CAST & CREDITS

cast:
Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Dekel Adin, Yehuda Almagor, Shaul Amir, Gefen Barkai

regia:
Samuel Maoz

durata:
113'

sceneggiatura:
Samuel Maoz

fotografia:
Giora Bejach

scenografie:
Arad Sawat

montaggio:
Arik Lahav Leibovich, Guy Nemesh

costumi:
Hila Bargiel

musiche:
Ophir Leibovitch, Amit Poznansky

Foxtrot | Recensione | Ondacinema

Foxtrot

di Samuel Maoz

drammatico, Israele/Germania/Francia/Svizzera (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.0
Pur non essendo noto alle grandi masse, sul nome di Samuel Maoz convergeva una trasversale curiosità qui alla Mostra dell'Arte Cinematografica di Venezia, poiché nel 2009 il regista vinse a sorpresa il Leone d'oro con "Lebanon", suo primo lungometraggio di finzione. Otto anni dopo, Maoz si ripresenta al festival con l'opera seconda spostando la sua attenzione da un carrarmato a un appartamento abitato da una famiglia dell'alta borghesia israeliana (sebbene, al contrario dell'esordio, non vi sia un unico ambiente).

Diviso in tre parti, "Foxtrot" inizia con un campanello che suona e una donna che apre alla porta: dei soldati le chiedono se è la signora Daphna Feldmann quando la donna, intuendo cosa possano volerle dire, scoppia a piangere e sviene. Sarà Michael, appena alzatosi dal letto, a dover sentire per bocca di quegli sconosciuti che il figlio Jonathan è caduto durante l'adempimento del suo dovere sotto le armi. I militari si dicono pronti a fare qualsiasi cosa per aiutare la famiglia in un momento così delicato, ma i suggerimenti che danno al padre sono fredde istruzioni comportamentali (beva un bicchiere d'acqua ogni ora, chiami i familiari, aspetti il sacerdote). L'uomo ubbidisce cercando di imporsi un autocontrollo che l'atroce sofferenza a cui è sottoposto non gli lascia amministrare, finendo per ustionarsi la mano così da sfogare fisicamente ciò che prova dentro. L'atmosfera straniante e via via sempre più opprimente è corroborata dalle preziose scelte di stile del regista che usa lenti grandangolari e angoli di ripresa volti ad asfissiare i personaggi fino alla claustrofobia, cercando poi un punto di fuga come le finestre che danno su un cielo limpido finché uno stormo di uccelli, oscurandolo, non ricordano la tragedia appena piombata loro addosso.

Il secondo atto spazza via con uno stacco netto l'ambientazione borghese e ci proietta in una mulattiera desolata, il checkpoint che il giovane caporale Jonathan Feldmann è tenuto a sorvegliare insieme ad altri tre commilitoni. Il segmento, anticipato da un plot-twist, si inserisce nella narrazione quasi con l'intenzione di cominciare un film diverso, nel quale dei soldati posti di guardia alla fine del mondo attendono che accada qualcosa in una routine quotidiana noiosa, fatta di turni di guardia, fari che si accendono nella notte, carne in scatola e cammelli che attraversano silenziosamente la strada. La prima sequenza di questa sezione è briosa e catchy, costruita in maniera antitetica a quanto visto fino a quel momento: viene spiegato il significato del titolo, il foxtrot i cui passi riportano il ballerino sempre al punto di partenza. Ed è ciò che accade ai personaggi che continuano a cambiare posizione (come nel ballo) intorno a uno spazio vuoto, quello della perdita, del lutto, di un trauma mai superato: è questo, in definitiva, il nodo gordiano dal quale si sviluppano i filoni tramici principali.

Per un caso probabilmente fortuito il Michael di "Foxtrot" ricorda - anche fisicamente - il Lary di "Sieranevada", entrambi protagonisti opachi di film ruotanti intorno a un morto (lì il padre, qui il figlio), entrambi costretti a fare i conti sia con la propria famiglia, sia col vuoto che sentono dentro. Se Puiu lavora però sul contesto familiare e sulla coralità, Maoz predilige l'individualità o il gruppo ristretto: nel primo atto Michael e i vari personaggi con cui si confronta, nel secondo Jonathan coi suoi commilitoni, nel terzo di nuovo Michael insieme alla moglie.

Maoz ha una forza visiva che premia anche laddove facili simbolismi (la baracca che gradualmente sprofonda nel fango) o scelte drammaturgiche azzardate possono spaesare o lasciare interdetti e, invero, l'ipotesi che il film sia soprattutto un raffinato esercizio di stile e scrittura non arriva, dopo metà film, come peregrina. Anche il voler spiegare la metafora del "foxtrot" - per ben due volte - potrebbe essere la spia di un progetto filmico per il quale il regista temeva di essere frainteso o di non riuscire a far pervenire il proprio messaggio al destinatario d'elezione, così da esagerare in una tecnica fin troppo dimostratica. Eppure, gli scambi dialogici via via più accesi e incalzanti del primo e del terzo atto e la notevole seconda parte, durante la quale Jonathan narra e illustra ai compagni d'armi l'ultima storia della buonanotte, raccontatagli dal proprio padre anni prima non lasciano indifferenti e costruiscono una serpeggiante tensione sempre pronta a deflagrare emotivamente.

È evidente che per Maoz le cicatrici che rendono deboli i protagonisti di quest'opera hanno una loro origine nella vita militare e nello stato di guerra permanente che li prosciuga fino a svuotarli. E se i legami col passato, rappresentati da una nonna, la madre di Michael, scampata ai campi di concentramento ma la cui memoria è svanita con l'Alzheimer, stanno cedendo, le nuove generazioni sembrano obbligate a ripetere e a rivedere gli errori e gli orrori dei propri padri.