, poi una serie di dissolvenze mostrano strani esseri indaffarati nel sottobosco, sagome scure in controluce, il primo piano di due dita oblunghe che scostano un ramo, l'interno dell'astronave, dove sono raccolte piante e funghi sconosciuti, poi di nuovo fuori gli extraterrestri si immobilizzano, mentre i loro cuori all'unisono s'accendono di rosso. Sono come in ascolto. Lo spettatore avvolto nella foschia misteriosa della foresta è adesso attratto da quella luce calda, viva. Così come una di quelle piccole creature è attratta dalla distesa di luci della città, e si allontana dal resto del gruppo, sola e nuda, minuscola in confronto agli alberi dai fusti altissimi. La camera si assesta subito ad altezza bambino, che è la stessa dell'extraterrestre, ed è a questo punto che arrivano i fuoristrada.
I fari puntati dritti sugli occhi di E.T., e dello spettatore, la minaccia violenta si somma al mistero e la minaccia sono gli uomini che scendono dalle auto. Il piccolo extraterrestre corre, a balzi scomposti, nel tentativo di raggiungere l'astronave, la luce rossa che si riflette sul fogliame, il cuore evidentemente acceso dal richiamo dei suoi simili, o forse dalla sua disperazione. Abbandonato sulla terra, E.T. riesce a sfuggire agli uomini e si rifugia nella rimessa degli attrezzi dove poi Elliott lo scoprirà.  

Io lo desidero (Gertie)
Nella maggior parte dei film di Spielberg compaiono, anche se solo marginalmente, i bambini.
I bambini aggiungono alla narrazione un punto di vista incosciente, con incoscienza si pongono verso quel che di terribile o inspiegabile sta accadendo. Ma la figura del bambino in Spielberg non si limita ad essere vulnerabile e innocente, c'è nel bambino qualcosa di superiore, una Forza "lucasiana", una grazia che lo eleva al di sopra dell'adulto e lo rende capace di affrontare con apparente leggerezza - in realtà con fede granitica nel bene universale - le situazioni più straordinarie. Non è soltanto innocenza, è una profonda naturale consapevolezza ancora scevra dai condizionamenti, per la quale morire è sempre vita, o meglio ancora morire è l'unica via per cambiare, per rinascere a nuova vita.
Il prologo all'incontro di Elliot con E.T. è un esempio di tecnica del controluce, che più volte verrà utilizzata durante il film. Da sinistra a destra dello schermo la luce della veranda, la luna che splende sui campi di grano, e infine la luce che proviene dalla rimessa di attrezzi.
L'incontro fra Elliott ed E.T. avviene di notte in mezzo al campo di granturco, la torcia di Elliott cade a terra e una serie di controcampi  alternano il primo piano di Elliott a quello di E.T. per finire in quattro primi piani del bambino ripreso da diverse angolazioni.
Ma il terrore di Elliott si esaurisce subito e il suo sguardo perso nel cielo sancisce l'inizio dell'avventura.
Elliott desidera incontrare E.T, come poi desidererà salvarlo e riunirlo alla sua gente.
Elliott conduce E.T. nella sua cameretta, lo accoglie e gli presenta il suo mondo. Di nuovo l'utilizzo di una luce dinamica (la lampada urtata che oscilla) accentua l'eccitazione di entrambi, gli ultimi residui di reciproco timore.
D'ora in avanti i due diventano uno, in una sorta di telepatia emotiva. Il processo di osmosi raggiunge il suo apice nel duetto a distanza che vede E.T. a casa ubriacarsi di birra ed Elliott a scuola subirne gli effetti, e dunque trovare il coraggio prima di liberare le rane destinate alla vivisezione, poi di baciare la più bella della classe (Erika Eleniak), mentre in perfetta sincronia E.T. assiste al bacio passionale fra John Wayne e Maureen O'Hara in "Un uomo tranquillo" trasmesso in tv.

