Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Matteo Zucchi
9.0/10

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time

[Prevedibilmente, seguono SPOILER]

Atto 1.0: il Ritorno del Mito

"I’ll see you again in 25 years."

Da "Oltre la vita e la morte" ("I segreti di Twin Peaks" 02x22)

Non è così semplice trovare negli ultimi decenni un’opera che abbia avuto un impatto sia sullo sviluppo di un genere e di un intero medium sia sulla crescita intellettuale e personale di milioni di fruitori comparabile a "Neon Genesis Evangelion", fortunatissima e discussissima serie di 26 episodi uscita in Giappone fra 1995 e ’96. Anche i non appassionati di anime seriali hanno spesso avuto a che fare con l’opera e lo smisurato franchise che le sta attorno, fra i più redditizi di sempre e un fenomeno culturale in Giappone di proporzioni difficilmente descrivibili, imparando a conoscere il battle shōnen di sottogenere mecha più celebrato di sempre e la sua complessa e sincretica mitologia composta da Angeli, mecha umanoidi di origine biologica, apocalissi susseguentisi (gli Impact), crisi psicologiche e flussi di coscienza. Proprio queste ultime componenti, ispirate alla crisi depressiva che l’autore Anno Hideaki stava affrontando al tempo e ai fenomeni di escapismo e autoisolamento da lui ritenuti imperanti presso la subcultura otaku cui l’opera era indirizzata, hanno contribuito a rendere "Neon Genesis Evangelion" una serie di importanza quasi incomparabile per un’intera generazione, una sorta di seduta collettiva di (auto)analisi per milioni di giovani appassionati di animazione giapponese, vedentisi come altri ego del protagonista Shinji e della varia e quasi altrettanto fragile umanità che lo circonda.
Queste ragioni spiegano sia la grande attesa per il progetto di reboot (o meglio, rebuilding) di "Evangelion" lanciato da Anno nel 2006 sia le numerose critiche che hanno bersagliato la nuova serie, soprattutto il sovversivo terzo capitolo e ancor più questo gargantuesco, sfaccettato e divisivo atto finale. Chiudere (o meglio, ri-chiudere) dopo cinque lustri (e quasi tre dall’annuncio della "Rebuild") una saga di così grande fama e influenza, e che ha significato moltissimo per una quantità smisurata di fan, significa perseguire un atto di rottura col quale è piuttosto difficile trovare paragoni, se non, per certi aspetti, il "Ritorno" di "Twin Peaks" del 2017. Ma, al netto della in parte paragonabile influenza sui rispetti media e sulla cultura pop dei propri paesi (e sulla visione di mondo di milioni di appassionati), i due progetti condividono soprattutto le simili tempistiche e la volontà di porsi come una ripresa in primis differenziante delle opere originali (fig. 1). Così come David Lynch ha condotto il suo straniante neo-noir di provincia in territori mai percorsi in precedenza dalla serialità high concept statunitense, Anno Hideaki ha trasfigurato un criptico e psicoanalitico viaggio attraverso i cliché degli anime mecha in un metalinguistico e tentacolare action che fagocita al suo interno decenni di cultura pop nipponica, dai manga alla musica. Per esser chiari, ciò vale per l’intera tetralogia della "Rebuild" ma ha in questo lunghissimo e densissimo capitolo il suo indiscutibile coronamento.


