CAST & CREDITS

regia:
Mamoru Oshii

distribuzione:
Shochiku (Japan), Manga Entertainment (North America, Australia and UK)

durata:
82'

sceneggiatura:
Kazunori Itō

fotografia:
Hisao Shirai

montaggio:
Shūichi Kakesu, Shigeyuki Yamamori

musiche:
Kenji Kawai

pietra miliare

Ghost in the Shell | Recensione | Ondacinema

Ghost in the Shell

di Mamoru Oshii

animazione, fantascienza, Giappone/Gran Bretagna (1995)

di Giuseppe Vuolo

"[...] le informazioni sono al tempo stesso realtà e fantasia. In ogni caso tutti i dati che una persona accumula nel corso della sua vita non sono che una goccia nel mare."
Batou

"Quando risalgo senza peso, dolcemente, in superficie, immagino di diventare qualcun'altra."
Kusanagi Motoko

"[...] non sono un'intelligenza artificiale. Il mio nome in codice è progetto due cinque zero uno. Io sono un'entità vivente e pensante che è stata generata dal mare dell'informatica."
Il Burattinaio (o Marionettista, se preferite)[1]

 

Nel 1999 "Matrix" rende celebre e indelebile l'immagine di un codice a cascata di numeretti verdi che costituiscono la cosiddetta matrice: ebbene, con tale immagine i fratelli Wachowski omaggiano un film d'animazione (la sequenza dei titoli di testa) arrivato qualche anno prima (1995) dal Giappone (e dal quale traggono spunto per diverse soluzioni visive). Il prodotto in questione è "Ghost In The Shell" ed è la trasposizione cinematografica di un manga di Masamune Shirow per la regia di Mamoru Oshii (reduce all'epoca dal successo di "Patlabor"), coadiuvato da due importanti nomi (già al lavoro con lui proprio su "Patlabor") quali quelli di Kazunori Ito (sceneggiatura) e Kawamori Shoji (mecha design).
La pellicola (che, tra l'altro, è stata la prima a fondere efficacemente animazione "classica" e computerizzata) è connotata da un ritmo solenne e compassato che restituisce una sensazione di algida (ma al tempo stesso intimista) sospensione cibernetica (e citiamo ancora la sequenza dei titoli di testa, nella quale assistiamo alla costruzione del corpo del maggiore Kusanagi Motoko, sostenuto dall'evocativo e lento minimalismo del tema musicale di Kawai Kenji di stampo parareligioso con tanto di coro). Ambientato in un futuro à la "Blade Runner" (film al fianco del quale non sfigura affatto), passando per un altro capolavoro dell'animazione giapponese qual è "Akira" (1988) di Katsushiro Otomo, "Ghost In The Shell" è un'opera matura e complessa (ma al tempo stesso essenziale) che comporta riflessioni religioso-filosofiche. Ed è proprio grazie a questa sua natura estremamente adulta ed elegante che nel 1996 diventa il primo anime a essere presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Nel mondo di "Ghost In The Shell" l'essere umano "puro" appare una razza in via di estinzione e il sistema evolutivo conduce all'avvento di un nuovo stadio grazie al progresso tecnologico e alla sviluppo di un'immensa rete informatica alla quale chiunque può accedere. Gli individui più comuni che popolano la storia sono uomini dotati di un cervello cibernetico e veri e propri cyborg che hanno la possibilità di connettersi al web tramite cavi che si collegano a dei buchi nel collo,
costituenti l'ideale interfaccia di comunicazione (i soggetti in possesso di tale tecnologia sono in grado di entrare in contatto tra loro anche tramite l'uso del pensiero)[2].

Se in "Blade Runner" la vicenda degli androidi-replicanti si sofferma sulla coscienza del sé e la ricerca/scoperta di un'identità (con tutte le dissertazioni filosofiche che ne possono conseguire) e in "Terminator" la rivolta delle "macchine" mette in scena una mera lotta tra specie, "Ghost In The Shell" compie una vera e propria immersione nel "nuovo" (sia esso un sistema cibernetico di comunicazione universale oppure la creazione di un essere vivente "altro") per trascendere il concetto di identità (al quale l'individuo si sente tanto legato) e diventare parte del tutto: il termine ghost è inteso come "anima" e persino un software è in grado di generarne una (i corpi, siano anche completamente umani, sono solo involucri).

La sequenza iniziale delinea in pochi attimi, tramite le immagini mostrate, il dramma del protagonista che va a connotare la storia narrata: Kusanagi, isolata dal mondo che la circonda (eppure a esso connessa) sulla sommità di un avveniristico altissimo edificio, si lancia nel vuoto per compiere la propria missione, dopodiché il suo corpo sparisce (grazie alla tuta termo ottica indossata). L'agente della Sezione 9 è consapevole dell'importanza del concetto di individualità (per questo motivo si affida a un collega come Togusa che possiede soltanto un cervello potenziato e per il resto è umano) e sa anche che per salvaguardare la propria identità è legata indissolubilmente al proprio corpo. Tuttavia, il dubbio esistenziale che il suo ghost possa fare a meno dell'involucro e condurla a essere anche qualcosa di diverso è ben radicato in lei.

A questo punto entra in scena l'attività di hacking del Burattinaio. Il termine hacker va affrontato nella sua accezione più ampia che denota un individuo che si ingegna a superare ostacoli e limitazioni che gli sono imposti (non necessariamente e "semplicemente" un criminale informatico). Il bug che anima il Progetto 2501 non è, ovviamente, un bug e il Burattinaio, per affermare la propria esistenza, deve costruirsi un corpo e chiedere asilo politico. Il suo reale scopo, però, è quello di entrare in contatto con Kusanagi affinché i loro ghost possano immergersi l'uno nell'altro per dare vita a una nuova entità, completando il fondamentale ciclo vitale nascita-sviluppo-riproduzione-morte.
Dopo un devastante scontro che avviene all'interno di un museo abbandonato situato nella città vecchia (la raffica di micidiali colpi di un carro armato robotico che crivellano uno schema evolutivo che conduce alla nascita della razza umana raffigurato su una parete), Kusanagi può finalmente librare il proprio spirito e alleggerirsi del suo futile corpo (le piume che danzano nell'aria poco prima della fusione con il Burattinaio). Il nuovo essere è nato e ha di fronte a sé una rete vasta e infinita.

Curiosità.
Nel 2008 il film viene rieditato nella versione nota come "Ghost In The Shell 2.0", ma il restyling non giova al prodotto, che vede sostanzialmente sostituite alcune sequenze rifatte in computer graphics rendendo uno stridente e poco apprezzabile contrasto visivo.

La canzone dei titoli di coda della versione occidentale del prodotto è "One Minute Warning" dei Passengers (Brian Eno più U2), inclusa nell'album "Original Soundtracks Vol.1" e ispirata proprio dal film.



[1] Nel doppiaggio italiano è "Il Signore dei Pupazzi" (traduzione non proprio appropriata)

[2] Bisogna evidenziare che il film condensa in poco meno di 75 minuti il manga, concentrandosi su alcuni aspetti e alcune situazioni, risultando differente e non è nostra intenzione comparare i due prodotti