Recensioni

Euforia

di Valeria Golino

drammatico, Italia (2018)

CAST & CREDITS

cast:
Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Jasmine Trinca, Isabella Ferrari

regia:
Valeria Golino

distribuzione:
01 Distribution

durata:
115'

produzione:
HT Film, Indigo Film, Rai Cinema

sceneggiatura:
Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino

fotografia:
Gergely Pohárnok

montaggio:
Giogiò Franchini

musiche:
Nicola Tescari

Euforia | Recensione | Ondacinema

Euforia

di Valeria Golino

drammatico, Italia (2018)

di Stefano Santoli

Voto: 6.0
Matteo (Riccardo Scamarcio) è un pubblicitario di successo; suo fratello Ettore (Valerio Mastandrea) un insegnante di scuola che vive in provincia e raggiunge il primo, da cui viene ospitato, dopo che Matteo scopre la gravità della malattia che ha colpito Ettore, dal quale non può guarire. Matteo inizia a prendersi cura del fratello, che mantiene però completamente all'oscuro del male che lo ha colpito. Il secondo film da regista di Valeria Golino dopo il promettente esordio di "Miele" torna sul tema della morte. Se "Miele" si reggeva in gran parte sulla forza dell'interpretazione di Carlo Cecchi, con "Euforia" la regista dà una prova meno brillante, per quanto sentita e di sicuro appeal per il pubblico. Ciò che, a differenza del film precedente, "Euforia" manca è di affrontare la propria materia con un interrogativo morale forte e stimolante. Il film sembra adagiato su una sceneggiatura dalle dinamiche abbastanza risapute e accomodanti, mentre sul piano della regia oscilla senza una ragione estetica palese fra camera fissa e macchina a mano (spesso abbinata a primi piani anche troppo ravvicinati).

 

Appare presto chiaro che il vero argomento al centro del film non vada cercato dalle parti della malattia, ma nella differenza di stato sociale fra i due protagonisti. Da questo punto di vista, è forte la sensazione che regista e sceneggiatori - evidente in particolare il contributo di Walter Siti - siano stati attratti dall'idea di allestire una vera e propria allegoria socio-politica della classe media. Sin da subito, si calca la mano sullo status sociale di Matteo, esemplare di una neo-altaborghesia radical-chic che abita - letteralmente - ai piani alti dei centri storici (l'appartamento di Matteo è un attico su due livelli che si affaccia su Via del Corso, con vista su Villa Borghese e sullo skyline del centro storico di Roma). Matteo è disinvolto e disinibito, ostenta al fratello le proprie facoltà (lo costringe a girare con l'autista perché "guadagno 100 volte più di te") e, ciò che più conta, è apertamente gay nonostante il contesto che lo vede lavorare sin dalla prima sequenza a stretto contatto con le gerarchie ecclesiastiche romane. L'omosessualità esibita di Matteo è significativa: delinea un personaggio che non ha problemi rispetto a quello che, in altri contesti (più modesti, più provinciali) ancora costituisce un ostacolo alla libera esternazione della propria identità, nell'arretratissima Italia contemporanea.

 

Ettore, a casa di Matteo, costantemente invasa da ospiti, appare un pesce fuor d'acqua con il suo atteggiamento dimesso e il suo look sfigato. L'insistenza con cui si sottolinea l'irriducibilità dei due protagonisti a un contesto sociale comune nonostante siano fratelli è l'elemento di maggior interesse del film. Da un lato Matteo dà l'idea di appartenere a una bolla isolata dal resto della società, con i suoi status symbol continuamente rimarcati (elargire regali, chirurgia estetica ai polpacci, proposta di andare in pellegrinaggio in aereo privato - ah, c'andiamo a fa' benedire, ma con l'aereo privato!, chiosa Ettore perplesso). Ettore incarna invece i disagi di una classe media rimasta indietro, pericolosamente prossima alla soglia di povertà, che fatica a dialogare su qualsiasi livello con quel ceto urbano che in Francia ha l'appellativo di "bo-bo" (borghesia bohèmienne). Che il film sappia mantenersi equidistante fra i due fratelli è una furbizia ma forse anche un pregio: contribuisce a ritrarre in modo neutro la scollatura fra i due ceti in cui si è spaccata la classe media, ed evidenziare la questione della pretesa assunzione di responsabilità che il ceto benestante vorrebbe assumersi per conto di tutti senza chiedere permesso. Sono le precise parole di Matteo, riferite alla malattia di Ettore: Deve pensare di poter guarire: non deve sapere un cazzo. È qui che intravediamo la grana metaforica della pellicola. Da un lato un atteggiamento paternalista, dall'altro il "popolo" che a un certo punto si sente turlupinato. Mai così attuale, in effetti, come in questo 2018 che ha visto il crollo dei socialdemocratici e l'ascesa dei populisti. Ettore e Matteo sono fratelli, dovrebbero condividere la medesima estrazione e invece sembrano provenire da universi paralleli incomunicanti.

 

Il film pare rimpiangere l'auspicata, utopica "fraternità" (dimenticato terzo pilastro della democrazia), puntando il dito verso un atteggiamento impropriamente paternalista da parte di un fratello. Il film è coerente e regge bene l'assunto, almeno sino a un finale bonario lievemente deludente, sul quale, senza svelare troppo, diciamo unicamente che si svolge secondo un copione classico e prevedibile, in base al quale i nodi tenuti in sospeso per tutta la durata del film trovano scioglimento: in modo però un po' troppo rapido e indolore. Se funziona sul piano emotivo per chiudere il film con quel tono di serenità conciliante che non si vuol proprio far mancare al pubblico italiano, convince meno quanto all'effettiva risoluzione delle incomprensioni e discrasie più profonde.