Non mi piacciono i suoi piedi. (Gertie)
Il tempo del racconto è presente e lineare, senza salti temporali, e anche le riprese sono avvenute in ordine cronologico per facilitare il lavoro di immedesimazione dei giovani protagonisti.
La sapienza narrativa di Spielberg si evidenzia nel suo manipolare le informazioni diegetiche, allo stesso modo sia nei momenti più leggeri che in quelli più drammatici, informando lo spettatore (Elliott richiude E.T. nella cella frigo senza accorgersi che il cuore si è di nuovo illuminato) un attimo prima del protagonista,  che "per fortuna" vede i fiori riprendere vita e torna sui suoi passi; oppure mostrando allo spettatore un dettaglio che invece sfugge del tutto al personaggio (E.T. nascosto fra i pupazzi mentre la mamma si affaccia nell'armadio).
Nonostante il suo perfezionismo (la principale ragione che lo ha convinto alla riedizione del film nel 2002, in occasione del ventesimo anniversario) Spielberg stavolta rinuncia ad attenersi rigorosamente allo storyboard e concede spazio all'improvvisazione degli attori, traendo vantaggio proprio da quella mancanza di filtri che caratterizza i bambini. Drew Barrymore (la piccola Gertie, sua la battuta estemporanea "Non mi piacciono i suoi piedi") fu definita da Spielberg "un'adorabile bugiarda" e all'audizione si dichiarò leader di una rock band. Robert MacNaughton, ottenne la parte di Michael, il fratello maggiore, dopo svariati provini. Henry Thomas, che non aveva particolarmente convinto durante il casting, fu scelto dopo esser riuscito facilmente a piangere, in una scena in cui doveva separarsi da E.T.
Per il ruolo di Mary, la madre svampita e piantata dal marito fu scelta Dee Wallace, per "Keys" (l'uomo delle chiavi) Peter Coyote, che si svela soltanto sul finire. La leggenda invece vuole che nella scena della caccia iniziale, l'uomo con le chiavi di cui non si vede il volto sia Harrison Ford.

Come si può spiegare la scuola a un'intelligenza superiore? (Elliott)
Spielberg aveva pensato a un extraterrestre bambino, ma la sceneggiatrice Melissa Mathison (allora compagna di Harrison Ford e già sceneggiatrice di "Black Stallion") si oppose, sostenendo invece che dovesse essere molto saggio e dunque vecchissimo. Il compromesso raggiunto fra i due stabilì che E.T avesse seicento anni ma un'aspettativa di vita di ventimila.
Carlo Rambaldi (già premio Oscar per "King Kong" di John Guillermin e "Alien" di Ridley Scott, e che aveva già collaborato con Spielberg nel trucco di "Incontri ravvicinati del Terzo Tipo") fu incaricato di disegnare e costruire E.T.: un modello elettronico con 85 punti di movimento, uno meccanico ed elettronico con 60 punti di movimento e uno soltanto meccanico con 40 punti di movimento. Dei modelli certamente limitati, rispetto alla fluidità di movimento consentita dal digitale, ma che trovano proprio in questi limiti una grazia imperfetta oggi difficilmente riproducibile. Se dunque Rambaldi è in un certo senso il padre di E.T., le madri potrebbero dirsi le donne che a metà del 900 lavavano i panni nel Po, nei pressi di Ferrara. Donne magre dal collo lungo e la mascella larga, ritratte da Rambaldi in disegni di gioventù che gli hanno poi ispirato il personaggio di E.T.
Elliott sostiene che E.T. sia intelligente, Michael pone il dubbio che non lo sia. E' ovvio star dalla parte di Elliott, ma la domanda di Michael non è impertinente come sembra. L'intelligenza di E.T. non è dimostrata, anzi, se ci si attiene al senso più "scolastico" - e terrestre - del termine, risulta piuttosto deficitaria. E.T.  non esprime né un brillante intuito, né particolari doti di apprendimento, se è vero che per una "B" si meraviglia perfino Gertie. E anche la gestualità, la percezione dello spazio, le capacità motorie dell'extraterrestre sono piuttosto scarse. Insomma, restando in superficie, E.T. non sembra pronto né per il Nobel, né per le Olimpiadi. Ma questo avviene in superficie appunto, in apparenza. Elliott invece, senza saper bene spiegare, fa riferimento a un'intelligenza diversa, a un'intelligenza che legge nel profondo ("intus-legere"). E.T. "sente" e comunica a un altro livello, riesce senza sforzo a cogliere la radice delle cose, a trovare in esse la ragione suprema e non relativa. Sia Elliott che Michael hanno entrambi ragione, perché si riferiscono a cose diverse. Forse Michael è già troppo cresciuto, troppo "contaminato" per aver fede e credere senza chiedere.

