Recensioni

Il fuoco della vendetta

di Scott Cooper

drammatico, thriller, Usa/Gran Bretagna (2013)

CAST & CREDITS

cast:
Christian Bale, Zoe Saldana, Woody Harrelson, Willem Dafoe, Forest Whitaker

regia:
Scott Cooper

distribuzione:
Indie Pictures

durata:
116'

produzione:
Appian Way, Energy Entertainment, Red Granite Pictures, Relativity Media, Scott Free Productions

sceneggiatura:
Scott Cooper, Brad Ingelsby

fotografia:
Masanobu Takayanagi

scenografie:
Thérèse DePrez

montaggio:
David Rosenbloom

costumi:
Kurt and Bart

musiche:
Dickon Hinchliffe, Eddie Vedder, Alberto Iglesias

Il fuoco della vendetta | Recensione | Ondacinema

Il fuoco della vendetta

di Scott Cooper

drammatico, thriller, Usa/Gran Bretagna (2013)

di Giuseppe Gangi

Voto: 5.0
Film neoclassico sul sogno americano infranto e/o conquistato: istruzioni per l'uso.
Innanzitutto, è necessario avere tra le mani uno di quei copioni che piacciono molto agli attori, i quali diranno poi di essere stati attratti dalla possibilità di interpretare personaggi "veri" con emozioni "autentiche". La storia deve avere come set una piccola cittadina della provincia americana (o, al limite, il quartiere malfamato di una metropoli). La regia deve essere possibilmente asciutta, focalizzata sul paesaggio americano in senso antropologico. L'ambiente deve riflettere l'umanità che la abita: non devono mancare i carrelli e la camera-car sui caseggiati un po' malandati; di contro, le panoramiche e i campi lunghi devono inquadrare anche scorci che ci ricordino la bellezza di un tramonto all'orizzonte o di un bosco apparentemente incontaminato. Infine, le esplosioni di violenza devono condannare i protagonisti a un preordinato stato di natura al quale è difficile sfuggire, mentre per gli spettatori devono avere una più subdola funzione catartica. Ed ecco pronto un film che si rende subito riconoscibile per la sua impronta neoclassica, lontano dalle frenesie postmoderne, sebbene non dimentichi qualche citazione ad hoc, stampelle didascaliche per evidenziare le intenzioni dell'autore semmai apparissero nebulose allo spettatore.

È senza dubbio la moda del momento per un certo tipo di cinema americano, che ha fornito esempi più o meno validi come possono essere considerati "The Fighter" di David O'Russel o "Warrior" di Gavin O'Connor, e l'anno scorso, sempre al Festival di Roma, era passato il mediocre "The Motel Life" che, nonostante il successo riscosso, è rimasto inedito in Italia. Il copione era sempre il solito: due fratelli dai caratteri antitetici, bassifondi "white trash", disperazione esistenziale, voglia di riscatto...mancavano giusto i combattimenti. Dei titoli sopracitati, Scott Cooper sembra realizzare un bignami da consegnare ai posteri, non facendosi mancare nemmeno un cliché e accumulandoli senza imbarazzo in tutte le situazioni più caratteristiche di quello che è ormai un genere vero e proprio: l'alienante ma onesto lavoro in fabbrica del fratello con la testa sulle spalle (Russel/Bale) contro le scommesse o i combattimenti clandestini dello scapestrato Rodney (Casey Affleck), che porta con sé anche i traumi della guerra in Iraq; il paesaggio inquinato e industrializzato contro la natura selvaggia, a cui si aggiunge la scena di caccia che omaggia "Il cacciatore" (il cervo serve da basilare analogia per il montaggio alternato con l'ultimo combattimento di Rodney); la malattia, la morte, il carcere (sic!), la rassegnazione a non poter cambiare.

Il contesto politico sottolineato dall'endorsement in tv alla presidenza di Barack Obama fa riferimento alla recessione economica del 2008, esattamente come accadeva in "Killing Them Softly" di Dominik, sebbene l'opportunità di tale citazione sia poco chiara: infatti, il film di Cooper sembra quasi uscito dagli anni 90 con tanto di Eddie Vedder che con la sua voce roca canta sui titoli di testa e di coda insieme ai Pearl Jam.

Un plauso al cast che sicuramente credeva nel progetto e, in particolare, ad alcuni dettagli delle interpretazioni: la nevrosi autodistruttiva di Casey Affleck, la logora compostezza di Christian Bale e il grugno da vero badass di Woody Harrelson, che recita a mascelle serrate tutte le sue scene, ed è protagonista delle poche accensioni della narrazione.

"Out of Furnace", opera seconda di Cooper, si segnala comunque per una disperazione che non viene mai alleviata, anzi progredisce inarrestabile con una protervia quasi sadica nei confronti di Russel e, di conseguenza, per una ricerca insistita di pessimismo nei confronti di una coazione a ripetere un sistema di civiltà primitivo. Sfortunatamente si tratta di un film già visto (o di tanti film già visti e incollati insieme, fate voi): è scritto e diretto col pilota automatico di chi progetta a tavolino ogni singola scena al fine di raggiungere un obiettivo univoco, lasciando da parte qualsivoglia sfumatura, ma i risultati appaiono molto più retorici e qualunquisti di quanto si possa sopportare.