Fig. 1: ritorni e cambiamenti in "Twin Peaks" e "Evangelion"

In ambedue i casi i notevoli cambiamenti ai progetti[1] derivano dalle enormi evoluzioni dei contesti mediali, culturali e personali in cui sono stati concepiti e similmente le due opere non celano l’inevitabile passare del tempo e la propria innegabile differenza dalle fonti ma la evidenziano in modo da presentarsi in maniera indiscutibile come opere dei loro autori, in una data fase della loro vita e carriera, del loro tempo e in un certo stato del medium. Così come il regista di "Inland Empire" che non trova più quasi nessuno spunto nel cinema contemporaneo non può tornare alla stilosa e naif Twin Peaks di inizio anni 90, l’ora maturo e non più depresso autore di una copia di opere, sia live action che di animazione, sia seriali che one shot, sia commerciali che sperimentali, sia facete che seriose, non può rimettere in scena i tormenti del giovane otaku Shinji, sicuramente non nelle forme di 25 anni fa. Il ritorno non è quindi una mera occasione per ripetere il passato, quanto un modo di andare avanti a partire da quanto si è fatto precedentemente, tema dell’intera "Rebuild" che prevedibilmente diviene centrale in "Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time" (ma di sicuro non è cambiata la passione di Anno per i nomi lunghi, assurdi e complessi).

Atto 2.0: il Rinnovamento del Mito

"Si alza il vento!...
Bisogna tentare di vivere!"

Paul Valery, "Il cimitero marino"

La pellicola, a eccezione delle quasi identiche premesse narrative, di alcuni passaggi in comune e di talune citazioni, si distanzia notevolmente sia dai due proverbiali episodi conclusivi della serie originale, che mettevano in scena il teatro della mente di Shinji dopo che tutto il suo mondo gli era crollato addosso, sia dal primo reenactment di quel finale, l’eccezionale lungometraggio "The End of Evangelion", il quale narrava gli eventi del Third Impact e del Perfezionamento dell’Uomo che fungevano da contestualizzazione per quell’introspettivo palcoscenico. Infatti, dopo l’introduttiva, memorabile, sequenza action accompagnata da un’inattesa chitarra spagnola che vede le forze della Wille, il gruppo che nella seconda metà della tetralogia si oppone ai progetti estinzionisti della Nerv e della Seele, sanare Parigi dalla corruzione del Near Third Impact per poter adoperare le risorse della Nerv ivi nascoste nel sottosuolo, il racconto si focalizza sulla nuova vita di Shinji, la clone di Rei e Asuka in un villaggio di sopravvissuti al cataclisma, incontrando inoltre vari personaggi dei primi due film. Nel Villaggio 3 si è lontani dall’ipercinetica azione del secondo capitolo della tetralogia e della parte successiva di questo, così come dal cupo spirito apocalittico e introspettivo dei primi due finali della storia di "Evangelion", il quale si rifletteva anche nel terzo film, avvicinandosi semmai il lavoro di Anno a quello del suo maestro Miyazaki Hayao, e in realtà dello Studio Ghibli nella sua interezza. Difficile non pensare al realismo e alla lode della "vita autentica" di (soprattutto) "Pom Poko" di Takahata Isao, così come all’in fondo malinconica elegia de "Il mio vicino Totoro", ivi esplicitamente omaggiato.


Fig. 2: certe somiglianze tematiche e visive accomunano "Nausicaa" e
"Thrice Upon a Time", l'alfa e l'omega della carriera di Anno

