CAST & CREDITS

cast:
Wallace Ford, Leyla Hyams, Olga Baclanova, Roscoe Ates, Harry Earles, Henry Victor

regia:
Tod Browning

distribuzione:
Metro-Goldwyn-Mayers

durata:
66'

produzione:
Metro-Goldwyn-Mayers

sceneggiatura:
Al Boasberg, Willis Goldbeck, Leon Gordon, Edgar Allan Woolf

fotografia:
Merritt B. Gerstad

scenografie:
Cedric Gibbons, Merrill Pye

montaggio:
Basil Wrangell

pietra miliare

Freaks | Recensione | Ondacinema

Freaks

di Tod Browning

drammatico, Usa (1932)

di Giancarlo Usai

Strano posto, il circo. La gente ci va per divertirsi, passare il tempo, sorridere delle acrobazie di clown e comici vari. Poi ci sono i prestigiatori, i domatori di bestie feroci, ogni tipo di animale. I bambini e le famiglie intere sono da sempre attratte da questo piccolo universo fatto di stranezze e abilità particolari. Ma nello stesso circo c'è anche un'altra attrazione: e il pubblico paga per vedere anche questo. I freak, gli uomini dall'aspetto "inusuale", si fanno ammirare in tutta la loro unicità. Sono ragazzi senza gambe, donne barbute, acrobate a due teste, vecchi-scheletro. E, fra di loro, anche i nani. E nel circo di Tod Browning è proprio una coppia di nani a fare la differenza: sono Hans e la sua amata Frieda. Abilissimi davanti agli spettatori in volteggi e recitazione, hanno dei problemi quando il sipario cala. La coppia sta per rompersi a causa di una bellissima artista: è Cleopatra, la star del baraccone, che con fare seducente fa cadere nella sua trappola amorosa l'ingenuo Hans. E lui, non curante degli amari consigli della povera Frieda, cede alle lusinghe credendo al grande amore, e decide di sposare la biondissima Cleopatra.

Neanche a dirlo, dietro la simpatia dell'acrobata per il piccolo uomo si nasconde la sete di denaro: Hans è infatti un ricco ereditiere, miglior partito per una povera artista da circo non può esserci. E così, complice anche il suo amante segreto, il forzuto Hercules, escogita un piano per avvelenare il nuovo marito e carpirne la dote. Ma qualcosa non andrà come previsto: al momento dell'accettazione nel gruppo dei freak, Cleopatra si trova davanti tutta la "mostruosità" della sua nuova vita, l'aspetto spaventoso di Hans e di tutti i suoi amici e colleghi. E così, all'urlo in coro «È una di noi! È una di noi!», la donna reagisce in modo violento, mandando al diavolo i freak e scoprendo così le sue reali intenzioni. Ciò che non potrà prevedere sarà la reazione rabbiosa di quegli esseri così "strani": sotto un diluvio apocalittico, l'agguato teso ai due amanti imbroglioni sarà spietato e senza scampo. E la fine non potrà che essere quella della riduzione dei due, a loro volta, in freak buoni per comiche esibizioni circensi. Solo alla fine del film, Cleopatra diventa la nuova "donna gallina" e Hercules, ora castrato, si ritrova a cantare in falsetto.

Si apre con il cicerone che preannuncia «una delle storie più terrificanti mai raccontate» il capolavoro di Tod Browning del 1932. "Freaks", il film che costò al suo regista il bando da Hollywood, si è guadagnato l'appellativo di film maledetto per la mezz'ora intera che sarebbe stata tagliata per volere dei produttori della Metro-Goldwyn-Mayers. L'impatto che ebbe sul pubblico alle prime proiezioni fu devastante: malori, proteste, accuse di sfruttamento delle menomazioni umane per fare del becero sensazionalismo. In verità quello che Browning voleva era palesare la normalità dell'universo degli anormali. Non c'è nessuna stranezza nel vedere i legami di amore e amicizia che si intrecciano tra i protagonisti del circo di "Freaks". E tantomeno non vi è alcuna morbosità nel riprendere dei veri uomini e donne con le caratteristiche fisiche più diverse e varie. Questo, chiaro, il pubblico, ma anche la critica del 1932 certo non poteva capirlo pienamente; e la genialità dell'opera di Browning, che già nella prima parte della sua folgorante carriera aveva dimostrato di avere a cuore di mettere in scena proprio il pregiudizio generalizzato del pubblico, sta proprio in questo: fotografare ciò che è la realtà, la paura del diverso, del "malformato", dell'inusualità e provocarne reazioni speculari proprio dopo averle filmate. E se da un punto di vista narrativo il film è molto lineare e poggiato su un canovaccio molto semplice (l'avidità umana che spinge all'umiliare il diverso, a sfruttarlo, pur di raggiungere l'agognato obiettivo), l'inversione dei ruoli nel finale ha qualcosa di sorprendente: il sadismo con cui i freak perpetrano la loro vendetta una volta scoperto l'inganno è il vero momento horror dell'opera di Tod Browning. Il discorso sul genere è uno dei più curiosi che si possano fare attorno al film: da tutti considerato uno dei capostipiti dei film dell'orrore, "Freaks" è piuttosto un melodramma a tinte fosche. Ma questo è un equivoco che tutta la filmografia del suo autore si è portato dietro per tutto il tempo.

