CAST & CREDITS

cast:
Eva Green, Ryan Phillippe, Sam Riley, Bernard Hill, James Faulkner

regia:
Gerald McMorrow

distribuzione:
Mediafilm

durata:
98'

sceneggiatura:
Gerald McMorrow

fotografia:
Ben Davis

scenografie:
Laurence Dorman

montaggio:
Peter Christelis

musiche:
Joby Talbot

Franklyn | Recensione | Ondacinema

Franklyn

di Gerald McMorrow

fantascienza, thriller, Gran Bretagna/Francia (2008)

di Giuseppe Gangi

Voto: 5.5
Basandosi su un suo corto, il trentanovenne Gerald McMorrow, dopo una lunga gavetta come regista di videoclip, firma con "Franklyn" il primo lungometraggio.
Secondo i rumors, al progetto avrebbero dovuto partecipare John Hurt, Paul Bettany e Ewan McGregor, che però, dopo un incidente ciclistico, venne sostituito da Ryan Phillippe (Jonathan Preest), mentre ai primi sono probabilmente subentrati Bernard Hill (nel ruolo di Esser) e Sam Riley, che fu un ottimo Ian Curtis in "Control" (qui sottotono nelle vesti di Milo); il punto fisso del cast, nonostante i vari rimaneggiamenti, è stato Eva Green, tutto sommato la più convincente nei panni di un personaggio non facile e un po' di maniera.

McMorrow riesce a creare un'apprezzabile impalcatura narrativa in cui la storia si divide fra la gotica Città-di-Mezzo (Meanwhile in originale), dove agisce il vigilante Jonathan Preest, unico ateo in un luogo in cui il governo obbliga tutti i cittadini ad avere una fede, e la grigia Londra, nella quale si muovono un ragazzo lasciato a pochi giorni dal matrimonio, una studentessa d'arte che tenta il suicidio una volta al mese (filmandosi poi mentre viene soccorsa, al fine di completare un progetto), e un padre alla ricerca del proprio figlio.
La domanda che viene naturale porsi dopo i primi minuti è: cosa accomuna i quattro personaggi?
Il montaggio, che alterna linearmente gli accadimenti delle due città, lascia presagire che un collegamento ci sia e, infatti, da metà film in poi il regista britannico svela le carte: la cupa Città-di-mezzo è in realtà frutto dei deliri di uno dei protagonisti, è un'architettura mentale di uno schizofrenico. Ed ecco che "Franklyn", da strambo film di fantascienza, si trasforma in anomalo film sul dolore; una sofferenza così profonda che porta i protagonisti a costruirsi una (ir)realtà parallela per lenire il proprio male: Emilia finge di tentare il suicidio, Milo ricomincia a vedere il suo amore d'infanzia, che è però solo un parto della sua immaginazione.

Percorrere la strada della follia per ricercarne le ragioni in un'assenza (la morte improvvisa di una sorella o di un padre) e costruire, intorno a questo schema di dolori insanabili, una storia a più voci è un'idea sulla carta interessante e ambiziosa. Ma sul piano pratico McMorrow si dimostra incapace di reggere per l'intera durata, consumando tutta la benzina nella prima ora del film, dove prevaleva un indubbio fascino visivo e un'azione ben congeniata. Dopo, risalgono in superficie tutti i limiti di sceneggiatura, in primis i personaggi, un po' caricati nella loro caratterizzazione, da Preest che sembra una sbiadita copia del Rorscharch di "Watchmen" (ed è pure un reduce dell'Iraq), a Emilia, l'artista bella e dannata, a Milo, il romantico sfigato, e Esser, il vecchio padre che vorrebbe ricucire la propria famiglia.

Le spiegazioni danno infine la sensazione di un modo sbrigativo per sbrogliare la matassa e eliminano la patina enigmatica che affascinava inizialmente, lasciando pure qualche dubbio sull'importanza di alcune trovate (i video di Emilia sugli "sconosciuti", o il vero ruolo del personaggio di James Faulkner che dovrebbe unificare le varie storie).
Peccato, perché un soggetto così, gestito con meno sciatteria e con meno soluzioni "a effetto", avrebbe potuto dar vita a un film nettamente migliore.