CAST & CREDITS

cast:
George Harrison, Eric Clapton, Paul McCartney, Ringo Starr, John Lennon, Terry Gilliam, Eric Idle, Dhani Harrison

regia:
Martin Scorsese

distribuzione:
Nexo

durata:
208'

fotografia:
Martin Kenzie, Robert Richardson

montaggio:
David Tedeschi

George Harrison: Living in the Material World | Recensione | Ondacinema

George Harrison: Living in the Material World

di Martin Scorsese

documentario, Usa (2011)

di Alex Poltronieri

Voto: 8.0
Il rock e Martin Scorsese. E viceversa. Difficile pensare all'uno senza l'altro. Da sempre il grande regista americano ha fatto uso di celebri brani rock nelle sue pellicole, dai tempi di "Mean Street" sino a "The Departed", passando per capolavori come "Quei bravi ragazzi" e "Casinò". La musica nei film del maestro Scorsese non è solo una patina decorativa, ma tessuto pulsante e vivente che va a creare qualcosa di unico se mescolato alle immagini. Difficile descrivere a parole la complessità del montaggio sonoro di un film come "Quei bravi ragazzi", in cui parole e canzoni (tra gli altri, Derek & the Dominos, Aretha Franklin, Cream ecc.) si mescolano ininterrottamente per oltre due ore e mezza, creando un caos meraviglioso nel suo "ordine". Proprio Scorsese ha diretto alcune delle pellicole più belle e riuscite di sempre sul mondo del rock: dal toccante "L'ultimo valzer", cronaca dell'ultimo show della The Band, passando per "No Direction Home", fluviale e complesso ritratto di Bob Dylan, sino al recente "Shine a Light", scatenata documentazione dell'energia live dei tardi Rolling Stones.
 
Non stupisce più di tanto, perciò, che proprio Martin Scorsese sia stato scelto per dirigere questo documentario incentrato sulla vita di George Harrison, storico chitarrista dei Beatles, scomparso nel 2001 dopo una lunga malattia. "Living in the Material World" è un'opera mastodontica e ambiziosa, sin dalla durata, quasi quattro ore (è stata realizzata per la televisione americana, a cura della "solita" Hbo), ed è suddivisa in due parti ben distinte. La prima si sofferma maggiormente sugli esordi, e poi sul successo clamoroso dei Fab Four, sino alla loro separazione "amichevole" nel 1970. Quello che Scorsese è interessato a mostrare è il lato creativo e inafferrabile di Harrison, non di rado considerato con piglio dispregiativo "il terzo Beatles". Dei quattro inglesi, Harrison è quello che ha sempre preferito starsene nell'ombra, lontano dalle luci della ribalta, ma è anche quello, a seconda del parere dei colleghi Ringo Starr e McCartney (che lo ricordano affettuosamente nelle interviste effettuate da Scorsese e dalla sua crew), che ha sempre tenuto insieme la band, il vero collante dei Beatles, il "fratello maggiore" che è stato vicino al "ribelle" Lennon nei momenti più difficili, e che si divertiva a sdrammatizzare le situazioni più assurde assieme a Ringo. Scorsese si concentra prima, utilizzando tutta la sua maestria nell'organizzare e mettere assieme, un archivio pressoché infinito di documenti d'epoca, immagini, filmati, canzoni, sull'incredibile ascesa dei quattro di Liverpool, la loro influenza sulla cultura popolare, il fanatismo degli appassionati, ma gradualmente mostra il passaggio di Harrison da adolescente a uomo maturo, ed è qui che il film inizia ad appassionare davvero. Il "duopolio" Lennon-McCartney inizia ad essere lentamente scalfito con brani come "If I Needed Someone", "I Need You" e la celebre "Taxman".
 