Per Anno, che iniziò la sua carriera come animatore di "Nausicaa della Valle del vento", il ritorno a un isolato e "puro" villaggio di sopravvissuti in un mare di consunzione causata dall’uomo è di certo un ritorno a casa (fig. 2), che come ogni ritorno a casa dopo un lungo viaggio si dimostra rivelativo di quanto lontano si è andati e di quanto si è rimasti legati alle proprie radici. Il comeback del regista è inoltre un momento di rinnovamento per la saga di "Evangelion", che proprio all’interno del suo capitolo più eccessivo e tonitruante mette in scena una realistica rappresentazione della quotidianità, in una chiave però ben diversa dal realismo (anche) per cui la saga si era originalmente distinta da molti altri esponenti del sottogenere mecha. Questa seconda sezione della pellicola mostra per la prima volta (se si esclude in parte la "realtà alternativa" immaginata nell’episodio 26 della serie) un mondo in cui nessuno è costretto a salire a bordo di perturbanti ibridi fra dèi, umani e macchine e in cui la vita prosegue nonostante i catastrofici Impact che si susseguono in un crescendo parossistico, con tanto di montage sequence accompagnate dalla magistrale e sempre più corale colonna sonora di Sagisu Shirō che fanno risaltare questa bucolica oasi di normalità in un mare di esplosioni, violenza, macchine e morte (che metalinguisticamente è sia il resto del mondo che della pellicola).
In maniera non certo casuale è a partire da questo momento di rinnovamento[2] che Shinji smette per la prima volta dall’inizio della "Rebuild" (ma si potrebbe dire anche dall’inizio del franchise in generale) di piangere e autocommiserarsi di fronte alle sue numerose cadute e decide di agire di sua sponte, e non per assecondare un desiderio personale: il serafico sorriso che lo accompagna quasi sempre da ora in poi è un unicum nella storia del personaggio[3]. Dopo aver assistito all’ennesima morte di una persona cara, il giovane protagonista infatti non si rifugia più nell’autocommiserazione e nel nichilismo ma, memore della lezione vitalistica appresa vivendo al Villaggio 3, torna più risoluto che mai alla AAA Wunder, la nave ammiraglia della Wille (se non bastassero le precedenti sottolineature dell’importanza del tema della forza della volontà umana in "Evangelion" e nella "Rebuild" in special modo), e accetta tutto quello che capita d’ora in poi, finendo per seguire (in)volontariamente gli ammonimenti del suo sempre più disumano e machiavellico padre. Non dovrebbe a questo punto stupire che "Thrice Upon a Time" sia il più ghibliano tra i film del fu figliol prodigo del leggendario studio d’animazione, ancor più di "Nadia e il mistero della pietra azzurra" che pur partiva da un soggetto di Miyazaki stesso e si rifaceva sotto diversi punti di vista a "Il castello nel cielo", in primo luogo per il character design e l’esplicito ecologismo.


Fig. 3: la ricorrenza dei temi della natura e della crescita in "Thrice Upon a Time"

Questo tema, implicito fin dagli inizi di "Evangelion", è divenuto sempre più evidente nella tetralogia, arrivando fino alla denuncia dello "specismo" del Progetto per il Perfezionamento dell’Uomo (un’ennesima ragione per contrastarlo) e dal continuo focus sugli elementi naturali pure all’interno di un mondo, e quindi un’ambientazione, in disfacimento (fig. 3). Pertanto, la programmatica enfasi su tutto ciò che cresce, dai semi conservati in un’Arca di Noè spaziale fino a misteriosi pilastri energetici che vengono coltivati (!), passando per la rilevanza del tema della maternità, ormai divenuto ancora più significativo di quello della paternità al centro della serie originale, testimonia il progressivo avvicinamento di Anno ai temi del maestro Miyazaki. Sarebbe interessante sapere quanto la partecipazione dell’autore di "Evangelion" alla realizzazione del testamentario "Si alza il vento" in qualità di doppiatore del protagonista abbia contributo a indirizzare ancor più la sua personale, eventuale, opera testamentaria verso queste tematiche, come d’altronde è già successo al primo film da lui diretto in seguito, "Shin Gojira", in cui il tema parallelo della stoltezza dell’agire umano era ancora più enfatizzato. Ma più di tutto è il finale, insospettabilmente e al contempo prevedibilmente positivo, a distinguersi dalle precedenti conclusioni della saga e a rassomigliare invece i finali netti eppure aperti delle opere del regista di "Principessa Mononoke" e il vitalismo che affermano, quando anche i giovani protagonisti hanno potuto finalmente crescere e superare la "maledizione degli Eva", la quale ha per 25 anni tenuto in scacco anche Anno Hideaki, il franchise di "Evangelion" e suoi moltissimi fan.