Con che si fa un radar? (Elliott)
Il "comunicatore", che consente ad E.T. di rimettersi in contatto con il suo popolo, è un'accozzaglia di oggetti comuni: una lattina di caffè, grucce appendiabiti, il disco di una sega circolare, l'ombrello che aveva spaventato E.T. e infine il corpo principale del marchingegno, lo "Speak & Spell" versione americana del nostro "Grillo Parlante".  Un trucco così banale si direbbe, il peccato di presunzione di chi si sente di darcela a bere comunque. E invece è proprio il contrario. E.T. non ha bisogno di sofisticate strumentazioni, gli è sufficiente il materiale più ordinario e a portata di mano, proprio come Spielberg - parafrasando le parole di Truffaut - riesce a rendere plausibile lo straordinario.
Il film stesso si rivela un "comunicatore" denso di rimandi al passato e citazioni dell'epoca: i tributi a "Guerre Stellari" dell'amico George Lucas (i giocattoli di Elliott, e la maschera di Yoda che fa sentire E.T. più vicino a casa); la favola di Peter Pan che Mary legge a Gertie (la morte di Campanellino che torna in vita grazie all'applauso e alla fede dei bambini); i cibi e le bevande che Elliott insegna a E.T.; il televisore su cui passano "Tom & Jerry" (con le riprese "alla cintura" tipiche dei cartoons della MGM), la serie tv "Sesame Street", "I verdi pascoli del Wyoming" di Louis King e il già menzionato "Un uomo tranquillo" di John Ford.

Lui è un uomo dello spazio e noi lo portiamo alla sua nave spaziale. (Elliott)
Ma non viene teletrasportato? (Greg)
Questa è la realtà Greg. (Elliott)
La realtà non è il teletrasporto, ma volare. Un gesto molto naturale, e che appartiene ai bambini.
La metafora del volo compare già nel film quando E.T. mostra ai tre fratelli la sua provenienza, levitando le pallette di plastilina colorate a formare la propria galassia. La prima volta invece che la bicicletta infrange la legge gravitazionale è quando Eliott ed E.T., la notte di Halloween, fuggono nella foresta per tentare di azionare il comunicatore e mettersi in contatto con l'astronave: E.T. avvolto in un lenzuolo bianco, la luna piena come sfondo alla pedalata più celebre del cinema (se il mantello di Elliott svolazza al vento, vuol dire che state vedendo la riedizione del 2002, nella versione originale resta fermo).
La seconda volta a riprendere il volo son ben cinque biciclette ed è il tramonto del sole ad offrire lo sfondo che accoglie il volo di Elliott, E.T., Michael e i suoi tre amici.
Il mezzo di trasporto è un'altra "ossessione" di Spielberg, già ampiamente espressa nei suoi precedenti film: i due "car movies" "Duel" e "Sugarland Express", il peschereccio ne "Lo squalo" o gli inseguimenti macchina-cavallo ne "I predatori"; anche in "Incontri" il primo luogo di apparizione aliena è proprio l'automobile. Questi mezzi non sono soltanto funzionali all'azione, ma diventano veri e propri "luoghi" in cui l'avventura si realizza. In E.T. la scelta - poi ripresa ne "I Goonies" - ricade sulla bicicletta, ovvero un mezzo a misura di bambino, leggero e ideale per prendere il volo.

Io sarò sempre qui (E.T.)
Gli ultimi quindici minuti del film sono accompagnati dalla traccia 20 "Escape - Chase - Saying Goodbye" della meravigliosa colonna sonora di John Williams, già autore delle musiche de "Lo Squalo". Anziché modificare la partitura del pezzo, Spielberg decise di girare più volte le scene per adattarle alla musica.
E.T. si separa da Elliott e poi muore. Ma l'amore di Elliott lo riporta in vita, proprio come accade a Campanellino in Peter Pan. Poi Il cuore di E.T. si accende, segno che la sua famiglia sta tornando a prenderlo.
E.T. deve andare ma di fatto non se ne andrà mai più.
L'astronave scompare lasciando una scia d'arcobaleno.
Elliott ha trovato il suo Sé, il suo progetto di vita, la sua centratura. E il primo piano conclusivo ritrae un bambino che non ha nessun dubbio sull'uomo che sarà.

Quando cresco voglio fare ancora il regista. (Steven Spielberg)
E' la frase di Spielberg che preferisco. Ammette di esser ancora bambino, oltre che uomo, e di aver realizzato un sogno che ha tutta l'intenzione di continuare a realizzare. Ecco perché credo che E.T. sia il film più profondamente intimo mai girato da Spielberg. La rievocazione della sua infanzia e allo stesso tempo una condizione verso cui tendere per tutta l'esistenza. C'è chi ha trovato nel "cuore sacro", nella resurrezione e risalita al cielo di E.T., dei chiari riferimenti religiosi. Ma io credo che la religione sia affare degli uomini e in questo film la misantropia di Spielberg a tratti rasenta la misoginia. Credo piuttosto si debba parlare di fede nei sogni, di questa forza misteriosa che i bambini giostrano con naturalezza.