Recensioni

Final Portrait - L'arte di essere amici

di Stanley Tucci

drammatico, biografico, Regno Unito (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Tony Shalhoub, Sylvie Testud, James Faulkner, Clémence Poésy, Armie Hammer, Geoffrey Rush

regia:
Stanley Tucci

distribuzione:
BiM Distribuzione

durata:
90'

produzione:
Olive Productions, Potboiler Productions, Riverstone Pictures

sceneggiatura:
Stanley Tucci

fotografia:
Danny Cohen

scenografie:
Sara Wan

costumi:
Liza Bracey

Final Portrait - L'arte di essere amici | Recensione | Ondacinema

Final Portrait - L'arte di essere amici

di Stanley Tucci

drammatico, biografico, Regno Unito (2017)

di Cristiano Ciliberti

Voto: 6.5
Al suo quinto lungometraggio Tucci sbarca in lidi a lui particolarmente cari, portando nelle sale una storia di grande arte e grandi artisti. Lo fa ispirandosi al romanzo di John Lord, in cui il giornalista americano racconta le due settimane passate a Parigi a posare per Alberto Giacometti, grande scultore e pittore svizzero del 900.

Ai fini di una maggiore comprensione del lavoro di Tucci, occorre innanzitutto inquadrare i confini entro i quali agisce la pellicola e capire cosa questo film non è.
Il lasso di tempo particolarmente ristretto abbracciato dalla narrazione ci suggerisce che non siamo di fronte a un biopic propriamente detto e, contestualmente, dichiara come il fuoco del film non sarà centrato su una mera concatenazione di eventi da raccontare. Contrariamente a quanto possa far pensare il titolo dato dalla distribuzione italiana, l'attenzione del regista americano non si concentra neanche sull'amicizia tra l'artista elvetico e John Lord (un ormai lanciatissimo Armie Hammer), nonostante questa costituisca il collante emotivo intorno al quale gravitano tutti i principali snodi narrativi.

"Final Portrait" è piuttosto un film che cerca di osservare in profondità la genesi di un processo artistico, di cogliere il fermento di una mente creativa che, nelle pieghe della propria personalissima visione del mondo, cerca ossessivamente la bellezza. Un film sull'arte dunque, che dialoga, nello sviluppo della sua tematica portante, con "Il mistero Picasso" di Clouzot, seppur tenendosi lontano dalle finalità meta-cinematografiche dell'opera del cineasta francese.

Tucci porta avanti questa delicata operazione servendosi di una macchina da presa in frenetico e costante movimento, spesso stretta in intimi primi piani dei personaggi in scena e della eccellente interpretazione di Geoffrey Rush, ricca di eccessi d'ira come di consolatori momenti di tenerezza, capace di rendere tangibile il lacerante coinvolgimento di Giacometti nella disperata ricerca della rappresentazione perfetta.
La figura dell'artista è modellata senza troppi fronzoli o cesure moralistiche, con la cinepresa che non ha paura a indugiare sulle profonde contraddizioni della vita di coppia di Giacometti e di sua moglie. In tal senso, il suo rapporto extraconiugale con una prostituta locale (la bellissima Clémence Poésy) è emblematico e si presta molto bene a rappresentare la spaccatura interiore di un personaggio sinceramente incapace di gestire il conflitto tra sentimento e ispirazione.

La lacerazione, che scuote l'artista fin nel profondo, lo porta a non vedersi e, di conseguenza, a non apparire mai nello stesso modo; un senso d'inquietudine che riversa sulle sculture presenti nel suo studio le quali, al pari del ritratto, vengono modificate e rimodellate continuamente, in un loop infinito di indeterminazione.

Proprio per questo suo voler seguire morbosamente, attraverso gli occhi del John Lord - narratore, i movimenti dell'artista all'opera, la vicenda prende corpo, per la maggior parte nel suo studio entro spazi claustrofobici e caratterizzati da tonalità di colore molto fredde. Quella di Tucci è una scelta grazie alla quale riesce a rendere partecipe lo spettatore del senso di crescente oppressione che attanaglia sempre più l'amico e modello di Giacometti, man mano che il previsto unico pomeriggio di lavorazione si protrae per più di due settimane.

Un'altra scelta particolarmente caratterizzante per il film è sicuramente quella di dare un senso di incompiutezza a tutto l'incedere della vicenda con delle cesure, delle frenate e degli apparenti vuoti narrativi che, a ben vedere, vanno volutamente a braccetto con la singhiozzante crescita della creatura di Giacometti, quel ritratto, inteso come forma d'arte, che il pittore descrive come ontologicamente inafferrabile e, per sua natura, sfuggente.

Tuttavia l'analisi di Tucci non riesce a trovare uno sbocco particolarmente profondo e si ferma ad un livello troppo superficiale, laddove il film non riesce a trovare un necessario respiro neanche in quelle passeggiate all'aperto in cui i brillanti scambi tra i due protagonisti e, soprattutto, le divagazioni del pittore svizzero sull'arte e sugli artisti a lui contemporanei coverebbero un potenziale che va oltre la mera pausa tra una sessione di posa e l'altra.

Probabilmente risiede in questa superficialità, che sfocia in un'estetica poco ricercata, il vero limite di una pellicola che, oltre ad essere assolutamente godibile, ha comunque il grandissimo pregio di riflettere sul valore dell'Immagine, in un momento storico in cui la sovrapproduzione di immagini ha svilito il rapporto di sofferta empatia insita nella creazione artistica, minando la comunicazione, così vitale nell'arte, tra segno e significato.
Recuperare il dolente atteggiamento di chi, come Giacometti, trasfigurava insieme alle proprie opere, può aiutare a difendere il cinema dai prepotenti attacchi dell'estetica del selfie.