Atto 3.0: la Ricostruzione del Mito

"[…] la maggior parte dei fan di "Evangelion" non si interessano che
al protagonista maschile, e nei dettagli della messa in scena
vedono solo elementi utilizzabili per produrre disegni erotici
dell[e] protagonist[e] femminil[i] o modellini dei robot giganti."[4]

Azuma Hiroki

E nessuno è stato più soggetto alla succitata maledizione, che nel nuovo canone della "Rebuild" impedisce ai piloti di Eva di invecchiare dal momento in cui vi salgono a bordo, finendo per alterare anche altri aspetti della loro biologia, di Ikari Shinji, addirittura privato letteralmente di 14 anni di vita durante il timeskip (altro cliché da battle shōnen) che divide i primi due film dai successivi e al quale sembra che sia stato negato finora anche un completo sviluppo narrativo, dato che la sua è "una storia che si ripete"[5], in cui costantemente cade e si rialza (azione che effettivamente compie più volte nel corso delle pellicole, fino alla battaglia finale), cerca di salvare la situazione e finisce solo col peggiorarla. La risolutezza per la prima volta trovata in questa pellicola gli permette di farsi avanti per la prima volta spontaneamente, senza voler assecondare il proprio egoismo o quello altrui, e di affrontare per la (ancora) prima volta direttamente il padre Gendo, in un confronto che rimarca la natura metalinguistica di tutto "Evangelion" e di quest’ultimo film in particolare. Il ritorno di Shinji al palcoscenico del finale della serie del ’95 non poteva che essere più diverso (fig. 4), segnalando quanto la saga sia cambiata nel corso di questi cinque lustri e quanto sia cresciuta col suo protagonista (e col suo autore), e non solamente per via del ricorso massiccio, a tratti invadente, alla CGI, d’altronde almeno qui narrativamente giustificato dalla natura virtuale dello spazio in cui Gendo e Shinji si scontrano (probabilmente uno degli apici visionari di un film la cui inventiva non ha molti eguali).


Fig. 4: la ricostruzione del film investe anche sequenze iconiche come
il flusso di coscienza degli ultimi due episodi della serie

Non più oberato da questioni di budget e di tempistiche "Evangelion" ha potuto evolversi anche riappropriandosi della propria natura action da battle shōnen, mentre la concezione stavolta unitaria del progetto ha permesso uno sviluppo più armonico del racconto, che comunque si contraddistingue sempre per cripticità e intricatezza, che così quanto meno si dimostrano non derivare solo dai retcon[6] avvenuti durante la scrittura della serie originale, come vari detrattori sostengono da allora. Si può perciò affermare che le battaglie siano divenute nella "Rebuild" addirittura il vero fulcro della storia e dello sviluppo dei personaggi, che nelle situazioni più difficili si trovano così a cambiare velocemente, determinando il character development accelerato che la distingue dagli sviluppi più lenti e circolari (meglio, spiraliformi) della serie originale. La caratterizzazione dei personaggi finisce, quindi, per essere diversa in primis perché risponde a una diversa logica narrativa, non più quella orizzontale e ricorsiva dell’opera del 1995 ma quella verticale e più lineare di una serie di film, in cui ogni pellicola mette in scena una diversa visione (e porzione) dell’incedere difficoltoso di Shinji verso l’affermazione personale, percorso mai veramente completato prima della fine di "Thrice Upon a Time".
In questo momento il film di Anno va in controtendenza con la minore attenzione riservata agli altri co-protagonisti nella tetralogia in contrapposizione con la più articolata e compassata serie e destina una micro-sequenza a quasi tutti loro, trattandoli come figure finalmente umane che cambiano e maturano, dato che ora il protagonista (e il franchise costruito attorno a lui) è finalmente cresciuto e può guardare agli altri come persone e non più funzioni a suo favore. Si ribadisce quindi definitivamente che "Evangelion" è (ed è sempre stato) la "storia di Ikari Shinji", qui unico protagonista a discapito soprattutto delle tre co-protagoniste, e in modalità diverse interessi affettivi (come comunica anche l’insistito fanservice), della serie originale, Misato, Rei e Asuka, la prima delle quali ha smesso di svolgere (poco responsabilmente) la propria funzione materna nei confronti di Shinji ora che è divenuta madre e regge sulle proprie spalle la missione della Wille. D’altro canto Rei e Asuka si rivelano, stavolta entrambe, delle mere "bambole"[7], costruite per svolgere un ruolo preciso nel Progetto di Perfezionamento dell’Uomo e destinate a trovare la propria umanità, e quindi uscire al contempo dalla fabula della pellicola (fig. 5) e dall’oggettificazione del fanservice, solo quando rispettivamente imparano a trovare di per sé un significato nelle cose e riescono a maturare, confessando i propri sentimenti e la propria vulnerabilità.


