CAST & CREDITS

cast:
Mark Whalberg, Andre Benjamin, Garrett Hedlund, Tyrese Gibson

regia:
John Singleton

distribuzione:
Paramount Pictures

durata:
109'

produzione:
Lorenzo di Bonaventura

sceneggiatura:
David Elliot, Paul Lovett

fotografia:
Peter Menzies Jr.

montaggio:
Bruce Cannon

costumi:
Ruth Carter

musiche:
David Arnold

Four Brothers | Recensione | Ondacinema

Four Brothers

di John Singleton

drammatico, azione, Usa (2005)

di Massimo Versolatto

Voto: 7.0
John Singleton è un tipo arrabbiato. In senso cinematografico, almeno. "Four Brothers", con la sua irosa violenza, ne è una dimostrazione. Nei precedenti lavori il regista statunitense ci aveva già abituati alla follia dell'America contemporanea. Una follia fatta di ghetto, di bordo della giungla cittadina. Non cambiano le regole, né la messinscena, in questo film. E non c'è neppure molto di nuovo, rispetto a ciò che è venuto prima. Ma in tutto questo c'è una "maniera" calcolata, intarsiata a meraviglia nel raccontare. Singleton fa un film "moderno", nei contenuti e nelle intenzioni (anche se si tratta di un remake di un film del 1965). Ma paradossalmente è nella forma in cui gira e  "condisce" la storia - con ambientazione e musiche - che risulta "classico".

I protagonisti di "Four Brothers" sono il multietnico risultato dell'amore di una donna per il suo mondo e il suo tempo. Adottati e cresciuti assieme, due bianchi e due neri - tutti molto diversi tra loro - ritornano alla natale Detroit - innevata tanto che non pare nemmeno una metropoli -, per il funerale della vecchia, uccisa sadicamente a colpi di fucile durante una rapina a un negozio. I quattro non credono alla versione della "persona sbagliata al momento sbagliato nel posto sbagliato" e decidono di indagare a modo loro, per far luce sulla vicenda. E la luce che vedranno, dietro la nebbia che attornia il caso, non gli piacerà.


Azzeccati i protagonisti - anche se Wahlberg potrebbe tirare un po' meno i muscoli -, azzeccatissime le musiche e diversa, finalmente, l'ambientazione metropolitana grazie alla fotografia sgranata dell'innevata cittadina americana. John Singleton, si diceva in apertura, è arrabbiato. E con rabbia e rinnovato vigore ha raccontato, a modo suo, il disagio del bordo dell'America contemporanea. Non ricercando chissà quali reconditi significati filosofici, né con l'intenzione di approfondire lo studio della società americana. Ma con la necessità di mostrare una storia di violenza come tante altre. Come molte, in America. Come tante già viste ma sempre troppo attuali. E il risultato di questa sua esigenza è un film che, nel panorama vastissimo di produzioni simili, alza la testa e dice la sua, senza paura di avere qualcosa in meno da dire rispetto agli altri.