Convinto assertore dell'idea che la realtà non abbia bisogno di troppi filtri o traduzioni per essere messa in scena così com'è, Browning decide di non barare: nessun attore professionista a scimmiottare un qualsivoglia handicap. Bensì attori dilettanti che fanno se stessi: quelle che vediamo sono le loro vere menomazioni, quello che fanno nella vita del film è ciò che caratterizza le loro vere giornate. Ed è così che un film che si permette di mostrare forse troppo per gli usi dell'America anni 30 diventa una pellicola da catalogare nel genere horror. Al geniale regista questo grande equivoco non dispiacque affatto; fu al cast che creò dei problemi. La ragazza che interpretava la donna barbuta, ad esempio, rinnegò pubblicamente "Freaks" dopo le primissime proiezioni, atterrita più che spaventata dalle incredibili reazioni di orrore misto a disgusto che gli spettatori manifestavano. Il compromesso venne raggiunto con il fatidico taglio di cui si è parlato: per un quarantennio il film è stato distribuito nella sua versione ufficiale senza alcune inquadrature che indugiavano troppo sulle caratteristiche fisiche dei freak e soprattutto senza il finale tragico e violento della vendetta sui due traditori, con il montaggio che passava direttamente a mostrare la povera Cleopatra oggetto dello sguardo curioso del pubblico, dopo le menomazioni subite nella notte del diluvio.

È un peccato che all'epoca dell'uscita il film fu vittima del suo stesso soggetto; anche solo prestando attenzione alla didascalia iniziale, sarebbe stato possibile apprezzare il nobile intento di Tod Browning, che di certo non era quello di inscenare il più terrificante racconto da brivido di ogni tempo (come successivamente i produttori che si sono succeduti nelle strategie di distribuzione hanno insistito a ripetere, spingendo sulla nomea di opera maledetta).

E siccome questa scheda vuole anche essere un invito a recuperare un film tutto sommato poco conosciuto dal pubblico appassionato di cinema moderno, può valere anche il ricordo di un paio di scene che da sole potrebbero servire a considerare Tod Browning uno dei registi più estrosi e audaci che siano mai esistiti. Nella prima, in un ameno parco, ai bordi di un laghetto, i freak giocano e scherzano in un'evidente pausa dal loro lavoro circense. Primi piani muti si alternano a riprendere i loro volti così naturali che non è possibile ignorare giammai compassione ma gioia e cordialità da parte di quell'obiettivo che indugia così tanto sulle loro normali e ordinarie azioni. La seconda scena è la più citata, più nota e angosciosa (forse più della stessa tragedia finale): la festa per il matrimonio tra Hans e Cleopatra. Il momento pare felicissimo, tutti gli amici del piccolo uomo tentano di celebrare un'unione perfetta: ma qualcosa sta per turbare l'equilibrio dei presenti. La neosposa prima versa il veleno che dovrà essere letale per il consorte e poi non resiste di fronte al rito di iniziazione che i freak imbasticono per lei.

L'urlo «È una di noi!» fa venire fuori tutto il senso dell'opera: la divisione è talmente forte che nulla può superarla, neanche freddi calcoli di convenienza. La freddezza e la lucidità della riflessione di Browning stanno proprio nell'esibire questa separazione consapevole tra i freak e gli altri, quelli che si considerano in via esclusiva esseri umani. I primi, d'altronde, non nascondono la loro diversità, costruiscono una comunità separata che accetta nuovi ingressi solo con l'approvazione di tutti. E di fronte a un passo in avanti così formale e impegnativo, neanche la donna avida e senza scrupoli riesce a passare indenne da una rivolta interiore. In pochi istanti di rabbia incontrollata, inscenata con un crescendo emotivo senza precedenti nella pur breve storia del cinema hollywoodiano, il magnifico regista fotografa la fobia di un'intera comunità.

Perché "Freaks" è un capolavoro che travalica i limiti temporali? La risposta è, ancora una volta, nelle poche parole che scorrono all'inizio; perché è un monito che vale ancora ora e varrà per molto altro tempo.