Fig. 5: il "ritorno alla vita", e alla realtà, al termine di "Thrice Upon a Time"

A distanza di 25 anni "Evangelion" continua a dimostrarsi, attraverso le sue molte e molto differenti incarnazioni, un metacommento della narrativa shōnen e della subcultura otaku che ha contribuito a sviluppare: tramite un coming of age fantascientifico comunica (di nuovo, ma mai con simile convinzione) che è giunto il momento di separarsi dai miti e dalle passioni del rimpianto passato (e che nessuno rimpiange più di Gendo, guarda caso l’antagonista finale). Così i monumentali e iconici Eva, moltiplicatisi insieme alle Lance e agli Impact in maniera chiaramente parossistica nello sfoggio di ipertrofia narrativa e di significanti che è la "Rebuild", lasciano definitivamente la scena, similmente alle dicotomiche waifu che hanno popolato i pensieri di Shinji e di milioni di suoi altri ego, ora che hanno smesso di essere solo bambole fatte a immagine dei desideri altrui.

 

Atto 3.0+1.0: Da capo

"Ikari Shinji, l’unica cosa che un padre può fare per un figlio
è dargli una pacca sulla spalla, oppure può ucciderlo."

Dal film, Katsuragi Misato

Alla fine di questa tetralogia iniziata col remake quasi shot for shot (ma in cui ogni piccola differenza preannunciava i cambiamenti principali rispetto alla serie originale) dei primi sei episodi e finita col rovesciamento quasi completo dell’apocalittico e nichilistico finale di "The End of Evangelion" (fig. 6), quasi tutti i personaggi principali hanno finalmente completato il loro percorso di maturazione, così come lo ha compiuto Anno Hideaki, il cui livello di controllo (nella consueta tendenza all’iperbole narrativa e alle supercazzole) sul materiale si può ormai definire magistrale, dimostrandosi finalmente capace di emanciparsi dalla sua ingombrantissima creazione. Se cinque lustri fa il regista ha ricevuto numerose minacce di morte per aver concluso la serie con lo sperimentale e visionario flusso di coscienza di Shinji, sottolineando già all’epoca quanto fosse il suo coming of age l’essenza del progetto, ora ha aperto il fianco a numerose critiche trasfigurando quella conclusione in un action ipercinetico con addirittura lieto fine annesso. D’altronde, per molti fan "Evangelion" è divenuto un immutabile santino della propria adolescenza da proteggere, non un materiale narrativo ormai condiviso da manipolare liberamente, come fatto da un uomo molto diverso da quello che combatteva la propria depressione parecchi anni fa.


