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La foresta di ghiaccio

di Claudio Noce

thriller, drammatico, Italia (2014)

CAST & CREDITS

cast:
Ksenia Rappoport, Domenico Diele, Adriano Giannini, Emir Kusturica

regia:
Claudio Noce

distribuzione:
Fandango

durata:
100'

produzione:
Ascent Film, RaiCinema

sceneggiatura:
Francesca Manieri, Elisa Amoruso, Claudio Noce, Diego Ribon

fotografia:
Michele D'Attanasio

scenografie:
Daniele Frabetti

montaggio:
Paola Freddi, Andrea Maguolo, Federico Conforti

costumi:
Maria Cristina La Parola

La foresta di ghiaccio | Recensione | Ondacinema

La foresta di ghiaccio

di Claudio Noce

thriller, drammatico, Italia (2014)

di Stefano Santoli

Voto: 4.5

Il secondo lungometraggio di Claudio Noce ("Good Morning Aman", 2010) è ambientato in un paese isolato d'alta montagna, fra i membri di una comunità chiusa e diffidente al confine fra Italia e Slovenia. Un confine che, negli anni '90, era stato via di fuga dalle guerre dell'ex Jugoslavia, e che oggi vede agire nell'ombra le mafie che gestiscono il passaggio in altri paesi europei degli immigrati giunti in Italia dall'Africa e del Medio Oriente. A cambiare sono le epoche e le etnie, oltre al verso della fuga. Per il resto, il tempo sembra essersi fermato.

 

La neve e il freddo avvolgono tutto. I personaggi sembrano preda dell'ambiente, che a tratti appare il vero protagonista del film: la montagna, con i suoi paesaggi alieni e austeri, e i suoi fitti boschi. L'intreccio dellla pellicola è ostico, come disperso nel fitto di quei boschi: sempre più arduo da decifrare man mano che il film procede e i misteri s'infittiscono. Tra i numerosi personaggi autoctoni, spiccano i fratellastri Lorenzo (Adriano Giannini, non del tutto convincente) e Secondo (Emir Kusturica, capace di rendere credibile un personaggio ai limiti dell'improbabile). Al centro delle vicende vi sono due figure estranee al paese: il tecnico Pietro (Domenico Diele, visto in "ACAB", 2012), incaricato di riparare un guasto alla centrale elettrica in quota, e la zoologa Lana che si prende cura di un invisibile orso (la sempre brava Ksenia Rappoport, che sa regalare giusta intensità ai suoi personaggi). Sono due figure che provengono da fuori, e sono viste dunque con sospetto. Pure le reali ragioni della loro presenza in paese saranno presto messe in dubbio dallo stesso spettatore, in uno sviluppo della vicenda in cui viene progressivamente meno ogni appiglio. Le stesse spiegazioni fornite in maniera sin troppo sbrigativa dalla ricostruzione conclusiva (che, fatta la tara a varie inverosimiglianze, ci è parsa deludente) lasciano la sensazione che non proprio ogni tassello torni perfettamente a combaciare.

 

Noce, preso dalla volontà di concedersi licenze dalle regole del "semplice" cinema di genere per contaminare il thriller con un sottotesto d'impegno sociale, difetta a livello di sceneggiatura. "La foresta di ghiaccio" - efficace soprattutto a livello di colonna sonora e fotografia, ma di buon livello in tutto il comparto tecnico - risente purtroppo dell'ambizione di gravare un film di genere con un'impronta, fortemente autoriale, tanto ambiziosa quanto ancora immatura. Una pecca abbastanza diffusa, in Italia, tra i giovani esordienti o semi-esordienti. Noce ha un indubbio talento nel cogliere simbologie nascoste, nel rendere sempre più evidente che all'oscurità dell'intreccio corrisponde un analogo buio interiore in molti personaggi - e sa evitare che il ricorso a determinati stilemi personali (il ralenti, ad esempio) sia meramente estetizzante. Il principale difetto del film è però nella sceneggiatura, laddove sceglie di affidarsi troppo a suggestioni visive scisse da nessi causali.

 

L'impalcatura narrativa è costantemente in divenire: gli stessi attori, a volte impacciati, paiono risentire di una direzione affidata alle intuizioni immaginifiche delle singole scene, ma carente di una robusta visione d'insieme. La pellicola procede per momenti estatici: Noce si dimostra capace di catturare immagini di sicura suggestione, a volte raffinate, ma è afflitto dall'ostinata preoccupazione di non banalizzare il film, canalizzandolo nei canoni del racconto di genere. Porta così la pellicola alla deriva. Il suo thriller eccentrico, che non concede quasi nulla all'elemento verbale, procede a singhiozzo, sospende ad libitum qualsiasi chiarimento, progredendo nell'accumulo imperterrito di elementi di mistero, senza dosare in modo equilibrato la soluzione di alcuni alla proposizione di nuovi. All'inizio funziona, quando si tratta di incuriosire lo spettatore. Poi disorienta soltanto. Perseguita sino all'ermetismo, questa scelta tenacemente "autoriale" nega allo spettatore anche l'immedesimazione emotiva. Un peccato davvero, perché oltre ad una messa in scena non solo efficace, ma a tratti fascinosa, a uscirne ridimensionati sono anche lo spessore dei temi e le notevoli potenzialità del racconto.