Recensioni

Il figlio dell'altra

di Lorraine Levy

drammatico, Francia (2012)

CAST & CREDITS

cast:
Mehdi Dehbi, Areen Omari, Jules Sitruk, Pascal Elbe, Emmanuelle Devos

regia:
Lorraine Levy

distribuzione:
Teodora Film

durata:
105'

produzione:
Rapsodie Production, Cité Films, France 3 Cinéma

sceneggiatura:
Lorraine Levy, Nathalie Saugeon, Noam Fitoussi

fotografia:
Emmanuel Soyer

scenografie:
Miguel Markin

montaggio:
Sylvie Gadmer

costumi:
Valérie Adda

Il figlio dell'altra | Recensione | Ondacinema

Il figlio dell'altra

di Lorraine Levy

drammatico, Francia (2012)

di Davide De Lucca

Voto: 6.5

Cosa faresti se scoprissi che tuo figlio non è in realtà tuo, ma di quello che hai sempre imparato a riconoscere come il tuo nemico e a odiare? Se fosse figlio dell'altra, di chi ti è irrimediabilmente diverso e da sempre ostile? E come ti sentiresti se i tuoi veri genitori non fossero quelli che ti hanno cresciuto, ma fossero quelli che abitano al di là del muro e parlano e pregano Dio in un'altra lingua?

Lorraine Lévy recupera una storia già vista e sentita, quella dello scambio dei neonati, e la cala nella questione arabo-israeliana consapevole dei rischi e dei numerosi luoghi comuni a cui poteva andare incontro. Una vicenda già utilizzata nel cinema, ma non solo; adatta a una tragedia teatrale, a una favola o un racconto morali, a uno spiacevole fatto di cronaca, o anche a una soap opera del pomeriggio. E costruisce un film, spiega la regista, sull'identità e sulla frattura dell'identità, che indaga l'alterità, e che, mettendo al centro due personaggi adolescenti, ne amplifica la problematica tipica dell'età, quella dell'essere contro, del sentirsi diverso.


I due adolescenti del film, Joseph, che vorrebbe diventare musicista, e Yacine, che invece intende studiare medicina, sono quelli che meglio di tutti riescono ad affrontare il dramma in cui sono coinvolti, e saranno loro più di tutti a prenderne coscienza. Joseph e Yacine si conoscono, si comprendono, lavorano letteralmente assieme e si spartiscono i soldi guadagnati. Mentre il fratello di Yacine non lo riconosce più come tale, è incapace di tollerarlo e incarna il rischio, nella generazione più giovane, di ripetere gli errori dei padri e di non saper uscire dagli schemi.
Ma soprattutto ci sono le donne, le madri in particolare, che sembrano dotate della sensibilità e della forza per aprirsi a questa storia, ad accogliere il figlio dell'altra e a comprendersi a vicenda. Quando Joseph va in visita da solo ai suoi veri genitori, è una donna del paese ad accompagnarlo e a introdurlo. Mentre gli uomini, i padri, sono condannati per buona parte del film all'incomprensione reciproca, a un dialogo impossibile seduti nervosamente di fronte a un caffè, o a ripetere e riproporre vecchie questioni in uno sforzo continuo e sterile.
 
La Lévy tiene sempre alta la tensione emotiva, sebbene il film accusi un calo di ritmo nella seconda parte e non riesca proprio a smarcarsi da alcuni schematismi eccessivi e cliché, ad esempio nel descrivere il tormento giovanile. Non si risparmia simboli e metafore, a volte anche per duri d'orecchie, e volendo guardare bene rischia un po' di mancare di verosimiglianza. Ma il tutto è condotto senza eccessiva retorica e con sincera adesione. La regista gioca con i piani nell'intensa scena del chiarimento delle due coppie di fronte al medico dell'ospedale, raggruppando le due madri, già in grado di intendersi, e isolando i due uomini, incapaci invece di accettare la situazione fin da subito.
Grande attenzione alle musiche, momento di conciliazione durante la cena tra Joseph e la sua vera famiglia, e rispetto per i culti nonostante qualche affondo alla religione quando vuole essere ottusa - come nel colloquio tra Joseph e il rabbino che gli spiega che, essendo nato da una famiglia araba, non è abbastanza ebreo come l'altro figlio.

Girato quasi interamente a Tel-Aviv, un film parlato in quattro lingue che ha calato nel cast di attori e nel cast tecnico la situazione stessa del film, con francesi in minoranza e israeliani e palestinesi a lavorare insieme in un clima - è stato detto - di sincera partecipazione. Così come sincero è l'approccio stesso da parte dell'autrice che ha voluto un film di speranza e di apertura per raccontare "due frammenti di una stessa identità che si incontrano". E in quel finale (un po' debole), seppure ottimista, si esplicita un senso di fratellanza e complicità possibile anche grazie alla nuova generazione e solo attraverso l'abbattimento dei preconcetti e la conoscenza di quello che si è sempre considerato diverso, del figlio dell'altra.