Fig. 6: ripetizioni e differenze fra "The End of Evangelion" e il film del 2021

Detto ciò, la saga di Anno resta "una storia che si ripete" e in cui difatti ritornano non solo le opere principali del franchise sotto forma di citazioni e riadattamenti ma anche vari oggetti paralleli (come il manga scritto a partire dalla serie originale dal suo character designer Sadamoto Yoshiyuki, a cui il finale di "Thrice Upon a Time" deve non poco) e le altre numerose creazioni di Anno, dallo sperimentale e sopra le righe "Le situazioni di lui e lei", il cui stile minimale e cangiante viene ripreso nel flashback di Gendo, al trucido esordio live action "Love & Pop", che riecheggia, come il recente "Shin Gojira", nella caratterizzazione carica, quasi parodica, dei personaggi e delle loro azioni. La ripetizione, la quale forse è presente fin dal titolo originale della pellicola[8], però non è mai sterile, come si è già discusso, ma risignificante ciò che rimette in scena in modo da costituirlo come opera passata e al contempo nuova: questo è non solo uno dei tratti tipici della produzione e del consumo post-moderni identificati da Azuma Hiroki nella sua analisi della subcultura otaku[9], ma in effetti una delle caratteristiche fondative del mito. "Evangelion" nel corso degli anni ha difatti conseguito uno status mitologico quasi senza eguali, una pietra miliare e al contempo un oggetto di culto talmente ingombrante da perseguitare ancora il suo autore e i fan a distanza di decenni.
Non è difficile vedere in questo fenomeno la vera "maledizione degli Eva", la quale poteva essere spezzata solo dallo stesso Anno col film del suo probabile commiato dal mondo dell’animazione (ora che pare sempre più interessato al cinema live action), un letterale deicidio che riflette quello che prelude al finale di "Thrice Upon a Time", non a caso l’altro turning point narrativo e discorsivo più significativo dell’intera opera. Il regista nipponico riesce nella paradossale missione di seguire ambedue i punti della lezione impartita da Misato a Shinji prima della loro separazione: uccide la sua "creatura", dandole finalmente un finale che per quanto aperto nega la possibilità di un seguito diretto, e al contempo le dà una figurata pacca sulla spalla, riconoscendo e celebrando gli altissimi conseguimenti di "Evangelion" nella storia degli anime con il monumento al potere visionario dell’animazione che è la conclusione della "Rebuild"[10]. D’altronde, come testimonia il finale del reenactment di "The End of Evangelion" in cui tutto ciò avviene, la parte veramente significativa di "Neon Genesis Evangelion" non solo è sempre stata (ancora) nel titolo (come ci si potrebbe attendere da un’opera metalinguistica) ma, forse, è sempre stata la meno considerata, spesso elisa quando si parla della serie: "Neon Genesis". Dopo aver raggiunto per la prima volta un "nuovo inizio" per tutti, è chiaramente finito il tempo di "Evangelion" (o perlomeno della trama principale), e ora non resta che "tentare di vivere" nel mondo al di fuori dello schermo.

Sayōnara, subete no Evangelion.





[1] Il fatto che "The Return" sia un dichiarato sequel e "Rebuild of Evangelion" un reboot via via differenziantesi dalla fonte è invero poco rilevante, considerando il modo originale e ampio con cui vengono adoperate nel contesto dei due progetti le categorie di sequel e reboot

[2] È inoltre significativo, alla luce della appena discussa unicità e differenza di questa sezione rispetto non solo al resto della pellicola ma all’intera saga, che al centro di questo atto vi sia, piuttosto che Shinji, il taciturno clone di Rei, il cui sviluppo si contrappone all’immobilità (fisica prima ancora che psicologica) del protagonista e anticipa il suo character development successivo, rimarcando così ulteriormente la particolarità e al contempo l’importanza della sezione del Villaggio 3

[3] Sono comparabili, seppur meno significative, solo la placida accettazione di sé e della sofferenza della vita in società dell’episodio 26 e della conclusione del manga scritto dal character designer Sadamoto Yoshiyuki ispirandosi alla serie originale

[4] H. Azuma, Generazione otaku. Uno studio della postmodernità, Milano, Jaca Book, 2010 (2001), p. 94