Ma è a partire dal 1965 che Harrison acquisisce una nuova consapevolezza, diventando amico del maestro indiano Ravi Shankar, con il quale impara a suonare il sitar, e con cui intraprende diversi viaggi in Oriente (solo inizialmente assieme agli altri Beatles). Il resto è storia nota: la scelta di abbracciare una nuova religione, le droghe, la psichedelia, le influenze della musica indiana nei seguenti dischi del quartetto (inutile citare i titoli). A Scorsese non interessa più di tanto il lato "umano" e personale del personaggio, chi cerca simpatici aneddoti e scabrosi segreti nascosti nel passato di Harrison sarà deluso, ma accende i riflettori sulla costante crescita musicale del chitarrista. Ben presto Harrison inizia a pennellare alcuni dei brani più belli di sempre dei Beatles: "While My Guitar Gently Weeps", "Here Comes The Sun", e in particolare "Something", forse la traccia più emozionante di "Abbey Road" (1969).

L'impressione è quella di un talento che non può più essere tenuto a freno, e che non vuole più rimanere nell'ombra. Un talento che sommato a quelli di Lennon e McCartney rischia di implodere, e così è. "All Things Must Pass" (1970) è il primo lavoro solista di Harrison, un album imponente (all'epoca un doppio Lp), eclettico e un po' folle, in cui l'ormai ex-Beatle rigetta tutta le sue idee. Con la produzione di Phil Spector, affiancato dall'amico-rivale (anche in amore) Eric Clapton, e con tanti straordinari musicisti (Ringo Starr, Bob Dylan, Phil Collins, i Badfinger, Billy Preston, Dave Mason, Ray Cooper e altri ancora), Harrison tira fuori dal cassetto alcune delle sue canzoni più belle di sempre, a conferma di un abilità nel songwriting troppo a lungo sopita, a causa della leadership di Lennon & McCartney. "I'd Have You Anytime", "My Sweet Lord", "Beware Of Darkness", "What Is Life", "All Things Must Pass" e le due versioni di "Isn't That A Pity", sono solo alcune delle gemme contenute nell'esordio di Harrison, che si rivelerà, a ragione, e con un pizzico di sorpresa, anche un grande successo commerciale.

Ciò che seguirà al folgorante "All Things Must Pass" è tutto fuorché scontato. Il famigerato concerto benefico per il Bangladesh, capace di riunire sullo stesso palco alcuni dei più straordinari musicisti degli anni Settanta, e poi altri album dalle sorti alterne (tra i più riusciti "Living In The Material World" e "George Harrison"). Ma, e Scorsese lo fa capire con chiarezza e partecipazione, gli interessi di Harrison si spostano ben presto al di là della musica, per abbracciare i campi più disparati. Sul finire degli anni 70, Harrison abbandona gradualmente il rock (se si eccettua la felice parentesi con i Traveling Wilburys sul finire degli '80, super-gruppo composto anche da Tom Petty, Bob Dylan, Roy Orbison e Jeff Lynne), per tentare la via della settima arte. Magari non troppo astuto e fortunato come produttore cinematografico, Harrison con la sua Handmade, è comunque coraggioso e anticonformista: arriverà ad ipotecare la casa per finanziare il folle "Brian di Nazareth" dei Monty Python, crederà nel talento dell'astro nascente Neil Jordan con il suo affascinate noir "Mona Lisa", inaugurerà le carriere soliste di geni come Terry Gilliam ("I banditi del tempo") e Michael Palin. E tutto questo in una sola vita. Quello che ci viene mostrato è un George Harrison felice e soddisfatto della propria esistenza, "completo", forse pronto per avventurarsi in quel mondo "spirituale" da sempre propagandato.

Arrivato alle battute conclusive, Scorsese lascia che siano le emozioni a parlare. Un commosso Ringo Starr ricorda gli ultimi giorni di vita dell'amico, provato dalla lunga malattia e dall'attacco di uno stalker, che pochi mesi prima della morte, lo assalì nella propria abitazione, accoltellandolo più volte. E così, a visione conclusa, la sensazione è di trovarsi di fronte all'ennesimo straordinario ritratto di una personalità complessa e immaginifica, a cui Scorsese rende giustizia con grande umanità e consapevolezza. Chapeau.