CAST & CREDITS

cast:
Sabine Azéma, André Dussollier, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Mathieu Amalric, Michel Vuillermoz, Edouard Baer, Annie Cordy

regia:
Alain Resnais

distribuzione:
BIM Distribuzione

durata:
104'

produzione:
F Comme Film/Studio Canal/France 2 Cinéma/Bim Distribuzione con la partecipazione di: Canal+/TPS Sta

sceneggiatura:
Alex Réval, Laurent Herbiet

fotografia:
Eric Gautier

scenografie:
Jacques Saulnier

montaggio:
Hervé de Luze

costumi:
Jackie Budin

musiche:
Mark Snow

Gli amori folli | Recensione | Ondacinema

Gli amori folli

di Alain Resnais

commedia, grottesco, Francia/Italia (2009)

di Diego Capuano

Voto: 7.5
Le erbe matte spuntano fuori dall'asfalto squarciato di vecchie strade di campagna, emergono dentro e fuori l'irragionevolezza del cuore dell'essere umano, segnano traiettorie imprendibili di case contadine e annebbiano il cervello e la vista del desiderio che si nutre del desiderio, secondo una catena, la vita, dove le pulsazioni che guidano le azioni di ognuno procedono per illogici accumuli. Trovare ammassi di erbaccia durante una passeggiata può risultare alquanto fastidioso, ma la fioritura irregolare che talvolta puntella il nostro cuore dona grattacapi certamente più insidiosi, anche perché sboccia senza preavvisi.
Imprevedibili come il cinema di Alain Resnais, fedele a sé stesso nel sunto ma sperimentatore nella forma: geometrico ai tempi di capolavori come "Hiroshima Mon Amour" e "L'anno scorso a Marienbad", fuori controllo oggi, con una carica libertaria a tratti forsennata.

Come "Mon Oncle d'Amerique" e "Smoking/Non Smoking", anche "Gli amori folli" è una commedia filosofica, una partita a scacchi che stimola l'intelletto ingabbiandolo in una struttura labirintica e senza via di ritorno.
Lo spunto del portafoglio perso e poi ritrovato, che  dà il via all'avventura romantica tra Georges e Marguerite (Andrè Dussolier e Sabine Azèma: assolutamente straordinari), potrebbe essere quello di una sophisticated comedy degli anni 30, ma non tutto è quello che sembra, come indica la sfilata di piedi e scarpe che orchestra l'incipit: fluttuante balletto di grazia o fissità feticista? Sono l'uno e l'altra. Come il film, che si riesce a essere tutto e il contrario di tutto.

Ciò che a Resnais proprio non interessa è la normalità che regna nella vita di tutti i giorni, come suggerisce la sequenza della cena familiare: la musica jazz sovrasta la banalità dei discorsi mentre la mdp si fa mobile e beffardamente si allontana dai personaggi, catturando invece oggetti insignificanti, pareti, il vuoto. A Resnais non interessano le risposte: qual è il passato e la storia dei protagonisti? Dove nascono le loro ossessioni? Che ruolo hanno i personaggi secondari che a loro volta assumono comportamenti contraddittori? Perfino la voce off sembra essere afflitta da nevrosi!
Del resto la stessa tonalità delle luci (ancora una volta eccezionale il lavoro di Éric Gautier, che impasta colori solari e al neon) si rifà a una coloristica fumettistica che abolisce ogni ipotesi realistica. La cromaticità antinaturalistica, così come la prodigiosa e svariante colonna sonora di Mark Snow, è lo specchio dell'irrazionalità dei protagonisti: cambia a seconda del loro umore.

Dalla commedia sofisticata si passa poi a un storia di ossessione che è anche un thriller hitchcockiano, con deriva nel dramma privato. A questo punto si ha come una consegna di testimone tra l'uomo e la donna e il film sembra ripartire con andamento palindromo: l'ossessione del primo contamina l'animo della seconda o, semplicemente, ne fa emergere la follia nascosta sotto pelle.

Ma il palcoscenico si spalanca soltanto verso l'irridente e falso lieto fine: tratto dal romanzo "L'incident" dell'ex-jazzista Christian Gailly (che ha sedotto il regista grazie alla musicalità dei suoi dialoghi), "Gli amori folli" si chiude con un'appendice paragonabile a una fuga musicale: per l'assurdo destino di Georges e Marguerite e per un'ultimissima e criptica sequenza. Allucinatoria nella sua quiete, tanto da obbligarci a rivedere il film sotto una nuova prospettiva onirica. E se l'erba del titolo originale fosse una abbondante dose di marijuana?