[5] H. Anno, "Considerazioni sulla Nuova Versione Cinematografica", 28/09/2006. Si tratta dell’estratto di un breve testo redatto da Anno riguardo alla "Rebuild of Evangelion", di cui all’epoca non era stato distribuito neanche il primo capitolo, e poi diffuso come volantino pubblicitario all’uscita di "Evangelion: 1.0" e come contenuto in varie edizioni home video successive

[6] Portmanteau di "retroactive continuity", lemma che indica l’intervento dell’autore in una narrazione per risignificare avvenimenti precedenti alla luce degli eventi che si stanno raccontando in quel momento

[7] Cfr. Saitō Tamaki, Beautiful Fighting Girl, Minneapolis-London, University of Minnesota Press, 2011 (2000/2006), soprattutto per quanto concerne la descrizione della "ragazza fallica" combattente come figura narrativa "vuota", priva di un trauma e di motivazioni per il proprio agire che ne fanno il perfetto personaggio di un mondo di finzione e un perfetto oggetto su cui riflettere le proprie pulsioni (pp. 160-3)

[8] Riguardo alla questione dell’interpretazione della notazione musicale che conclude il titolo giapponese di "Thrice Upon a Time", leggibile sia come ":||", cioè il ritornello, sia come "||", cioè il finale del brano, si rimanda, così come per altri interrogativi, all’interessante articolo di Mario Pasqualini su Dimensione Fumetto

[9] H. Azuma, op. cit., pp. 146-8. Cfr. Ana Matilde Sousa, "The Japanese concept of kyara and the ‘total work of art’ in the otaku subculture: multimedia franchise, merchandise, fan labor", 2014, soprattutto per quanto riguarda il tema della risignificazione dei prodotti mediali tramite le diverse tipologie di consumo

[10] Si potrebbe interpretare come un’altra attuazione della massima di Misato l’"uccisione", con annessa pacca sulla spalla, di Gendo da parte di Shinji, il quale, liberato dalle sue paure e dai suoi desideri egoistici, diviene infine la figura di riferimento, quindi "paterna", per il padre ancora umano, troppo umano, per poi "eliminarlo" assolvendolo. Divenuto genitore di sé stesso, e difatti maturato nel finale, il ragazzo si trova ancora una volta a riflettere metalinguisticamente quanto compiuto dal suo autore nella realtà fuori dallo schermo, il confine con la quale diventa non a caso sfumato nell’ultima sequenza


20/08/2021

Cast e credits

cast:
Megumi Ogata, Daniele Raffaelli, Megumi Hayashibara, Valentina Mari, Yūko Miyamura, Ilaria Latini, Kotono Mitsuishi, Rachele Paolelli, Fumihiko Tachiki, Massimo Corvo, Maaya Sakamoto, Monica Ward, Yuriko Yamaguchi, Liliana Sorrentino


regia:
Hideaki Anno


titolo originale:
Shin Evangerion Gekijōban :||


distribuzione:
Amazon Prime Video


durata:
155'


produzione:
Studio Khara


sceneggiatura:
Hideaki Anno


fotografia:
Toru Fukushi


scenografie:
Hiroshi Kato, Tatsuya Kushida


montaggio:
Emi Tsujita


costumi:
character design: Yoshiyuki Sadamoto, Takeshi Honda, Mayoco Anno


musiche:
Shirō Sagisu


Trama
Mentre la Wille si prepara per lo scontro con la Nerv per impedire il Final Impact, Shinji, Asuka e il clone di Rei si ritrovano in un villaggio di sopravvissuti al Near Third Impact. La lunga permananza lì favorisce la maturazione dei tre ragazzi, e di Shinji più di tutti, in quanto è finalmente pronto per tornare sulla AAA Wunder e impedire i piani di suo padre Gendo. Mentre il capo della Nerv è sempre più vicino a realizzare il suo desiderio, solo un confronto a cuore aperto col figlio potrà prevenire il completamento del Progetto per il Perfezionamento dell'Uomo.
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