CAST & CREDITS

cast:
Michele Riondino, Isabella Ragonese, Massimo Popolizio, Edoardo Natoli, Anna Mouglalis, Elio Germano

regia:
Mario Martone

distribuzione:
01 Distribution

durata:
137'

produzione:
Palomar, Rai Cinema, Ministero per i Beni e le Attività Culturali

sceneggiatura:
Mario Martone

fotografia:
Renato Berta

scenografie:
Giancarlo Muselli

montaggio:
Jacopo Quadri

costumi:
Ursula Patzak

musiche:
Sascha Ring, Gioacchino Rossini

Il giovane favoloso | Recensione | Ondacinema

Il giovane favoloso

di Mario Martone

storico, biografico, Italia (2014)

di Matteo De Simei

Voto: 8.0
Blaise Pascal quasi due secoli prima della nascita di Giacomo Leopardi disse che l'ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un'infinità di cose che la sorpassano. La dissertazione di Pascal sulla Ragione e in generale sull'esistenza umana (nonostante le differenti concezioni del mondo tra i due) rappresenta forse la premessa ideale per giungere all'infelice vita di Giacomo Leopardi e, insieme, alla temeraria ultima fatica di Mario Martone. L'impresa è quella di imprimere per immagini la biografia di un giovane favoloso alle prese con un'infinità di cose che travalicano i temi della storia, dell'arte, della poesia. O forse è la semplice storia di un uomo e della sua profonda e fragile esistenza. Un'esistenza che ancora oggi ci è tanto cara e attuale.

Primi anni del 1800. Giacomo è il primogenito di Monaldo e Adelaide Leopardi, autorevole dinastia di conti recanatesi. Insieme al fratello Carlo e alla sorella Paolina, i tre bambini vengono sin dalla giovane età catechizzati dall'amorevole figura paterna e indottrinati allo studio all'interno della loro casa arredata da migliaia di libri. La dote di Giacomo nel campo della filologia e della traduzione delle opere del classicismo cattura l'attenzione di molti scrittori dell'epoca, tra cui spicca la figura rivoluzionaria e liberale di Pietro Giordani con il quale il nostro intratterrà una concitata relazione epistolare che in seguito si tramuterà in una profonda amicizia e in una profonda stima reciproca. Martone oltre a sottolineare la progressiva propensione di Giacomo per la poesia a discapito della prosa e di altri campi letterari, focalizza l'attenzione sull'accesa rivalità tra Giordani e Monaldo che scatenerà il tentativo di fuga di Giacomo dal suo borgo natio e genererà in lui la consapevolezza di aprirsi al mondo. È grazie alla crescente caratterizzazione del personaggio principale che Martone disquisisce le tesi che più occupano la mente e il cuore di quel giovane dalle doti straordinarie, l'eterna purezza della fanciullezza, la prematura fascinazione per la morte, l'incapacità di lasciarsi andare agli impulsi amorosi, la prigione del borgo natio che lo lega indissolubilmente alla famiglia (non è un caso che il Sandro di Lou Castel ne "I pugni in tasca" rievochi le "Ricordanze" leopardiane), l'odio e l'amore per la Natura (Martone non tralascia i due trattati più influenti al riguardo come "Il dialogo tra la Natura e un islandese" contenuta nelle "Operette morali" e, soprattutto, il testamento poetico de "La ginestra" che cesella il bellissimo finale).

La seconda parte del film abbandona la terra natale marchigiana per condurre il poeta nella città di Firenze dopo dieci lunghi anni. Il suo "cieco malore" si aggrava sempre più ma ad alleviare i suoi dolori è la figura del suo amico Antonio Ranieri, fedele accompagnatore da cui non si separerà mai più sino alla morte. Il regista Napoletano pone ampio risalto alla figura eversiva di Ranieri, come già accaduto con Giordani. Il loro è un amore fraterno che a tratti sfocia nell'ambiguo (una su tutte, il nudo frontale di Antonio visto con gli occhi di Leopardi) e che non ha paura di insinuare remote crisi di identità sessuali (come sottolineato dallo stesso Ranieri nel controverso "Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi" scritto nel 1880). È soprattutto l'occasione per ribadire la Weltanschauung del poeta recanatese: la continua ricerca protesa a un piacere tanto infinito quanto irrealizzabile poiché generato dall'impulso immaginativo del desiderio. Cioè dall'irreale (prova ne sia la bellissima sequenza nel quale Giacomo urla e si sfoga per svincolarsi dalle inquisizioni morali del padre e dello zio, salvo scoprire successivamente che si è trattato in realtà di un sentimento represso nell'animo martoriato del protagonista). La natura, che tanto si accanisce sull'uomo e in particolare sulle condizioni fisiche di Giacomo, non basta a raggiungere la verità (che Leopardi descrive come la dubbiosità dell'esistenza), anzi, partorisce un'illusoria felicità. Leopardi è infelice proprio perché è consapevole di questo. Ma i salotti intellettuali dai quali il poeta si discosta non lo comprendono e lo etichettano semplicemente come un animo inguaribilmente triste ("Pessimismo, ottimismo... Che parole vuote!").

Martone realizza un film sicuramente imperfetto in chiave tecnica e di sceneggiatura ma dirige con impareggiabile padronanza un biopic dalle proporzioni immani, con un piglio estetico ed etico che non tradisce le veridicità delle sue carte e delle sue testimonianze. La mano non viene forzata quasi per rispetto del genio incomparabile del poeta. Quello che vediamo e ascoltiamo sono i magniloquenti versi leopardiani e la sua inconfondibile fisionomia ingobbita e acciaccata preparata e resa in modo monumentale da Elio Germano, punto di forza incontrastato della pellicola, così come il rimanente cast artistico splendidamente diretto dal regista. Le scelte musicali spaziano dalla classicità rossiniana alla musica elettronica di Sascha Ring volta a trasportare la presenza della figura storicistica di Leopardi nel presente. Attendendo, chissà, un giovane favoloso del nostro tempo in grado di intravedere oltre l'infinito oblio dei nostri giorni.